E così Roberto Mancini è il nuovo commissario tecnico degli Azzurri. Dopo la sua quinquennale esperienza sulla panchina italiana tra il 2018 e il 2023, Mancini ha nuovamente accettato l’incarico offertogli dal presidente della FIGC Giovanni Malagò, firmando un contratto da due milioni a stagione con scadenza fissata al 2030.

Nel bel mezzo di uno scontro a ritmo di frecciatine e dichiarazioni taglienti fra il Ministro dello Sport Abodi e lo stesso Presidente Federale Malagò, si inserisce una figura pericolosamente controversa nell’eterna ricerca della rivoluzione del sistema calcio tanto decantata nell’ultimo mese. Perché se dopo l’addio di Maldini e Leonardo il teatrino messo in scena dalle più alte cariche dello sport in Italia, piuttosto che sul calcio ha virato su una partita di tennis a dritti di “è colpa tua” e rovesci di “no, non è vero sei stato tu” – lasciando allo spettatore il beneficio della telenovela – la figura di Roberto Mancini mette tutti d’accordo sotto il punto di vista etico.

Le modalità con le quali il Mancio ha salutato l’Italia nel 2023 sono purtroppo note, ma soprattutto indifendibili. Altrettanto lo sono quelle del ritorno. Questa volta non tanto per codardaggine e sete di denaro, ma per la responsabilità decisionale di riportare Mancini Ct ricaduta sulle spalle proprio di Malagò stesso, e non del direttore tecnico disegnato. Ovvero il primo punto che la tanto acclamata rivoluzione avrebbe dovuto portare con sé.

Ma siccome del becero tentativo di insabbiare l’ennesima ripugnante figura ne abbiamo discusso pochi giorni fa sempre qui su Heraldo, oggi preferiamo parlare di calcio giocato sul campo. E che piaccia o meno, l’ultimo bagliore emanato dagli Azzurri in termini di performance tecnico-agonistica è arrivato ad Euro 2021, quando sulla panchina della nazionale sedeva proprio Roberto Mancini. Accanto a lui Luca Vialli, che è sempre doveroso ricordare.

Un modulo “aggressivo”

Tre numeri che messi consecutivamente danno vita al modulo che Roberto Mancini ri-adotterà per gli Azzurri a partire dalla Nations League di settembre. Un modulo ibrido e facilmente variabile, come ben ricordiamo dalla penultima edizione degli Europei. E già qui il cambio di rotta rispetto all’arcaico 3-5-2 di Gattuso è netto. Arcaico non tanto per il modulo in sé, dato che rappresenta la disposizione maggiormente adottata in Italia – dalla Serie A alla Serie C. Arcaico per la staticità delle scelte adottate in relazione al modulo stesso.

Emblematici, specie nella disfatta di Zenica, sono stati Dimarco e Bastoni. Il primo bloccato nella propria metà campo come terzino di contenimento. Il secondo posto in cabina centrale senza spazio per manovrare nella sua zona di competenza preferita: il braccetto di sinistra. 3-5-2 significa anche niente esterni d’attacco a puntare l’uomo, e questo è stato un altro tema emerso dopo la partita contro la Bosnia. Specie osservando gli indemoniati Bajraktarevic e Alaijbegovic.

Questa disposizione impaurita e passiva, almeno da un punto di vista tattico, sparirà con l’arrivo di Mancini. Non a caso, nella vittoria di Euro 2021, i due giocatori più impattanti nel blocco squadra sono stati proprio Spinazzola e Chiesa. Il primo un terzino che in fase offensiva aveva diritto e dovere di attaccare l’ultimo terzo di campo, dribblare, crossare e creare superiorità numerica. Il secondo un’ala d’attacco volta a ricercare l’uno contro uno, strappare in lungo e puntare la linea avversaria. Tutto ciò che è mancato nella terribile parentesi gattusiana sulla panchina azzurra.

In un ipotetico 4-3-3 con Dimarco terzino di sinistra e Bastoni centrale sul medesimo lato, la salita in avanti di Dimarco permetterebbe a Bastoni di scalare in quella zona di centrosinistra, zona in cui si eleva a migliore del mondo.

Il blocco Inter

Non è un caso che i due giocatori appena citati vestano la maglia neroazzurra. Non è un caso che il blocco Inter, costitutente una buona fetta di convocati alle ultime qualificazioni al Mondiale, sia stato ampiamente criticato. Sulla coerenza della critica si può stare a discutere, su come la disposizione in campo abbia o meno favorito i singoli no.

Chiaramente per le convocazioni ufficiali di settembre ancora ci sarà da aspettare. Che il blocco Inter si ripresenti compatto e in buon numero, però, è certo. Bastoni, Dimarco e Barella sono i tre migliori giocatori della Nazionale, con Pio Esposito scalpitante per un posto da titolare lì davanti. Barella, tra i quattro, è l’unico ad essere stato titolarissimo con Mancini. Con lui ritroverà quella posizione di mezz’ala box to box pura che, vuoi per cambi di allenatore e rivoluzioni di sistema, aveva smesso di ricoprire nelle ultime annate in neroazzurro. E questa non può essere altro che una notizia positiva.

