Dal 18 al 20 settembre torna Tocatì, arrivato alla sua 24ª edizione, e per il terzo anno il Festival Internazionale dei Giochi Tradizionali avrà il suo cuore in Veronetta. Una scelta che negli ultimi anni ha allargato la geografia della manifestazione senza cambiarne la natura: portare il gioco fuori dalla dimensione della semplice esibizione e trasformarlo in un modo per attraversare la città, incontrare comunità, conoscere tradizioni e mettere in relazione persone che difficilmente avrebbero un altro motivo per trovarsi nella stessa piazza.

Diego Caloi, presidente dell’Associazione Giochi Antichi di Verona

A guidare questa nuova edizione sarà l’Irlanda, Paese ospite d’onore con una presenza destinata a lasciare il segno. La delegazione irlandese sarà infatti la più grande mai arrivata a Tocatì, con circa 300 partecipanti. Hurling, camogie, Gaelic football, handball, rounders, musica, danza e altre tradizioni porteranno a Verona un pezzo di quella cultura sportiva e comunitaria che in Irlanda non appartiene soltanto allo sport, ma costituisce una vera forma di identità collettiva.

«La scelta dell’Irlanda nasce anche dalle relazioni costruite negli anni», racconta Diego Caloi, da aprile 2026 presidente dell’Associazione Giochi Antichi, che organizza il Tocatì insieme al Comune di Verona. «È uno degli aspetti meno visibili, ma forse più importanti, della manifestazione: il festival non nasce ogni anno da una pagina bianca, ma da una rete internazionale costruita nel tempo, incontro dopo incontro, comunità dopo comunità, fino a trasformarsi in un appuntamento capace di attirare a Verona persone che arrivano da molto lontano.»

E quest’anno quella dimensione internazionale avrà anche una particolare declinazione europea. La presenza irlandese a Tocatì è stata infatti riconosciuta come Associated Presidency Event nell’ambito della Presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea, in corso dal luglio al dicembre 2026. Non è un dettaglio protocollare. Gli eventi associati alla Presidenza sono pensati proprio per portare i temi e lo spirito della Presidenza fuori dai palazzi istituzionali, attraverso iniziative culturali, educative e di comunità.

In questo senso Tocatì sembra quasi il luogo ideale per raccontare un’Europa diversa da quella delle istituzioni. Un’Europa fatta di persone che si incontrano, di pratiche che resistono, di lingue differenti che non hanno bisogno di traduzione quando il gioco comincia.

Il gioco come patrimonio

È questa, del resto, la scommessa su cui Tocatì ha costruito la propria storia. Nato nel 2003 dall’esperienza di un gruppo di giocatori di s-cianco, il festival è cresciuto fino a diventare una delle più importanti esperienze italiane dedicate al patrimonio culturale immateriale. Nel 2022 il programma Tocatì è stato riconosciuto dall’UNESCO come Good Safeguarding Practice, primo e tuttora unico caso italiano inserito in questo specifico registro.

Ma il riconoscimento, per quanto prestigioso, racconta soltanto una parte della storia. L’altra sta nelle persone. Nei giocatori che arrivano da comunità lontane, negli artigiani che costruiscono gli strumenti del gioco, nei volontari, nei bambini che guardano e poi provano, negli adulti che scoprono di ricordare qualcosa che pensavano di aver dimenticato. «Tocatì ha creato una memoria generazionale», spiega ancora Caloi. «Molti dei ragazzi che oggi lavorano come volontari al festival lo frequentavano da bambini. Sono cresciuti dentro quelle piazze e ora, a loro volta, le restituiscono ad altri.»

Quest’anno i nuovi volontari saranno più di 50 e porteranno il totale della squadra oltre quota 200. Numeri che raccontano un’altra dimensione della manifestazione: «Tocatì non è soltanto ciò che il pubblico vede nei tre giorni di settembre, ma anche tutto ciò che accade prima e dopo, nelle relazioni che si costruiscono e nelle comunità che continuano a giocare quando le transenne vengono tolte.»

È forse questo il modo più interessante per misurare la capacità di un festival culturale di lasciare una traccia. Non contando soltanto gli spettatori, ma osservando ciò che succede a chi, per la prima volta, scopre un gioco e decide di continuare a praticarlo.

