Violenza, «maranza» e criminalità sono le parole che ci portiamo a casa dai giornali che hanno messo sulle prime pagine le vetrine infrante (e i saccheggi) nel centro di Milano; e, in seconda battuta, la protesta degli autotrasportatori al Sud. Le parole, in questo caso, sono diventate pietre e chiodi: la violenza a Milano ha portato a un altro decreto sicurezza, alla criminalizzazione dei minorenni e all’invocare di più posti in galera per i giovanissimi.

La protesta dei camionisti (e dei pescatori) al Sud ha portato al sospetto che – dietro la rabbia di chi contesta il costo insostenibile del gasolio – ci sia la mano della criminalità organizzata.

Tutto questo emerge se prestiamo attenzione alla narrazione dei media mainstream. Se poi guardiamo i video che girano sui social, la narrazione si imbarbarisce: commenti razzisti, pochi tentativi di capire, immagini che rinforzano l’idea di un modo delinquenziale di agire e di una polizia soltanto vittima. Chi studia i media sa che ci sono organizzazioni, italiane, pagate che fomentano la polarizzazione e l’odio sui social. Ebbene, tra Milano e il Sud, è stata la loro grande occasione di mostrare il lato squadristico dell’essere italiani.

Va detto subito che chi spacca vetrine e ruba nei negozi non sta protestando: commette reati. “È delinquenza”, ci dice il governo, che estende il sospetto anche ai camionisti che hanno protestato bloccando strade e rifornimenti. A Milano, come conseguenza delle violenze, arrivano 500 militari: soldati che non sono preparati a contrastare la criminalità urbana, e ai quali il Quirinale ha impedito di ottenere i poteri di arresto.

Un momento, però. Prima di andare avanti con la lettura critica dei giornali su questa storia, voglio ricordare che cos’è la violenza. Violenza è lanciare pietre contro la polizia: un’azione da prevenire, oltre che da punire. Ma la violenza ha anche altre forme. Violenza è aprire un negozio di lusso (o un ristorante) con i soldi riciclati della ‘ndrangheta, nel centro di una città. Violenza è alimentare, con la cocaina sniffata ai margini di una festa borghese, il traffico che arricchisce le mafie. Violenza è non pagare le imposte e le tasse, con cui si finanziano la scuola, la sanità, la polizia, l’esercito e i servizi sociali.

Violenza è anche sfasciare le vetrine di commercianti onesti e distruggere gli arredi urbani, che appartengono a tutti. Violenza è sfruttare i lavoratori e le lavoratrici, pagandoli poco e trattandoli peggio. Violenza è costringere decine di migliaia di giovani a emigrare all’estero, dopo che hanno studiato e vissuto anni nella loro Patria, l’Italia.

I fatti e i racconti dei media

Ce ne dimentichiamo spesso, ma vale sempre quello che nel 1922 scriveva il giornalista Walter Lippmann: gli esseri umani reagiscono a una rappresentazione mentale semplificata della realtà, più che alla realtà stessa. Il compito della notizia è segnalare che un evento è accaduto; la verità richiede di portare alla luce i fatti nascosti e di metterli in relazione.

Che cosa ci resta del racconto dei media sulle violenze a Milano (e le scorribande in altre città italiane, Verona inclusa)? Le violenze di Milano vengono raccontate come un’invasione: un’orda arriva dalla periferia, vìola il salotto della città, poi lo Stato ristabilisce l’ordine. Il Sud è invece raccontato prima come un paesaggio, poi come un assedio: i camionisti, stremati dai costi del carburante, diventano prima gli autori di blocchi illegali che svuotano gli scaffali e, infine, un problema di polizia e di sospetti maneggi mafiosi.

Nel caso delle violenze e delle ruberie a Milano, i personaggi rappresentati dai media seguono lo schema classico del racconto di cronaca nera. Gli antagonisti sono rappresentati con queste parole: teppisti, maranza, baby casseur, orda, sciame nero. Le vittime sono invece commercianti, turisti, agenti colpiti. Gli eroi sono lo Stato, il dirigente di polizia ferito, i militari. Il coro è fatto di genitori, esperti, politici. I ragazzi che erano scesi in piazza contro il carovita, e che si erano dissociati, restano invece comparse: compaiono in poche righe, giusto per dire che “si sono subito sfilati”.

