La bellezza, al Festival della Bellezza, non è mai stata soltanto una questione di forme. Da tredici edizioni il festival ideato dall’Associazione Idem e diretto artisticamente da Alcide Marchioro e Alessandra Zecchini, prova piuttosto a cercare quello che sta dietro le forme: il significato, l’immaginario, le domande che un’opera, un luogo o una parola continuano a lasciare aperte. È anche per questo che il ritorno al Teatro Romano di Verona non assomiglia semplicemente a un rientro a casa. Dopo aver attraversato l’Italia e alcuni dei suoi luoghi più carichi di storia, il festival torna nel luogo che ne ha accompagnato il percorso fin dagli inizi.

Dal 24 al 30 settembre, sei serate riportano dunque la manifestazione sul colle di San Pietro. Al centro c’è il tema della XIII edizione, “Il Simbolico”, parola che contiene già l’idea di un passaggio: dal visibile all’invisibile, dall’oggetto al significato, dalla realtà immediata a ciò che la rappresenta e la trascende.

Si comincia il 24 settembre con Donato Carrisi, alla sua prima partecipazione al Festival della Bellezza. In Thriller! La mente tra labirinti e simboli, lo scrittore porta sul palco un one man show costruito per l’occasione. Il territorio è quello che gli è più congeniale: indizi, ossessioni, paure, tracce disseminate nella normalità. Ma il thriller diventa qui soprattutto una porta d’ingresso nella mente. Il labirinto non è soltanto quello della storia raccontata, ma quello della coscienza, dove ogni simbolo può diventare un indizio e ogni indizio condurre verso qualcosa che non avevamo intenzione di vedere.

Alessandro Bergonzoni

Il 25 settembre sarà invece la lingua imprevedibile di Alessandro Bergonzoni a impossessarsi del Teatro Romano. Non bello ma gnifico (il simbolico: dall’embolico all’eolico, in un soffio) è già, fin dal titolo, un piccolo manifesto del suo modo di stare dentro le parole. Bergonzoni prende il linguaggio, lo piega, lo scompone e lo ricompone fino a farne emergere possibilità inattese. Il simbolico, nel suo caso, passa anche attraverso il cortocircuito linguistico: la parola non descrive soltanto il mondo, può deformarlo e quindi permetterci di guardarlo diversamente.

Sabato 26 settembre arriva Stefania Andreoli, psicoterapeuta e divulgatrice, anche lei per la prima volta al festival, con Il sabato delle parole e il simbolico. È probabilmente uno degli appuntamenti in cui il tema dell’edizione trova la sua formulazione più diretta: la psicoanalisi come cura della parola, il linguaggio come strumento attraverso cui costruiamo identità e relazioni. Il simbolo non è qualcosa di astratto e distante, ma abita il modo in cui parliamo, interpretiamo gli altri e raccontiamo noi stessi. “Di noi si salverà chi non perderà l’astrazione”, suggerisce il titolo, riportando al centro una capacità che il presente tende spesso a sacrificare: quella di andare oltre l’immediato.

Dopo una pausa il festival riprende il 28 settembre con Arianna Porcelli Safonov e Technocatechismo, monologo teatrale inedito che affronta con ironia il rapporto tra tecnologia, spiritualità e contemporaneità. La liturgia algoritmica diventa il nuovo orizzonte simbolico di una società che ha dismesso alcuni riti senza necessariamente smettere di aver bisogno di credere in qualcosa. La domanda, allora, è cosa accade quando il sacro perde i suoi luoghi tradizionali e ricompare sotto altre forme, dentro gli schermi, gli algoritmi, le piattaforme e le nuove liturgie quotidiane.

Arianna Porcelli Safonov

Il 29 settembre toccherà a Umberto Galimberti, presenza ormai storica del festival, con Il simbolico sotteso alla follia dell’arte e alla follia d’amore. Il filosofo parte dalla “mania”, dal rapporto con il divino che attraversa la cultura greca, per accostare due esperienze apparentemente lontane: quella ispirata dalle Muse e quella di Afrodite. Arte e amore condividono così una forma di rapimento, la sospensione delle regole ordinarie, la tensione verso qualcosa che porta l’uomo oltre la misura quotidiana. Anche qui il simbolo diventa una soglia: ciò che vediamo rimanda a qualcosa che non si esaurisce nel visibile. La stessa lectio è stata proposta dal festival ad agosto nei Templi di Selinunte, a conferma di una costruzione tematica che accompagna l’edizione lungo luoghi e contesti differenti.

A chiudere il ciclo veronese, il 30 settembre, sarà Massimo Recalcati con Poetica del resto. Anselm Kiefer. L’artista tedesco diventa il punto di partenza per una riflessione sulla materia, sulla memoria e sulla capacità di trasformare rovine e macerie in nuove forme. È forse il passaggio più esplicitamente legato alla possibilità che il resto non coincida con ciò che rimane dopo la fine, ma rappresenti invece una forma di resistenza. La “restanza” evocata dal festival diventa una scintilla che sopravvive alla distruzione, mentre la ferita può trasformarsi in poesia.

È questo, in fondo, il filo che tiene insieme sei serate molto diverse. Il Festival della Bellezza non propone un percorso disciplinare, ma una costellazione. Thriller e psicoanalisi, teatro e filosofia, tecnologia e arte si incontrano perché partono dalla stessa domanda: quanto di ciò che vediamo esiste anche oltre ciò che vediamo?

Massimo Recalcati

Il Teatro Romano diventa così non soltanto il contenitore degli appuntamenti, ma parte integrante del racconto. La tredicesima edizione si sviluppa infatti lungo un itinerario nazionale che coinvolge luoghi storici e artistici, dal Teatro Olimpico di Vicenza al Vittoriale, da Villa Medici a Roma al Castello Sforzesco di Milano, dai templi di Selinunte alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia. Il sito ufficiale del festival elenca per il 2026 un articolato percorso attraverso monumenti, ville, musei, siti archeologici e spazi d’arte italiani.

In questa geografia, Verona resta uno dei punti cardinali della manifestazione. Ed è significativo che proprio qui, davanti alla stratificazione millenaria del Teatro Romano, il festival scelga di concludere il proprio percorso cittadino parlando di simboli. Perché un luogo come questo è già, prima ancora che inizi una lectio o un monologo, una macchina simbolica: pietra, memoria, spettacolo, rovina, permanenza.

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