Veronetta, per il terzo anno

Il centro della manifestazione sarà ancora una volta Veronetta. Le strade e le piazze del quartiere diventeranno una grande mappa del gioco, con oltre cento attività distribuite nel fine settimana. L’apertura ufficiale è prevista venerdì 18 settembre alle 17.30 in piazza XVI Ottobre. Il rapporto con Veronetta, arrivato al terzo anno, sembra ormai qualcosa di più di una semplice scelta logistica. Tocatì ha imparato a muoversi in questo quartiere e, allo stesso tempo, ha contribuito a farlo conoscere a una parte del pubblico veronese che forse lo attraversava senza mai fermarsi.

È uno degli effetti curiosi dei grandi appuntamenti culturali: a volte non portano soltanto visitatori in un luogo, ma permettono agli stessi abitanti di guardarlo con occhi diversi. Per Caloi, «il gioco deve continuare a essere il filo che tiene insieme tutto: sport, musica, artigianato, gastronomia, riflessione, ricerca e soprattutto comunità.» E quest’anno anche l’Università di Verona avrà un ruolo più evidente, con il Forum della Cultura Ludica nel prestigioso Palazzo Giuliari e l’apertura degli spazi per tutto il weekend (anche sabato pomeriggio e domenica, a differenza degli anni precedenti) del parco della Santa Marta, creando un collegamento fisico e simbolico con il quartiere.

Quattro patrimoni UNESCO

L’edizione 2026 porta con sé anche una coincidenza particolarmente suggestiva. Per la prima volta Tocatì metterà in relazione, nello stesso festival, quattro riconoscimenti UNESCO: il programma Tocatì come buona pratica di salvaguardia del patrimonio immateriale, le mura di Verona come patrimonio mondiale e, attraverso la presenza irlandese, due elementi riconosciuti dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale, l’hurling e la tradizione delle uilleann pipes.

È un incrocio che dice molto della filosofia del festival. Il patrimonio non è soltanto qualcosa da conservare dietro una teca. Può essere una città, un muro, uno strumento musicale, una pratica sportiva, una festa. Può soprattutto essere qualcosa che continua a essere usato, trasmesso e reinventato. Per questo il gioco, apparentemente così lontano dal linguaggio delle grandi politiche culturali, diventa invece una lente sorprendentemente efficace per capire come funziona una comunità.

Dall’Irlanda a Urbino

Accanto all’Irlanda, Tocatì ospiterà quest’anno anche Urbino e il suo territorio, scelti come ospite italiano. Il rapporto nasce da una riflessione sul patrimonio materiale e immateriale: da una parte una città universalmente riconosciuta per il proprio patrimonio storico e artistico, dall’altra tradizioni vive che continuano a essere praticate dalle comunità.

Da Urbino arriveranno, tra gli altri, i protagonisti del volo degli aquiloni, gli spettacoli degli uomini sui trampoli e la boccia da lunga. Anche qui la logica è quella di Tocatì: non mettere in vetrina una tradizione, ma farla accadere davanti alle persone. È una differenza sottile, ma decisiva. Un museo racconta ciò che è stato. Un gioco, quando qualcuno lo pratica, racconta anche ciò che può ancora essere.

L’Irlanda porterà con sé anche una piccola rivoluzione logistica. Per la prima volta nella sua storia Tocatì uscirà dai confini del Comune di Verona. Circa 150 componenti della delegazione irlandese saranno infatti coinvolti nelle semifinali e nelle finali del campionato europeo di Gaelic football, in programma presso i campi sportivi di Sommacampagna.

Quattro campi contemporaneamente, squadre italiane provenienti da Roma e Milano, e poi il ritorno a Verona per le premiazioni e per continuare la festa. È quasi un paradosso: il festival che porta il mondo a Verona, per una volta, farà anche il percorso inverso.

Dal gioco alla musica

La contaminazione sarà uno dei temi della tre giorni. Accanto alle competizioni e alle dimostrazioni troveranno spazio musica, danza, gastronomia, incontri, laboratori e il Forum della Cultura Ludica. La collaborazione con la scena musicale, attraverso Play the Beat, porterà inoltre il gioco dentro una dimensione contemporanea, con DJ set e contaminazioni musicali originali.

Anche il programma di avvicinamento al festival racconta questa vocazione: dalla musica irlandese alle iniziative veneziane dedicate al confronto tra competenze artigianali, fino agli incontri sui rischi legati all’azzardo, ai social e ai videogiochi. Perché parlare di gioco oggi significa anche interrogarsi sul confine tra gioco e consumo, tra libertà e dipendenza, tra socialità e solitudine.

Diego Caloi gioca a s-cianco in piazza XVI Ottobre

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