Passeggiare per una città significa attraversare anche la sua memoria. Vie, piazze e monumenti raccontano chi una comunità ha scelto di onorare e di consegnare alle generazioni future come esempio. Ma quei nomi sono davvero sempre condivisibili? La domanda torna periodicamente nel dibattito pubblico e riguarda anche Verona, dove uno degli snodi più importanti tra il centro storico e Borgo Trento porta il nome del generale Luigi Cadorna. Un’intitolazione che, alla luce del giudizio ormai consolidato di gran parte della storiografia sulla sua condotta durante la Prima guerra mondiale, continua a suscitare interrogativi.

Il generale della Grande Guerra e il prezzo pagato dai soldati

Comandante del Regio Esercito dall’ingresso dell’Italia nel conflitto, nel maggio 1915, fino alla disfatta di Caporetto nell’ottobre 1917, Luigi Cadorna impostò la guerra secondo una concezione militare ormai superata, fondata sugli assalti frontali contro posizioni fortificate. Le undici battaglie dell’Isonzo costarono centinaia di migliaia di morti e feriti senza produrre risultati strategici proporzionati ai sacrifici imposti alle truppe.

A rendere particolarmente controversa la sua figura non furono soltanto le scelte tattiche, ma anche il modello di comando. Cadorna riteneva che un esercito composto in larga parte da contadini provenienti da regioni diverse, spesso analfabeti e privi di una comune identità nazionale, potesse essere governato esclusivamente attraverso la disciplina assoluta. La cieca obbedienza divenne così il cardine della sua strategia, accompagnata da una repressione che non trovò eguali, per intensità e sistematicità, negli altri eserciti occidentali impegnati nel conflitto.

Luigi Cadorna

Tra i provvedimenti più discussi vi fu il ricorso alla decimazione, reintrodotta nel novembre 1916. Quando non era possibile individuare i responsabili di episodi di insubordinazione o di ritirate non autorizzate, veniva sorteggiato un soldato ogni dieci perché fosse fucilato come esempio per il reparto. I tribunali militari italiani emisero oltre quattromila condanne a morte, circa settecentocinquanta delle quali vennero eseguite, alle quali si aggiunsero numerose esecuzioni sommarie ordinate direttamente sul campo. In una celebre circolare del 1915, Cadorna invitava gli ufficiali a “passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi”. In alcuni casi reparti di carabinieri e soldati armati di mitragliatrici furono schierati alle spalle delle linee italiane con l’ordine di sparare sui commilitoni che avessero esitato ad avanzare o avessero tentato di ritirarsi.

Un altro capitolo particolarmente controverso riguarda i circa seicentomila soldati italiani finiti prigionieri degli austro-ungarici e dei tedeschi. Convinto che molti si fossero arresi volontariamente per sottrarsi alla guerra, Cadorna ostacolò l’invio di aiuti alimentari e pacchi della Croce Rossa destinati ai campi di prigionia. Una scelta che contribuì ad aggravare le condizioni dei prigionieri italiani, provocando decine di migliaia di morti per fame e malattie.

Il sistema disciplinare imposto dall’alto comando produsse l’effetto opposto rispetto a quello sperato. La distanza tra ufficiali e soldati si trasformò progressivamente in una frattura profonda. Quando nell’ottobre 1917 l’esercito austro-tedesco sfondò il fronte a Caporetto, il collasso fu anche psicologico: migliaia di militari, stremati da due anni di guerra combattuta in condizioni estreme e da un comando percepito come ostile, abbandonarono le posizioni o si arresero. Dopo la disfatta, Cadorna attribuì le responsabilità alla presunta codardia della truppa, senza riconoscere i limiti della propria strategia.

Ponte della Vittoria, visto da Piazzale Cadorna – Foto di Osvaldo Arpaia

L’8 novembre 1917 il generale venne sostituito da Armando Diaz, che avviò una profonda trasformazione del rapporto tra comando e soldati. Le decimazioni e le esecuzioni sommarie furono abbandonate, aumentò la presenza degli ufficiali nelle trincee e si cercò di ricostruire il morale delle truppe. Quel cambiamento, unito alla necessità di difendere il territorio nazionale dopo Caporetto e a una diversa impostazione tattica, contribuì alla riscossa culminata nella Battaglia del Solstizio e, pochi mesi dopo, nella vittoria di Vittorio Veneto.

Nonostante il giudizio critico maturato già all’indomani della guerra, nel 1924 il regime fascista riabilitò parzialmente Luigi Cadorna, conferendogli il titolo di Maresciallo d’Italia nell’ambito di una più ampia operazione di costruzione della memoria patriottica nazionale. È anche in quel contesto che molte città italiane dedicarono al generale strade, piazze e piazzali, intitolazioni che ancora oggi sopravvivono.

Tre generazioni, tre idee diverse di servizio allo Stato

La vicenda assume contorni ancora più singolari se si osserva la storia della famiglia Cadorna nel suo complesso. Quella dei Cadorna rappresenta infatti una delle più importanti dinastie militari italiane, ma i suoi protagonisti hanno incarnato stagioni e valori profondamente diversi.

Il padre di Luigi, Raffaele Cadorna (1815-1897), fu uno dei protagonisti del Risorgimento. Partecipò alle guerre d’indipendenza, guidò il corpo di spedizione piemontese in Crimea e, soprattutto, il 20 settembre 1870 comandò le truppe italiane che entrarono a Roma attraverso la Breccia di Porta Pia, completando il processo di unificazione nazionale. Successivamente fu nominato senatore del Regno e si dedicò all’attività politica.

Il figlio di Luigi, anch’egli di nome Raffaele Cadorna (1889-1973), percorse invece una strada quasi opposta rispetto a quella del padre. Ufficiale durante la Prima guerra mondiale, dopo l’8 settembre 1943 rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e partecipò alla difesa di Roma contro i tedeschi. Nel 1944 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia lo scelse per guidare militarmente il Corpo Volontari della Libertà, affidandogli il delicato compito di coordinare le diverse anime della Resistenza insieme a Ferruccio Parri e Luigi Longo. Dopo la Liberazione fu nominato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e, conclusa la carriera militare, sedette in Senato nelle file della Democrazia Cristiana.

Statua equestre di Ponte della Vittoria, visto da Piazzale Cadorna – Foto di Osvaldo Arpaia

La memoria pubblica tra storia e riconoscimento

Tre generazioni, tre figure profondamente diverse: il protagonista del Risorgimento, il comandante della Grande Guerra al centro di una delle pagine più controverse della storia italiana e il generale che contribuì alla Liberazione dal nazifascismo. Proprio questo contrasto rende ancora più attuale la riflessione sul significato delle intitolazioni pubbliche.

Una città non cancella la storia quando decide di riconsiderare i propri simboli. Al contrario, sceglie quali valori ritiene oggi degni di essere ricordati ogni giorno da chi attraversa una piazza o percorre una strada. Anche Verona, con il suo piazzale Cadorna, è chiamata a interrogarsi su questa eredità.

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