Eppure finiscono anche loro nella rete. Il fermo preventivo viene applicato a 174 giovani, rilasciati dopo l’identificazione e “senza provvedimenti”. Il nuovo decreto sicurezza stringe le ganasce del controllo sulla folla: introduce il divieto di aggregazione e il reato di “partecipazione violenta” a una manifestazione.

Gli autotrasportatori (e i pescatori) del Sud, in cinque giorni, passano dal ruolo di vittime (del caro gasolio) a quello di nemici (di chi fa la spesa e di chi vuole lavorare). Un ministro della Repubblica ricorda loro che è reato bloccare le strade: è materia che conosce bene, dato che ha votato un decreto sicurezza che mette al livello dei delinquenti i lavoratori che bloccano una strada. Un autotrasportatore molisano, risponde così a Repubblica: “Siamo persone oneste, il ministro Lollobrigida dovrebbe aiutarci invece di accusarci di essere criminali. Ci sentiamo abbandonati”.

I due racconti, Milano e il Sud, partono da mondi opposti e finiscono nello stesso punto: la piazza come minaccia, la mano dura e criminalizzante del governo come risposta. Eppure le due proteste hanno la stessa causa dichiarata e pacifica: il costo della vita e del carburante. Il corteo di Milano nasce “contro il carovita”; i Tir si fermano per protestare contro il gasolio sopra i 2,2 euro al litro. Sui giornali, però, le due vicende ricevono cornici opposte: sono schemi di lettura, i quali decidono che cosa conta in una notizia e che cosa resta fuori. A Milano la causa viene espulsa fin dal secondo giorno, coperta dalle notizie sulle violenze. Per i Tir la causa della rabbia resta visibile, poi la copre l’ordine pubblico.

Il punto di contatto tra le due vicende, il carovita e la rabbia per non essere visti e ascoltati, è l’argomento che nessuna testata sviluppa in modo sistematico. È come raccontare un incendio parlando solo delle fiamme, mai del cortocircuito. Chi prova a unire le due storie? Un rapper, un ragazzo fermato, un’avvocata napoletana. E, alla fine della settimana, gli studenti di “Italia in Piazza” che pensano a una colletta per i camionisti: “È il punto di incontro tra due generazioni e due forme di disagio”, scrive un giornale.

Abbiamo, insomma, una lettura dimezzata dei fatti. Denunciare la violenza e chiederne la punizione è doveroso. Tuttavia è altrettanto doveroso, per un giornalismo che voglia restare fedele al suo compito, andare oltre le narrazioni del governo, della polizia e di chi ha interesse a raccontare i problemi come vuole lui (o lei). Noi giornalisti ci dobbiamo fare cronisti, in situazioni del genere: andare sul campo, osservare e scrivere. Non siamo addetti stampa di una qualche parte.

La polizia vittima e i giovani senza volto

Nei giornali della settimana – telegiornali inclusi – la polizia compare in tre ruoli: vittima eroica a Milano, strumento della risposta dello Stato in entrambe le vicende, attore violento solo in frammenti di cronaca presto dimenticati. Il primo ruolo, quello di vittima eroica, sta nei titoli e nelle fonti istituzionali. Il terzo ruolo – il braccio duro della legge, a volte anche a sproposito – sta in poche righe dentro gli articoli e nelle voci dei ragazzi.

Quando ero giovane io, c’era un film intitolato La polizia sta a guardare. Era ispirato da chi voleva più poteri alla polizia, per reprimere criminalità e proteste politiche in un sol colpo. Oggi la polizia ha tutte le leggi che vuole, eppure continua a stare a guardare. E, quel che è più grave per gli agenti che sono a difesa delle regole, continua a prendersi pure i sassi. Tutto questo perché nessuno, a Milano come in altre situazioni, sa come si gestisce la protesta di piazza.

Un giornale racconta di una giovane di vent’anni, venuta da sola a Milano dal lago d’Orta: è stata colpita alla testa da una manganellata… il suo volto era una maschera di sangue. Nessun titolo, nessuna inchiesta. I feriti tra i manifestanti compaiono solo in stime generiche, mai in un bilancio ufficiale come quello degli agenti. E anche il bilancio degli agenti feriti oscilla, nella stessa settimana, tra 14 e 141. Del resto, ci sono cronisti in strada a vedere e osservare e registrare, per poi raccontare?

