Veronese, giornalista professionista e divulgatrice scientifica, Paola Arosio ha fatto della medicina e della ricerca il terreno privilegiato del proprio lavoro. Dopo Come batteremo il cancro (2021) e I superbatteri (2023), entrambi pubblicati con la casa editrice Raffaello Cortina, torna in libreria in questo 2026 insieme al medico Fulvio Ursini con Processo al colesterolo, un saggio che affronta uno degli argomenti più dibattuti della medicina attraverso una scelta narrativa inconsueta: un’aula di tribunale in cui il colesterolo siede sul banco degli imputati, mentre accusa e difesa si confrontano sulla base delle evidenze scientifiche. Una metafora che diventa anche un modo per riflettere sul valore del dubbio, del confronto e del pensiero critico, dentro e fuori la scienza.

Arosio, la struttura del vostro libro è molto particolare: un tribunale, un imputato, un’accusa e una difesa. Perché avete scelto questa forma narrativa?

Paola Arosio

«Per varie ragioni. Innanzitutto perché un approccio dialogico ci permetteva di mantenere un equilibrio tra le argomentazioni, evitando che preconcetti o posizioni aprioristiche finissero per privilegiare una tesi rispetto all’altra. Era un modo per dare pari dignità ai diversi punti di vista e, allo stesso tempo, aiutare il lettore a capire come avviene realmente il dibattito scientifico. La scienza non procede per verità calate dall’alto, ma attraverso il confronto tra ipotesi, dati e interpretazioni.»

Colesterolo è una delle parole più usate, e forse abusate, quando si parla di salute. Quali sono i principali luoghi comuni che avete cercato di smontare?

«Il primo è che il colesterolo sia sempre e comunque un nemico. In realtà è una sostanza indispensabile alla vita: costituisce le membrane delle nostre cellule, contribuisce alla produzione della vitamina D, degli ormoni sessuali e della bile, che ci permette di digerire i grassi. Un altro falso mito è che “più basso è, meglio è”. Non è così: tutto dipende dalla persona, dall’età e dalla presenza di altri fattori di rischio come diabete, ipertensione o obesità. Infine, c’è l’idea che basti eliminare gli alimenti ricchi di colesterolo per risolvere il problema. È importante seguire un’alimentazione equilibrata, ma bisogna ricordare che gran parte del colesterolo viene prodotta direttamente dal nostro organismo.»

Nel libro c’è anche un’importante dimensione storica. Quanto è importante raccontare la storia della scienza, oltre ai suoi risultati?

«Abbiamo alternato volutamente il presente dell’aula di tribunale al racconto storico, proprio per distinguere i due piani. Credo sia fondamentale conoscere anche i volti, i tentativi, gli errori e i cambi di rotta che hanno portato alle scoperte scientifiche. Mi piace pensare che sia come la differenza tra un viaggio in aereo e uno on the road: nel primo conta arrivare, nel secondo conta anche tutto il percorso. Abbiamo cercato di raccontare proprio quel viaggio, integrando la divulgazione con gli strumenti della narrazione.»

Alla fine della lettura, quale domanda spera che rimanga al lettore?

«Spero che rimanga la voglia di approfondire e di ragionare. Abbiamo perso un po’ l’abitudine a fermarci sulle cose, in un’informazione sempre più veloce e telegrafica. Vale per la medicina, per la scienza, ma anche per molti altri temi. Il confronto è fondamentale, purché sia fondato su evidenze e non sulle fake news. Credo sia importante recuperare il rispetto per la complessità, invece di accontentarsi degli slogan.»

In fondo il libro è anche un invito a recuperare il pensiero critico, in un’epoca in cui i social hanno accentuato la polarizzazione del dibattito.

«Sì, questo è probabilmente il nucleo del libro. Il colesterolo è un caso concreto, ma il messaggio è più ampio: il metodo del pensiero critico dovrebbe essere applicato molto più spesso, dalla scienza all’attualità. Oggi siamo abituati a cercare risposte immediate e definitive, mentre la realtà è quasi sempre più complessa. Recuperare l’abitudine a interrogarsi è fondamentale.»

La scienza procede attraverso dubbi, verifiche e anche errori. Eppure questa evoluzione viene spesso interpretata come una contraddizione.

«Succede perché non sempre viene spiegato che la conoscenza scientifica avanza sulla base delle evidenze disponibili in un determinato momento. Quando emergono nuovi dati è naturale che alcune posizioni cambino. Non è un segno di debolezza, ma il funzionamento stesso della scienza. Naturalmente questo non significa che qualsiasi teoria abbia lo stesso valore: ci sono ipotesi che vengono confermate dai dati e altre che si rivelano infondate. Il confronto è indispensabile, purché sia sempre sostenuto da prove e metodo.»

Lei lavora da anni nella divulgazione scientifica. Qual è l’errore più frequente nel modo in cui i media raccontano medicina e ricerca?

«Credo che uno dei rischi maggiori sia la spettacolarizzazione. Spesso si cerca la contrapposizione a tutti i costi, perché genera attenzione, ma poi mancano il tempo e lo spazio per spiegare davvero le ragioni dei diversi punti di vista. Se alla ricerca della polemica si aggiungono i tempi rapidissimi della televisione o dei social, il rischio è di trasmettere messaggi incompleti, quando non addirittura fuorvianti.»

Lei ha scritto diversi libri insieme a medici e ricercatori. Come nasce questo dialogo?

«L’idea è che ciascuno faccia il proprio mestiere. Lo scienziato porta il rigore, gli studi, gli esperimenti e le evidenze. Chi scrive si occupa invece di trasformare tutto questo in un linguaggio comprensibile, utilizzando esempi, metafore e una struttura narrativa che accompagni il lettore. È importante anche costruire un’architettura del libro che tenga insieme tanti contenuti diversi. In questo caso la metafora del processo è stata proprio lo schema che ha dato forma all’intero racconto.»

Oggi i social sono pieni di influencer che parlano di salute. È diventato più difficile fare divulgazione autorevole?

«Più che più difficile, direi che è diventato più necessario. Proprio perché certe teorie poco fondate possono diffondersi molto rapidamente, è ancora più importante offrire un’informazione basata su fonti verificate e invitare le persone ad affidarsi a medici competenti, sia per informarsi sia, soprattutto, quando devono affrontare diagnosi e terapie. La buona divulgazione serve anche a contrastare chi approfitta della buona fede delle persone.»

Foto da Unsplash del National Cancer Institute

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