Con un solo film alle spalle, “Milk & Serial” (2024), e con il recente plauso della critica, Curry Barker (classe 1999) porta sul grande schermo “Obsession”, un horror psicologico minimalista di cui è regista e sceneggiatore. Forse in pochi se lo aspettavano ma tra maggio e giugno il duetto horror “Backrooms” di Kane Parsons e “Obsession” ha scalato le classifiche del box office. Probabilmente per coincidenza e casualità, questi due film hanno parlato ai (e fatto parlare i) giovani contemporaneamente e, cosa più importante, lo hanno fatto al cinema.

Bear (Michael Johnston) è un ragazzo timido che non sa come dire a Nikki (Inda Navarrette), la ragazza che gli piace, cosa prova per lei. Un giorno, in un negozio, compra un “bastoncino del desiderio”, lo spezza, desidera che Nikki “lo ami più di ogni altra persona al mondo” e ciò si avvera. Questi, più la presenza dell’amico che consiglia cosa fare al nostro protagonista e un secondo interesse amoroso, sembrerebbero gli ingredienti perfetti per la commedia romantica dell’anno.

Per fortuna non è così. Quest’esclusività relazionale si rivela, per forza di cose, un problema, un’ossessione e un tunnel senza fine sempre più stretto.

La giostra costruita da Barker è perversa e schizofrenica e scende in picchiata; nessuna risalita. Di primo acchito Obsession sembra riproporci la dinamica vittima-carnefice tipica del cinema dell’orrore; non è così nemmeno in questo caso. Il nostro protagonista non ha semplicemente commesso un errore, ha piegato qualcuno al suo volere, ha fatto quello che desiderava reconditamente. Ha chiesto che qualcuno diventasse suo, non pensando alle conseguenze. Barker ci sta dicendo che i comportamenti di Bear nascondono intenti manipolatori e potenzialmente violenti.

Quello del “bastoncino del desiderio” è solo un espediente (comico) per spettacolarizzare e dare un connotato soprannaturale; sembrerebbe una caduta di stile ingenua ma è geniale.

Il nostro protagonista, con cui dobbiamo empatizzare, è chiaramente malato e, come in un vortice, siamo costretti ad assistere ad un suo errore lungo un’ora e quaranta minuti; siamo in trappola. Come se non bastasse, Bear continua a fare scelte sbagliate, peggiorando la sua situazione. A portarlo avanti è la disperazione e questo lo rende sempre più instabile, quindi sempre più cieco.

Vorremmo chiudere gli occhi e scappare davanti al caos messo in scena, non vogliamo farne parte e ci sentiamo intrusi in un ambiente personale a noi alieno. Sono sensazioni che vengono amplificate da una regia essenziale, tutt’altro che virtuosista e che punta a togliere più che ad aggiungere. Barker evita campi lunghi e predilige scene in interni, questo per conferire anche visivamente quella sensazione di intrusione nella vita problematica di qualcun altro.

Oltre al moderato uso di effetti speciali e di jump scare (due elementi che, per quanto ridotti all’osso, ritroviamo in “Backrooms”) il film capisce una cosa fondamentale: non deve mostrare o spiegare, deve accennare mettendo in moto l’immaginazione dello spettatore. Niente è spiegato e ciò lo rende ancora più inquietante. Non è un’invenzione di Barker, è una legge vecchia quanto “Lo squalo” di Spielberg, ma che comunque pare dimenticata.

Merita inoltre una nota a margine il gioco della regia con un luogo comune dell’horror: una figura nell’ombra che guarda il protagonista mentre dorme. La staticità della macchina da presa rende l’ombra di Nikki ancora più minacciosa e anche un lieve movimento della cinepresa mette lo spettatore in stato d’allerta. Il corpo umano, da fermo, pare spettrale, alieno e tutt’uno con l’oscurità; si perde in essa. Con questi giochi Barker sembra aver preso appunti dal miglior cinema horror giapponese.

Un altro aspetto da sottolineare in “Obsession” è, come accennato poc’anzi, la comicità del film. Un elemento che permea l’opera ma che non divora o si fa divorare dal genere principale, ovvero l’horror. Gli aspetti comici (persino la sola idea di base) sono molteplici e, per quanto divertenti, servono a rendere il tutto grottesco, facendo pensare allo spettatore come sia possibile che una situazione disperata e pregna di angoscia possa far ridere. Ma non c’è forzatura: Barker è minimalista anche su questo fronte, la comicità si nasconde e si sposa perfettamente con l’oscurità del film. È un bilanciamento celato ma presente. Curry Barker, non a caso, nasce proprio come comico su YouTube, realizzando brevi sketch comici insieme al suo amico e collega Cooper Tomlinson (presente nel film nei panni di Ian) creando il canale “That’s a bad idea”.

Rende i fan del genere (e chi ama il cinema) ottimisti, pensare che dei giovani registi abbiano trovato opportunità come questa, o come il già citato “Backrooms”, realizzando opere horror che si distinguono dalla massa, con forti messaggi sociali, ben comunicati e senza cadere nei cliché. Insomma, finalmente non è solo il grande nome o il grande brand a far andare la gente al cinema. Sperando non sia solo una piccola fiammata e che Curry Barker possa fare altre grandi cose (a quanto pare gli è stato affidato, da A24, un nuovo film della saga “Non aprite quella porta”), questo “Obsession” rimane un film imperdibile e una piacevolissima sorpresa cinematografica.

Correte a vederlo!

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