Gli studiosi dei media chiamano questo schema paradigma della protesta: i giornali raccontano la polizia come fonte e come parte lesa, i manifestanti soltanto come autori della violenza, senza storia e senza ragioni. A Milano lo schema regge per l’intera settimana. Le voci contrarie non mancano, ma stanno dove pesano meno.

Quasi nessuno, tra i giornali, va a fondo su due punti fondamentali: l’assenza di un lavoro di intelligence per prevenire le violenze a Milano; e la gestione insufficiente dell’ordine pubblico in piazza. Quando il sindaco di Milano, Sala, osserva che “in Piazza Duomo c’era uno sparuto gruppo di poveri poliziotti in un angolo”, la sua critica sul numero degli agenti viene trattata come un attacco alla polizia. Il ministro Piantedosi parla di “solito riflesso… di una certa sinistra radical chic”. I giornali registrano la polemica come scontro politico. Il quotidiano Repubblica riporta l’autocritica interna del Viminale sulla “distribuzione dei reparti”, espressione che non vuole dire nulla.

L’arrivo di 500 militari è la dimostrazione che la polizia ha sbagliato; e che non ha i mezzi per garantire l’ordine pubblico a Milano. Tanto che occorre chiamare i parà, addestrati per un altro tipo di conflitto. Il problema della polizia nasce da scelte sbagliate nello svolgere un lavoro delicato e pericoloso, come la gestione della sicurezza; e dalla carenza di organico e di formazione, che dipende dalla mancanza di risorse. E le risorse mancano perché molti italiani non pagano le tasse e le imposte: abbiamo un buco da 200 miliardi di euro, secondo la Guardia di Finanza.

Quanto ai giovani, i giornali distinguono due gruppi, ma ne raccontano soltanto uno. I manifestanti pacifici contro il carovita restano senza volto, come se le loro ragioni non contassero. Le eccezioni sono rare. Un giornale legge le chat del movimento e trova una ragazza che lavorava per 900 euro al mese, 300 con bonifico e 600 in contanti, e un cartello: “Come lo faccio un figlio se non arrivo a metà mese?”.

I ragazzi delle devastazioni e dei furti nei negozi vengono invece descritti per età, abbigliamento, provenienza e origine, fino all’identità di un bambino di 11 anni. Quando parlano, i cronisti scelgono le frasi che confermano il saccheggio: “È roba gratis, fra”. Le frasi con un contenuto sociale vengono pubblicate, ma non diventano mai titolo. Omar, 16 anni, racconta a un giornale: “Mi fa ridere che per due vetrine sia scoppiato questo casino, quando noi non abbiamo nulla e lì dentro invece c’è tutto”. Così, per effetto delle violenze e del modo di raccontarle, il dissenso giovanile pacifico è stato oscurato.

Il pregiudizio più forte della settimana è l’etnicizzazione della devianza giovanile. Le violenze di piazza sono un fenomeno che i dati descrivono come in prevalenza italiano e minorenne: dei 271 ragazzi accompagnati in Questura, dopo la domenica dei saccheggi, i giovani stranieri sono 60. Oltre tre fermati su quattro sono cittadini italiani. Eppure il fenomeno viene raccontato più volte con il lessico dell’immigrazione: i “maranza”, gli immigrati “di seconda generazione”. A questo si aggiungono la svalutazione delle giovani generazioni e, nel caso degli autotrasportatori, lo stereotipo del Sud pittoresco.

I «maranza» e i camionisti criminalizzati

Maranza è la parola che fa da cornice alle violenze nei centri cittadini: ricorre decine di volte nelle pagine dei giornali sulle piazze. “Maranza” nasce come etichetta gergale e spregiativa, e porta con sé un riferimento etnico implicito. Quando passa dalla voce del politico a quella del cronista, il giornale trasforma uno stereotipo in una categoria sociologica. È il meccanismo descritto dagli studiosi dell’analisi critica del discorso: la minoranza entra nella notizia come problema, e la scelta lessicale fa il lavoro dell’argomentazione, soffocando ogni riflessione e ogni lettura attenta dei fatti.

Sui giornali la criminalizzazione colpisce entrambe le proteste, pur con tempi diversi. A Milano è immediata e si estende dai violenti a un’intera fascia di giovani. Per i Tir che bloccano le strade, arriva dopo cinque giorni e usa il sospetto mafioso.

