La pirateria uccide il calcio. Ripetiamolo insieme, facciamone un mantra. La pirateria uccide il calcio. Luigi De Siervo, AD della Serie A, ce lo ripete costantemente da anni. La pirateria uccide il calcio. Fino a ieri lo guardavo con lo stesso sguardo attonito di un turista giapponese di fronte al tabellone con i ritardi dei treni in una qualsiasi stazione italiana. Oggi, dopo il grottesco teatrino sulla scelta del nuovo CT della Nazionale, comincio a pensare che, in fondo, possa davvero aver ragione lui. Ma su questo ci arriveremo alla fine.

Partiamo dall’unico dato certo: la figura fatta dall’intero sistema-calcio italiano in quest’ultima settimana è andata ben oltre l’imbarazzante. Un circo Barnum in cui nulla può essere preso realmente sul serio e dove, per tentare una qualsiasi riflessione sul tema, è necessario liberarci dalle personali opinioni, o antipatie, verso Pirlo, Conte, Maldini e tutti gli altri protagonisti della vicenda. Così da poter guardare alle cose, almeno oggi, per quello che sono. Senza tifoserie.

Oltre lo specchio

Il calcio è lo specchio del paese”. Una delle formule più utilizzate, e abusate, ogniqualvolta il pallone italiano incappa nelle sue serate più misere. Sempre negli stessi momenti, poi, salta sempre fuori qualcuno a spiegarci quanto retorica possa risultare questa frase, portando piccoli o grandi esempi di eccellenza a sostegno della propria tesi. Ed è così che la critica si svuota, il ragionamento si impantana e la ruota, di lì a poco, riparte col suo giro.

La sede della FIGC

Per una volta, quindi, non disdegniamo i luoghi comuni e il loro fondo di verità. La banale realtà è che il pallone, dai vertici federali giù fino alla base della piramide, è composto dagli stessi italiani che popolano ogni strada, bar, ufficio e istituzione dello stivale. Sarebbe quindi ingenuo aspettarsi dal calcio qualcosa di diverso da ciò che quotidianamente tocchiamo con mano nel lavoro, nella cultura e nella politica d’Italia. Un Paese incapace di una qualsiasi visione comune a lungo termine. Che da almeno quattro decenni vive alla giornata e che, grazie a pochi esempi virtuosi, continua a camminare sospeso sul baratro. Fingendo di non vedere la mediocrità, l’improvvisazione e l’assenza di meritocrazia in cui è immerso.

Ecco perché non c’è da esser in alcun modo sorpresi dallo spettacolo che ci hanno propinato. Questi sono gli attori che abbiamo e che, probabilmente, ci meritiamo. Quando a decidere di sport (ma vale per qualsiasi ambito con spazi di futuribilità) ci metti la stessa pletora di ultrasettantenni che da decenni si spartisce incarichi e potere, è arduo pensare ad un rinnovamento. Abbiamo una classe dirigente incapace di riformare il fine vita, perché dovrebbe farlo col pallone.

In tema di specchi, anche l’Alice di Lewis Carroll a un certo punto ha deciso di attraversarlo. È un libro molto più inquieto e senza le fughe oniriche del capolavoro che lo precede. Malinconico come chi, di fronte allo specchio, resta immobile a osservarsi. Nell’assurda pretesa di veder riflesso qualcun altro.

Il gran ballo dell’ipocrisia

Immaginate di vivere in uno Stato in cui il Presidente del Senato non viene sfiorato dalla benché minima perplessità di fronte al massacro di una terra intera al di là del mare, ma ci tiene a far sapere a mezzo stampa le sue perplessità su Andrea Pirlo come CT. Dove ogni Primo Ministro, da decenni a questa parte, non ha provato il benché minimo imbarazzo nel stringere le mani a ogni dittatore che sia transitato dalle nostre parti. In nome degli affari e del Made in Italy, of course. Un Paese dove un ex lobbista delle armi può fare il Ministro della Difesa, ma un allenatore non può guidare la Nazionale perché sponsorizza una piattaforma di scommesse russa.

Andrea Pirlo (pag. FB ufficiale)

Un Paese dove l’etica è occasionale. Con le tasche talmente bucate che, senza gli introiti di Lotto, Superenalotto, Gratta e Vinci, scommesse e azzardi vari, probabilmente non sarebbe in grado di finanziare alcuni dei suoi servizi più essenziali. E pensate pure che il calcio di questo Stato da anni si alimenta attraverso sponsorizzazioni collegate a tutto ciò su cui è possibile scommettere, oltre a elemosinare denaro fresco regalando finali di coppa a sceicchi ed emiri che, sul libro, devono aver saltato il capitolo riguardante i diritti umani.