Il tasto dolente: la punta

Per quanto riguarda Pio Esposito, invece, si arriva inevitabilmente a toccare un tema delicato, specie se in chiave nazionale: il centravanti. Sull’Europeo di Ciro Immobile si potrebbero scrivere due libri. La prima penna sarebbe quella degli scettici, spesso a spada tratta, verso il bomber laziale. La seconda quella dei sostenitori accaniti, con il peso dei fallimenti dei successivi numeri nove a portare acqua al proprio mulino.

Lasciando a casa il tifo da stadio, però, l’oggettività che Euro 2021 ha portato con se è stata quella di una formazione la cui punta non era chiamata ad attaccare lo spazio, ma a giocare costantemente spalle alla porta. Dialogando con le mezze ali per liberare gli esterni. E, guarda caso, parliamo proprio del compito in cui Pio, alla sua primissima stagione in Serie A, ha eccelso con continuità da esperto e leadership da senatore.

Nonostante Mancini e Ranieri siano le terze scelte per il “Progetto Calcio Italiano“, nella conferenza di presentazione hanno entrambi ripreso l’oramai spasmodica e ridondante filippica sui giovani italiani e sul talento individuale. Speriamo che si ricordino allora di Pio Esposito. Forse ad oggi il giovane italiano più talentuoso fra i papabili singoli convocati.

“L’importante è avere giocatori tecnici”

Così Mancini ha esordito nella conferenza di presentazione alla domanda “Come gestirà questa squadra orfana di tante personalità rispetto al 2021?” Le istantanee più nitide di quell’europeo, vuoi per folklore, vuoi per iconicità del traguardo in sé, sono tutte circoscritte all’esterno del campo.

Attenendosi al rettangolo di gioco, però, ci sono due dettagli passati inspiegabilmente inosservati rispetto al reale impatto che hanno avuto. I due dettagli portano il nome di Jorginho e Verratti. Chiaro che per una formazione impaurita e attendista come quella osservata a Zenica avere due palleggiatori di questo calibro a poco serve. Nell’idea di calcio Manciniana, però – sempre che queste predizioni trovino coerenza efffettiva – la loro centralità sarebbe inconfutabile.

Il centrocampo tricolore, però, ad oggi non vede la firma né nell’ex Chelsea, né tantomeno di Verratti. E qui si apre il terzo grande dilemma: il play davanti alla difesa. Locatelli, per gerarchie, sarebbe il primo, ma le critiche a cui è esposto con la Juve riecheggiano anche quando la maglia indossata porta il colore azzurro e non bianconero. Ci sarebbe Fagioli, scelto da Spalletti ad Euro 2024 per la sfida contro la Svizzera. Non andò molto bene. E poi? E poi più nessuno. Non il migliore degli inizi, specie se nel ruolo dove “IL giocatore tecnico” necessita transitare. Specie se al momento dell’addio nel 2023, di interpreti sopraffini Mancini ne aveva disposizione persino due.

I leader si troveranno, forse.

Alla domanda su chi saranno le colonne portanti della nuova Italia, un’Italia orfana di Bonucci, di Chiellini, di Verratti, di Jorginho, di un Chiesa già leader silenzioso oltre che uomo squadra, Mancini ha risposto che i futuri capitani “si troveranno”, ma che per lui conta soprattutto avere giocatori tecnici. È una dichiarazione che suona bene, che asseconda un sentimento diffuso, quello per cui il calcio italiano debba finalmente affrancarsi da vecchie zavorre tattiche e affidarsi al talento puro, ai giovani, alla tecnica sopra ogni cosa. Da anni questa filippica sul talento viene ripetuta come un mantra collettivo, quasi un esorcismo contro un passato ritenuto troppo rigido, difensivo e poco spettacolare. Ed è comprensibile che un CT, nel giorno della propria presentazione, scelga di intercettare quell’umore piuttosto che contraddirlo.

Ma proprio per questo la risposta di Mancini rischia di essere figlia più della retorica che la piazza vuole sentirsi ripetere, che di un’analisi lucida dei bisogni reali di questa Nazionale. Dire “i leader si troveranno” è un atto di fede, non una strategia. La leadership non è una proprietà emergente che si manifesta spontaneamente non appena si mettono in campo abbastanza giocatori bravi con il pallone tra i piedi. È una competenza a sé, fatta di esperienza, di autorevolezza guadagnata negli spogliatoi, di capacità di prendersi la responsabilità nei momenti in cui la partita si complica. Bonucci e Chiellini non erano soltanto difensori affidabili. Erano il tessuto connettivo di una squadra che, tecnicamente, non era la più dotata d’Europa, ma che sapeva reggere l’urto quando le cose si mettevano male. Quella componente lì non si allena con le esercitazioni di possesso palla. Tantomeno arriva per decreto solo perché il CT ha deciso che ci sarà.

Il vero equilibrio che Mancini dovrà costruire, allora, non è tra un modulo e l’altro, ma tra due esigenze che rischiano di essere trattate come sovrapponibili quando in realtà vanno perseguite separatamente: da un lato la qualità tecnica, che il calcio italiano produce ancora in abbondanza nei propri settori giovanili; dall’altro una struttura caratteriale che va identificata, coltivata e protetta con la stessa cura riservata alla costruzione del gioco. Una propria identità, insomma. Un altro punto cardine del progetto Maldini-Leonardo, ormai abortito miseramente. Senza questo secondo pilastro, anche la squadra più tecnica e più giovane rischia di sgretolarsi proprio nei momenti in cui, un tempo, una strattonata al colletto di Bukayo Saka bastava per tenere tutti in piedi.

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