Il 22 ottobre un giornale titola: “Infiltrazioni nella protesta dei tir. Il Viminale: c’è l’ombra della mafia”, sulla base di “fonti qualificate” anonime. Nello stesso articolo un alto magistrato di Catanzaro dice “allo stato non ci sono né indagati né procedimenti”. Un altro afferma che “dire che le mafie si sono impossessate di questa protesta a oggi non risulta”. Il sospetto entra nel titolo, la smentita resta nel corpo dell’articolo.

In tutti e due i casi il meccanismo è lo stesso, e lo riassume una formula che torna per Milano e per il Sud. “Questa non è protesta, è solo violenza”, dice una barista a un quotidiano milanese, dopo i saccheggi. “Questa non è protesta, è intimidazione”, dice la premier Meloni dei camionisti. È il modo con cui si toglie a una piazza il nome stesso di protesta: il dissenso legittimo diventa un pretesto, la protesta si trasforma in un problema di polizia.

Possiamo dire che i giornali completano quello che i decreti sicurezza e le politiche di governo hanno iniziato: delegittimare la protesta, assimilandola all’illegalità; trattare i nostri giovani solo come delinquentelli da sbattere in galera alla prima occasione.

Tutti allineati, nei racconti dei media? Per fortuna ci sono i dissidenti. Le letture critiche si trovano in quasi tutte le testate. Michele Serra, su Repubblica, scrive che è “la differenza di censo — non di etnia, di provenienza, di religione — che segna il destino delle comunità”. Marcello Sorgi, sulla Stampa: “La svolta securitaria ha fallito”. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, chiede di non guardare ai giovani con “indifferenza, o peggio con meschina sottovalutazione”.

A prevalere, tuttavia, è l’impostazione della cronaca nera. Le letture critiche stanno quasi sempre nei commenti, nelle interviste e nei retroscena. Di rado le troviamo nelle cronache e nei titoli. È la distanza tra il giornale che commenta e il giornale che racconta: il giornale ospita insomma la critica di sé stesso, senza applicarla alle proprie cronache.

Le distrazioni dei giornali

L’analisi degli articoli dei giornali sui casi di Milano e del Sud conferma ciò che una prima lettura ci aveva fatto intuire. Entrano in gioco sempre gli stessi meccanismi giornalistici e comunicativi. Si costruisce il nemico, si crea la vittima, si distrae l’attenzione dai problemi; e si evita di approfondire le cause remote dei fatti. È più facile drammatizzare le notizie e inasprire le pene, del resto, che studiare le situazioni e trovare le soluzioni.

L’oscuramento della protesta del Sud c’è stato, ed è misurabile. Il 18 e il 19 ottobre i Tir compaiono in una sola prima pagina su 12, con un richiamo del Fatto Quotidiano. Per quattro giorni, dal 18 al 21, nessuna apertura. Nello stesso periodo le piazze della violenza aprono 17 prime pagine su 24.

La Stampa del 18 ottobre parla dei Tir soltanto nella rubrica sul mercato della frutta, accanto al cruciverba. E scrive che l’agitazione “finora è quasi passata sotto silenzio”. Un autotrasportatore calabrese lo dice al Corriere della Sera: “Ecco perché in giro non c’è una sola telecamera di qualche tv pubblica o privata”. Fiorello, al Tg1 esorta: “La luce deve essere accesa anche sul Sud”. La causa principale di tutto questo è la logica della notiziabilità: le immagini, i luoghi simbolo, il conflitto. A cui aggiungo il pigro conformismo dei giornalisti. E poi l’abitudine di tanti cronisti sul campo e giornalisti in redazione a genuflettersi davanti alle narrazioni dominanti.

Il Sud entra in scena dalla porta sbagliata. Prima i giornali puntano sul disagio dei consumatori (gli scaffali vuoti), poi la protesta viene letta come problema di polizia (identificazioni, scorte, sospetti di infiltrazioni mafiose). La condizione dei camionisti – il gasolio sopra i 2,2 euro, i crediti d’imposta promessi a maggio e ripromessi a ottobre – resta in secondo piano rispetto alle conseguenze della loro protesta.