Bene, dopo aver immaginato tutto questo, tornate a ripetervi che il legame di Pirlo con Fonbet sia una questione dirimente, e non l’ennesima polemica ipocrita creata ad hoc per intorbidire le acque. Se riuscite a farlo senza provare un minimo di imbarazzo, questo non è l’articolo che volete proseguire a leggere. Ve l’assicuro. Il problema era la sponsorizzazione? Si pagava la penale per risolvere il contratto, come in qualsiasi altra situazione lavorativa scomoda. Il resto è solo paura dell’opinione pubblica. E di cedere il potere. Che è pure peggio.

Ah, non tentate nemmeno di tirare fuori la storia che il calcio è politica e che nemmeno i grandi ex calciatori possono esimersi. Sono anni che, in questa rubrica, lo ripeto in ogni salsa. Così come trovate ripetuto ovunque che i bianchi gigli di campo stanno, da sempre, da un’altra parte. E se il veto vale per la Russia, allora deve valere anche per Israele, USA e regimi vari. Altrimenti è tutto troppo facile.

Morire di politica

L’assunto, però, merita di essere approfondito. Diamoci un’occhiata, allora, a questa politica che dovrebbe indirizzare le sorti di sport e pallone. A questo antro di Polifemo (giusto per coccolare l’algoritmo e citare il film del momento) dove, da decenni, tutto appare cristallizzato, con sempre gli stessi protagonisti ad avvicendarsi tra loro e nessuna visione di lungo periodo.

Giovanni Malagò (FB Figc)

Di Giovanni Malagò credo non ci sia bisogno di dire nulla. Quando a sostituire Gravina è stato chiamato il Giulio Andreotti dello sport italiano, credo sia stato chiaro a tutti che non vi fosse nessuna volontà di cambiare. Uomo di compromessi e attento fiutatore dell’aria che tira, ha dapprima portato dalla sua un totem come Paolo Maldini (su di lui ci torneremo più avanti) per farci idealizzare l’inizio di un nuovo percorso, salvo poi sconfessarlo non appena gli umori della piazza e degli apparati hanno mostrato contrarietà al nome di Pirlo. Manna dal cielo, quindi, la sponsorizzazione russa che ha permesso a Malagò di spostare nel campo della “questione morale” una vicenda che, invece, è molto più misera. Una storia di interessi e giacchette tirate. Nient’altro.

La politica è fatta di compromessi, direbbero gli stessi di prima. Ed è vero, ma non sempre. Non lo è quando il tuo prodotto si svaluta anno dopo anno e in oltre due decenni non si è fatto nulla per porre rimedio a una crisi strutturale che attanaglia ogni livello del nostro calcio. Non lo è quando manchi l’approdo ai Mondiali per tre edizioni consecutive. Alla luce di tutto questo, fanno ancora più tenerezza i battibecchi da asilo Mariuccia tra Malagò, Abete e Abodi. Le teste che dovrebbero trascinarci fuori dalla melma, impegnate a rimbalzarsi le responsabilità dell’ennesima figuraccia fatta in mondovisione.

Se tutto questo non bastasse per comprendere la palude in cui il pallone è immerso fino al collo, l’intervento di Urbano Cairo dovrebbe toglierci ogni dubbio. Il proprietario del principale quotidiano generalista italiano e del suo omologo sportivo, nonché presidente del Torino, si è premurato di farci sapere che un progetto di rinnovamento a 8-10 anni fosse troppo lungo. Eccoci quindi con il quasi certo (al momento in cui scrivo) rientro di Roberto Mancini. Il cavallo su cui, fin da subito, buona parte dell’establishment avrebbe voluto puntare.

Penne orizzontali

Nel 1977 Giovanni Arpino pubblica Azzurro tenebra, romanzo con una trama che si snoda attraverso i retroscena della deludente spedizione della Nazionale italiana ai Mondiali tedeschi di tre anni prima, cui l’autore aveva partecipato come inviato per La Stampa. Racconta di tensioni e polemiche interne. Dino Zoff confermerà che nulla, in quelle pagine, era stato inventato.

Nel romanzo Arpino suddivide i giornalisti al seguito della spedizione mondiale in due categorie. Li divide tra Belle Gioie, che sperano sinceramente in un successo dell’Italia, e Jene, spinte da un sentimento negativo e alla costante ricerca di materiale per alimentare le polemiche. È confortante sapere che, in un mondo in costante cambiamento, ci sono delle certezze che sfidano il decorso del tempo.

Una delle prime copertine di Azzurro tenebra

Lo abbiamo visto chiaramente all’indomani della sconfitta ai rigori a Zenica. Passata la buriana, i più attenti avranno percepito i costanti segnali in tutti questi cinque mesi. Negli ultimi quindici giorni è stato limpido e cristallino anche per i più avulsi dalle schermaglie dei parolieri del nostro calcio. Articoli scritti a puntino e silenzi complici. Non per informare, ma per tirare la volata al proprio candidato-amico o affossare quel nome che, magari, sta antipatico al nostro editore. Per fare l’ennesimo piacere al dirigente che altrimenti ci lascia fuori dalle conferenza stampa e smette di passarci le veline.

