Per capire che è tempo di cambiare vita, a volte bisogna mettersi in cammino. Per Antonio Di Vico, grafico che ha coltivato per una decina d’anni il sogno di attraversare l’India a piedi, la partenza nasce dalla distanza sempre più netta tra l’esistenza che conduceva e quella che sentiva davvero sua. Raccontato nel libro Tutta la polvere dell’India. 1800 chilometri a piedi tra bestie, banditi e dèi, pubblicato da Ediciclo Editore, il viaggio diventa un confronto con la fatica, la solitudine, la generosità degli sconosciuti e le molte anime di un Paese impossibile da racchiudere in un’unica definizione.

Di Vico non raggiunge Kanyakumari, la meta fissata nell’estremo sud del subcontinente, ma si ferma a Mumbai dopo 1.811 chilometri. Non trova l’illuminazione forse attesa, ma scopre che un viaggio può lasciare un segno profondo anche quando non segue i piani. Su iniziativa di Luigi Licci, noto libraio di “Gulliver – Libri per Viaggiare”, l’autore presenterà il volume a Verona martedì 20 ottobre alle 19, in Sala Africa, al Museo Africano.

Di Vico, quando ha capito che era il momento di cambiare direzione e partire per l’India?

«Coltivavo da una decina d’anni il sogno di attraversare l’India a piedi, ma forse nemmeno io credevo davvero che lo avrei realizzato. La svolta è arrivata quando ho capito che, per continuare il mio lavoro, avrei dovuto assumere psicofarmaci. Mi sono reso conto che non stavo vivendo una vita naturale, adatta a me. La psicoterapia mi ha aiutato moltissimo, ma il problema era più profondo: quell’esistenza non mi apparteneva più. Avevo tutto, anche una posizione che dall’esterno poteva apparire prestigiosa, ma non la serenità. Più che una scelta di coraggio, è stata una necessità: mi sentivo con le spalle al muro. E affrontare i pericoli del viaggio, paradossalmente, mi faceva sentire vivo».

Che cosa cercava in India e quanto la realtà incontrata lungo il cammino era diversa dall’immagine che aveva prima di partire?

«Parlo spesso dell’India come di uno specchio e di un diamante. Uno specchio, perché ti pone davanti ai tuoi pregiudizi, ai preconcetti e a ciò che sei; un diamante, perché presenta migliaia di sfaccettature, impossibili da cogliere tutte. È difficile persino accordarsi su che cosa sia davvero l’India. La conoscevo già da circa vent’anni, ma questa volta non l’ho attraversata da turista: ero un pellegrino, un viandante. Spesso dipendevo dalle persone incontrate, anche solo per mangiare o trovare un riparo. In alcuni tratti non c’erano strutture né negozi e ho dovuto affidarmi alla generosità di chi possedeva pochissimo, ma condivideva con me quel poco.»

L’India è un Paese immenso, segnato da forti contraddizioni…

«Il mio punto di osservazione si muoveva tra gli estremi: sono entrato nelle case più umili, ma sono stato ospitato anche in alberghi a cinque stelle. Ho conosciuto una delle tante Indie possibili, in un preciso momento storico. Tornandoci di recente, l’ho trovata profondamente cambiata e, per alcuni aspetti, peggiorata: avverto il peso del capitalismo, dello sfruttamento delle risorse, del populismo e di un materialismo sempre più diffuso. È doloroso assistere a queste trasformazioni, ma l’India è troppo complessa per pretendere di giudicarla fino in fondo dall’esterno.»

Antonio Di Vico nel corso del suo pellegrinaggio

Durante un cammino così lungo e solitario, ha mai pensato di non farcela o di avere sbagliato scelta? Che cosa l’ha spinta a proseguire?

«Almeno un paio di volte sono stato sul punto di prendere un autobus e interrompere tutto. Mi ero proposto di percorrere circa quattromila chilometri: la meta era dunque molto più lontana dei 1.811 che ho effettivamente camminato. Ricordo una sera in cui non riuscivo a trovare un posto per dormire e mi maledicevo, chiedendomi che cosa stessi facendo e che cosa sperassi di ottenere. Se avessi avuto un treno o un autobus a portata di mano, probabilmente sarei salito per andarmene a casa e non tornare mai più.»

È stata quasi una fortuna non averlo avuto a disposizione…

«Il giorno seguente, infatti, è stato uno dei più belli del viaggio. Ho camminato a lungo sotto la pioggia, senza ombrello, provando una sensazione quasi di benedizione e purificazione. A sostenermi era, credo, la consapevolezza di compiere qualcosa di importante per la mia anima e la mia esistenza. Sentivo che quel cammino, con tutte le sue difficoltà, faceva parte del mio destino. Non so quale parte di me continuasse a spingermi avanti. Quando mi sono fermato a Mumbai, non l’ho vissuto come una resa, ma come la fine di un capitolo: avevo ricevuto ciò che cercavo, seppure in una forma diversa da quella immaginata.»

È partito alla ricerca di se stesso, ma il viaggio si è concluso a Mumbai, lontano da Kanyakumari e senza una rivelazione definitiva. Che cosa ha trovato lungo la strada?

L’arrivo di Di Vico al Gate of India a Mumbai

«C’è una frase a cui tengo molto: camminare per due milioni di passi senza raggiungere uno straccio di illuminazione. Forse avevo la presunzione di guarire il mio cuore e, insieme, di giungere a una rivelazione. Non è accaduto, ma sono maturate molte altre consapevolezze. Il viaggio mi ha aiutato a smussare alcuni dolori e a fare pace con certe sofferenze.»

Una volta tornati alla quotidianità, quanto è difficile custodire gli insegnamenti di un’esperienza simile?

«È difficile conservare a lungo le sensazioni e gli insegnamenti maturati durante il viaggio. Ci si prova, ma la quotidianità, con i suoi problemi, finisce inevitabilmente per fagocitarti e allontanarti da quella dimensione quasi onirica vissuta lungo il cammino. Oggi distinguo tra Antonio Di Vico e Vagaboots, il mio soprannome. È un modo per restare fedele alla direzione intrapresa con questa esperienza: non un’avventura in senso stretto, ma soprattutto un percorso spirituale e interiore.»

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