Il punto più basso della settimana, sul piano deontologico, è il caso del bambino di 11 anni. Il Corriere della Sera del 22 ottobre titola: “Identificato il più giovane tra i saccheggiatori: 11 anni, origine magrebina, è in seconda media”. Nel testo compaiono il quartiere, la scuola, le compagne di classe, i docenti. Repubblica lo chiama per nome, senza dire se il nome sia di fantasia. La Carta di Treviso, la regola deontologica dei giornalisti sui minori, chiede l’anonimato del minore coinvolto in fatti di cronaca; ed esclude gli elementi che portano a identificarlo, scuola compresa. Nella stessa settimana altre testate, per altri ragazzi, scrivono “nome di fantasia”. C’è la caccia a individuare i ragazzini, come c’è la spinta ad aumentare per loro anche i posti in galera.

Si è vista, insomma, una “diversione dell’attenzione”: si sono scartati il problema del carovita, della nulla speranza per i giovani sul futuro, delle ingiustizie sociali; e si è puntato sul racconto criminale. Non lo dico solo io. Il Fatto Quotidiano scrive che il governo ha provato “a minimizzare e a spostare l’attenzione sul pugno duro contro i violenti di Milano”. La Stampa scrive che l’ennesimo decreto sicurezza serve, “forse a distogliere l’attenzione dai motivi delle proteste”.

Il carovita, il malessere giovanile, i bisogni dei minori, i carichi che devono portare gli autotrasportatori (e i pescatori) finiscono in secondo piano. Eppure sono il frutto delle scelte dei politici adulti: la guerra al posto del dialogo, il dare legittimità a chi non paga le tasse, il non saper gestire i fenomeni sociali e politici. Tutte scelte che lasciano degenerare i problemi.

Cosa deve fare il giornalismo

Il mio punto di riferimento, come giornalista, è Tommaso Besozzi. Nel luglio del 1950, sul settimanale L’Europeo, smentisce il racconto dei carabinieri sull’uccisione del bandito Salvatore Giuliano, in Sicilia. I carabinieri hanno mentito, e Besozzi – con fatti, testimonianze e logica – li sbugiarda. Ci voleva coraggio a smentire i carabinieri, negli Anni Cinquanta: si rischiava l’incriminazione. Ma un giornalista sfida la legge del più forte, nel nome della verità sostanziale dei fatti.

Che cosa avrebbe dovuto fare il giornalismo, con le gambe, l’anima e la mente dei cronisti d’inchiesta? Quello che non ha fatto la polizia. Bastava monitorare i social: l’account Instagram @italiainpiazza17 era nato il 4 ottobre e convocava per il 17 una “riunione pacifica dei cittadini” contro il carovita. E poi, come giornalisti, occorreva scendere in campo su due fronti. In mezzo a chi sfasciava e rubava, seguendo l’azione dall’inizio alla fine, perché è così che si verifica che cosa sta succedendo. E a lato della polizia, per verificare se attaccava i violenti o, come è accaduto in passato, non agiva con efficacia.

Questo è il lavoro che deve fare il giornalismo in una società democratica. Lo fa al servizio della verità sostanziale dei fatti, lo fa al servizio della democrazia, lo fa per inchiodare gli attori alle loro responsabilità sul palcoscenico pubblico.

Cosa fa il giornalismo italiano

Il giornalismo italiano, anche stavolta, fa quello che ha sempre fatto. Ha inseguito i fatti, senza coglierli. Ha accettato le versioni ufficiali, quasi sempre senza provare a smentirle. Ha proposto interviste in ginocchio a qualche ministro. Ha insomma interpretato la servitù volontaria verso il Potere – con un comportamento ben noto nella storia del giornalismo italiano. È la servitù volontaria di cui parla il filosofo francese Étienne de La Boétie.

Le eccezioni ci sono, e vanno riconosciute. Il Corriere della Sera separa, nell’ordinanza del gip, i fatti dalla valutazione “sociologica”. La Stampa smaschera come false notizie le devastazioni alla Statale e allo Iulm segnalate sui social. Restano eccezioni, neutralizzate da un giornalismo che avalla provvedimenti inutili – “leggi d’immagine”, le chiama Marcello Sorgi – i quali riducono, per tutti noi, la libertà di manifestare, di esprimere il dissenso e anche di arrabbiarci.

Un giornalismo degno di questo nome, alla Tommaso Besozzi, dovrebbe porre una domanda, al governante di turno: ma lo fate apposta a lasciar degenerare le situazioni, per poi ridurre il dissenso? La risposta, io credo, sta tutta nella domanda.

(Per la ricerca sui giornali, l’autore ha utilizzato come strumento il modello di Intelligenza Artificiale Claude Opus 5.5)

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