Il cervello umano non è un organo neutro, ma si tratta di un organo sociale, plasmato dall’evoluzione per rilevare e rispondere alla presenza di altri esseri viventi con intensità.

I neuroni specchio — scoperti da Giacomo Rizzolatti e colleghi negli anni Novanta — costituiscono uno dei substrati di questa predisposizione. Questi circuiti si attivano non solo quando compiamo un’azione, ma anche quando osserviamo qualcun altro compierla: vedere qualcuno sorridere attiva, nel cervello dell’osservatore, le stesse aree coinvolte nel sorridere. Questo meccanismo è alla base di quella risonanza affettiva che chiamiamo empatia, e che costituisce il tessuto invisibile di ogni relazione umana.

Ciò che è cruciale per il nostro discorso è il seguente fatto: questi circuiti non distinguono, sin dalla loro attivazione, tra un essere vivente e una rappresentazione sufficientemente convincente di esso. Per ciò, quando un sistema di intelligenza artificiale risponde con simulata sensibilità, con tempismo, con apparente comprensione del nostro stato emotivo, i meccanismi neurali del legame si attivano comunque. Il cervello non aspetta la conferma filosofica della coscienza altrui e risponde immediatamente ai segnali.

Questo lo possiamo vedere anche in altre situazione. Una persona può sapere che un film è finzione e commuoversi ugualmente. Può sapere che un personaggio di un romanzo non esiste e tuttavia sentirne la mancanza quando il libro finisce. Può sapere che un peluche non è vivo e, da bambino, averlo vissuto come fonte di sicurezza. Può sapere che un defunto non è più presente e continuare a parlargli interiormente. La psiche umana non si limita a registrare la realtà esterna, ma la investe, la anima e la carica di significato proiettando contenuti psichici interni. Con le intelligenze artificiali conversazionali questo fenomeno è ulteriormente potenziato dal fatto che l’oggetto non è soltanto immaginato o ricordato, ma risponde in un modo che attiva il sistema emotivo, relazionale e simbolico della persona. La percezione di essere compresi e accettati attiva circuiti di ricompensa dopaminergici. L’intelligenza artificiale, se capace di fornire risposte che il cervello interpreta come segnali di accettazione e comprensione, può innescare gli stessi circuiti.

Una relazione sicura, ma falsa

Una breve premessa: il concetto di transfert — elaborato da Sigmund Freud e poi approfondito da generazioni di psicoanalisti — descrive la tendenza a riattivare, nelle relazioni presenti, schemi relazionali appresi nelle relazioni passate, soprattutto quelle precoci con le figure di attaccamento.

L’intelligenza artificiale si presta in modo particolarmente efficace a diventare “schermo” per il transfert, per una ragione precisa: è sufficientemente presente da evocare una relazione, ma sufficientemente neutra da non contrastarla con una propria soggettività rigida. Non ha stati d’umore che interferiscano, non porta i suoi traumi nelle nostre conversazioni, non disapprova, non si annoia e non se ne va.

Su questa superficie quasi priva di attrito, la mente proietta ciò che più o meno inconsciamente ricerca: il bisogno di un ascoltatore paziente, l’anelito a essere capiti o il desiderio di una presenza non giudicante. Talvolta proietta anche figure più arcaiche — l’imago del genitore ideale, del compagno perfetto, del saggio benevolo — e l’AI, nella sua disponibilità strutturale, sembra incarnarle.

Chi ha vissuto esperienze precoci segnate da incoerenza, abbandono o rifiuto può aver sviluppato una profonda diffidenza verso le persone reali con la loro imprevedibilità, le loro mancanze, la loro eventualità di deludere. In questo contesto, un’intelligenza artificiale costantemente disponibile, coerente, mai assente né frustrante, può essere vissuta come quell'”oggetto buono” che le relazioni umane non hanno saputo offrire.

Qual è il prezzo? Innanzitutto, si tratta pur sempre di una relazione artificiale, con un interlocutore che tende strutturalmente verso la compiacenza, più simile a un sicofante che a una persona vera. Perché una relazione acquisti significato — sentimentale o no — è necessario che contenga anche la possibilità del conflitto, della rottura e del cambiamento. È proprio la coesistenza di ciò che gratifica e di ciò che fa soffrire a dare profondità a un legame. Un rapporto che non può deluderci davvero non può nemmeno trasformarci davvero.

