Più che una semplice filmografia, quella di Pedro Almodóvar è una lunga autobiografia sentimentale e artistica. Ogni film del regista spagnolo sembra infatti aggiungere un capitolo al racconto della sua vita, delle sue ossessioni, dei suoi desideri e della sua idea di cinema. E con Amarga Navidad, presentato quest’anno al Festival di Cannes, questo processo di autorappresentazione raggiunge probabilmente il suo punto più esplicito. La nuova opera è stata definita dalla critica “una riflessione sull’autofiction”, sul rapporto fra realtà e invenzione e sulla crisi creativa dell’artista.⁠

Fin dagli esordi della sua carriera con Pepi, Luci, Bom y otras chicas del montón (1980), manifesto della Movida madrilena, Almodóvar ha raccontato la Spagna che usciva dal franchismo attraverso personaggi eccentrici, donne ribelli e una libertà espressiva fino ad allora sconosciuta. Ma soprattutto con Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988), e Tacchi a spillo (1991), il regista conquista il pubblico internazionale, imponendo uno stile inconfondibile fatto di colori accesi, melodramma e ironia.

Ci sono film che segnano una carriera e altri che finiscono per definire uno stile. Col primo film, Almodóvar conquista definitivamente il pubblico internazionale. Candidato all’Oscar come miglior film straniero, Donne sull’orlo di una crisi di nervi racconta una girandola di amori, tradimenti e incomprensioni attraverso una commedia frenetica e surreale. Ma dietro il tono brillante e la comicità quasi farsesca, emerge già uno dei temi fondamentali del cinema di Almodóvar: l’universo femminile come luogo privilegiato di resistenza, sofferenza e rinascita.

Le donne del regista spagnolo non sono mai semplici protagoniste, ma creature complesse, capaci di trasformare il dolore in energia vitale. Tre anni dopo, con Tacchi a spillo, Almodóvar abbandona in parte i toni della commedia per immergersi in un melodramma più oscuro e sofisticato in cui il regista porta all’estremo alcuni elementi che diventeranno caratteristici della sua poetica: la centralità del rapporto madre-figlia, l’identità come costruzione teatrale, la contaminazione tra generi cinematografici e la presenza costante della musica come strumento narrativo. Nella lunga e straordinaria filmografia di Pedro Almodóvar, Donne sull’orlo di una crisi di nervi e Tacchi a spillo rappresentano la piena maturazione artistica del regista spagnolo e costituiscono ancora oggi una sorta di manifesto del suo cinema costellato da passioni travolgenti, melodramma, ironia, colori accesi e personaggi femminili indimenticabili.

Visivamente, entrambe le opere mostrano il gusto inconfondibile di Almodóvar. I colori sgargianti, presenti in entrambi i film, gli arredi ricercati, i costumi eccentrici e l’attenzione quasi pittorica per ogni dettaglio trasformano ogni inquadratura in un universo riconoscibile al primo sguardo. Un’estetica che richiama il pop, il kitsch e il melodramma classico hollywoodiano, reinterpretati con uno spirito profondamente spagnolo e contemporaneo.
Ma la consacrazione del grande regista spagnolo arriva con Tutto su mia madre (1999), premio Oscar come miglior film straniero.

Dietro l’omaggio alle donne e al teatro si nasconde già una meditazione sul dolore e sulla perdita, temi profondamente legati alla sensibilità dell’autore. Quando nel 1999 Pedro Almodóvar presentò Tutto su mia madre, pochi immaginavano che quel film sarebbe diventato uno dei vertici del cinema europeo contemporaneo. Premiato, oltre che con l’Oscar, anche con il Golden Globe e il premio per la regia al Festival di Cannes, il capolavoro del regista spagnolo è soprattutto una straordinaria dichiarazione d’amore alle donne e alla loro capacità di affrontare il dolore, la perdita e la rinascita.

Con Tutto su mia madre, Almodóvar costruisce un universo quasi interamente femminile nel quale gli uomini restano sullo sfondo, spesso assenti o incapaci di assumersi le proprie responsabilità. Il regista non idealizza le sue protagoniste, ma ne racconta le fragilità, le contraddizioni e il coraggio quotidiano. Madri, attrici, religiose, amiche: tutte condividono un’umanità profonda che rende il film una riflessione universale sull’amore e sulla maternità. Il dolore non viene mai rappresentato in maniera disperata, ma diventa occasione di crescita e di rinascita.

Più di venticinque anni dopo la sua uscita, Tutto su mia madre continua a essere considerato uno dei film più importanti della carriera di Pedro Almodóvar e una delle più alte celebrazioni dell’universo femminile mai realizzate sul grande schermo. Un’opera che racconta le donne non come simboli o eroine, ma come esseri umani capaci di amare, soffrire e ricominciare. Ed è forse proprio questa profonda verità a rendere il film un classico senza tempo.

E assieme a questi capolavori non dobbiamo dimenticare: Parla con lei (2002), premiato con l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale, La mala educación (2004) che affronta il tema degli abusi subiti negli istituti religiosi e ripercorre indirettamente gli anni della formazione del regista nella Spagna cattolica e franchista, Volver (2006), struggente omaggio alla madre e alle donne della Mancha. A settantasei anni, Pedro Almodóvar sembra dunque continuare a fare ciò che ha sempre fatto: trasformare la propria biografia in cinema e il cinema in una forma di confessione. Perché, in fondo, tutta la sua opera non è altro che il diario appassionato di un uomo che ha raccontato sé stesso attraverso le vite degli altri.

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