Spiace dirlo, ma pure una parte dell’informazione sportiva si è confermata prona e ammaestrata. Anche qui, non una grande novità, direte. Perché la legittima critica e la riflessione tecnica sulla validità di un allenatore ci stanno sempre. Certe leccate e certi editoriali, invece, molto meno.

Il problema, in questo caso, non è tanto il nome di questo o quel CT, ma la perdita di un sano spirito critico che tutto questo comporta. L’incapacità di offrire un servizio davvero utile al pubblico, lasciando campo aperto a tutta una schiera di urlatori da social che, a prescindere dalle singole competenze, sguazza nella polemica costante. Perché sono gli attacchi personali e le opinioni tranchant a muovere i clic e le visualizzazioni. Non le domande ben poste. In particolare una, quella sul grande assente di tutta questa storia.

Smettiamola di parlare di progetto

Alla fine ci siamo arrivati. Parliamo di Maldini e Leonardo e delle loro idee. Per farlo, però, è giusto essere onesti fino in fondo. Per chi scrive Paolo Maldini è una sorta di patrimonio Unesco. La sua entrata in tackle scivolato andrebbe esposta al Louvre e gli anni da dirigente milanista sono stati un balsamo.

Chiarito questo. Abbiamo qualche dato per poter valutare il progetto che i due intendevano delineare? Cosa avevano in mente con quest’allenatore e cosa con quell’altro? Non credo. Per 16 giorni ci siamo accapigliati sui nomi, senza voler in alcun modo approfondire null’altro. Sono anni che parliamo di “progetto”, salvo poi scannarci su Guardiola, Ancelotti, Pirlo, Conte e via dicendo. E se lo fa mio zio su facebook, chissene. Che sia la principale preoccupazione anche di chi è pagato per mandare avanti la baracca, è solo l’ennesima conferma che parole come “progetto” sono buone solo per strillare il giorno dopo i terremoti.

Leonardo e Paolo Maldini (FB Figc)

Sì ma, Pirlo meritava di essere CT dell’Italia? Magari no, ma senza sapere che lavoro si volesse impostare con lui, restiamo nel campo delle speculazioni e delle opinioni da bar. Come la vulgata pro Silvio Baldini. Brav’uomo, certamente, ma la cui candidatura si sosteneva tutta su un paio di dichiarazioni sull’importanza dei giovani e contro i “lestofanti ai vertici del pallone”. Esattamente quelle frasi che tanto piacciono ai giacobini del nuovo millennio. Gli stessi che chiedono il numero minimo di italiani in campo e via dicendo. Vorrei dire che sono fuori dalla storia, ma andremmo troppo per le lunghe.

Cosa imputare, quindi, a Maldini e Leonardo? Sicuramente il non accettare ingerenze e l’utopica speranza che potessero realmente avere l’autonomia desiderata, come solo un club può concedere. Quando entri in certi meandri puoi aver stretto tutti gli accordi e firmato tutti i contratti che vuoi. Il giorno dopo tutto può essere rimesso in discussione, negato fin di fronte all’evidenza. Cancellato. In assenza di qualsiasi altro parametro di valutazione e in un Paese dove non si dimette mai nessuno (non senza paracadute, quantomeno), apprezzo la coerenza e la schiena dritta di due uomini che hanno fatto un passo indietro non appena sono venute meno le garanzie che avevano concordato.

Ci aspettano dunque il baratro e la dannazione eterna? E chi lo sa. Speriamo di no. Magari Mancini in panca e Ranieri (altro nome gradito quando c’è da tenere buoni le pance dei tifosi) come DT ci fanno vincere gli Europei, si ritorna ai Mondiali in pompa magna e si lotta per la quinta coppa. Nessuno ci impedisce di sognare. Il timore più che fondato, però, è che, basterà qualche delusione per far ripartire una giostra che, ormai, non diverte più nessuno.

Ed è dopo aver visto tutto questo, che sono arrivato alla tragica rivelazione. Luigi De Siervo ha ragione. Ci ha visto più lungo di tutti. La pirateria uccide il calcio. In un sistema immobilizzato su se stesso, forse la mossa giusta è ripetere costantemente la propria verità. Anche la più assurda e scollegata dalla realtà. In attesa che la ruota ci indichi e arrivi il nostro turno. In un loop infinito, osservare il mondo con quello sguardo lì. Assente ma, in qualche modo, presente. Quello della mucca che guarda passare il treno.


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