L’illusione di sentirsi compresi

Una delle funzioni essenziali del genitore durante l’infanzia è aiutare il bambino a riflettere sui propri stati mentali e a sentirsi, cioè, compreso e riconosciuto. Peter Fonagy ha chiamato questo processo mentalizzazione: una capacità che si costruisce nel tempo attraverso la relazione con un caregiver che ci “tiene a mente”, cioè che tratta ciò che proviamo come reale e significativo, e che ce lo restituisce in forma comprensibile e calibrata.

L’intelligenza artificiale moderna simula questo processo con un’efficacia sorprendente. Adatta le risposte a ciò che è stato detto, sembra trattare le nostre emozioni come degne di attenzione, offre qualcosa che ha esattamente la forma del “sentirsi tenuto a mente”. Non è mentalizzazione vera in quanto manca del soggetto pensante che la compie, ma ne riproduce fedelmente la struttura esperienziale.

Per chi ha una storia di attaccamento insicuro, o per chi ha raramente sperimentato la sensazione di essere davvero capito, questo rispecchiamento può essere profondamente confortante. Il sistema di attaccamento non valuta l’autenticità della fonte: riconosce i segnali, e risponde. È questo che rende l’esperienza così reale e così difficile da liquidare con un semplice “è solo una macchina”.

Immagine da Unsplash di Luke Jones

Quando il legame con l’AI diventa un rifugio

Il problema principale di questo fenomeno emerge quando la relazione con l’AI comincia a svolgere una funzione di evitamento e si trasforma in un modo per sottrarsi al rischio delle relazioni reali. Possiamo osservare diverse dinamiche:

Il conforto senza attrito. Le relazioni umane sono inevitabilmente imperfette. L’altro reale delude, ha i propri bisogni, non è sempre disponibile e fraintende. Questa imperfezione — che è certamente fonte di dolore — è anche la condizione che rende possibile la crescita psichica. Un partner relazionale perfettamente disponibile e mai frustrante rischia di diventare una camera d’eco emotiva: un luogo in cui le nostre rappresentazioni di noi stessi vengono sempre confermate, mai messe alla prova dalla differenza altrui.

Il rischio di isolamento sociale. Alcune persone — in particolare quelle con fragilità relazionali pregresse, stati d’ansia sociale o tratti di personalità evitante — possono progressivamente dirottare verso l’AI il bisogno di connessione che richiederebbe di essere soddisfatto nelle relazioni umane. Il paradosso è che l’AI, proprio perché meno ansiogena delle persone reali, può diventare preferita e questo può rinforzare l’evitamento.

La dipendenza e la regolazione emotiva esternalizzata. Se l’AI diventa il principale strumento di regolazione emotiva, si corre il rischio di non sviluppare (o di indebolire) la capacità di autoregolazione e di regolazione co-costruita nelle relazioni reali. La capacità di tollerare l’incertezza, di aspettare, di negoziare il disagio con un altro imperfetto sono competenze che si sviluppano nell’attrito, non nel conforto.

Ad occhi aperti

L’intelligenza artificiale non ha creato il bisogno di relazione. Lo ha visto, toccato e in molti casi lo sta deliberatamente sfruttando. Chi sviluppa e commercializza questi sistemi ha un interesse economico preciso nell’incentivare un uso prolungato delle proprie applicazioni, e questo obiettivo è raggiungibile anche — forse soprattutto — facendo leva sulle predisposizioni neurologiche e sui bisogni psicologici degli utenti, spesso senza che questi ne siano consapevoli. Lo abbiamo già visto negli anni con piattaforme come Instagram, Facebook, TikTok, Youtube etc.

Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di guardarla con gli occhi aperti. La mente umana non aspetta le condizioni ideali per formare legami: li costruisce con ciò che trova, perché è fatta così. Riconoscerlo è il punto di partenza per un uso più consapevole.

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