“Archivio Tomich e Diario di guerra”. Una mostra sulla memoria del Novecento
"Archivio Tomich e Diario di guerra" in mostra a "Il Meccanico" (Veronetta) fino al 14 marzo 2026. Una ricerca parallela di Azzoni su Tomich e di Marra sui diari di guerra.

"Archivio Tomich e Diario di guerra" in mostra a "Il Meccanico" (Veronetta) fino al 14 marzo 2026. Una ricerca parallela di Azzoni su Tomich e di Marra sui diari di guerra.

A Veronetta immagini, parole e oggetti creduti perduti tornano a raccontare il passato. La mostra “Archivio Tomich e Diario di guerra” riunisce due autori accomunati dalla stessa urgenza: sottrarre l’esperienza vissuta all’oblio.
Da sabato 7 febbraio 2026, lo spazio Il Meccanico accosta due archivi solo all’apparenza distanti: le lastre fotografiche di Antonio Tomich – testimoni della Belle Époque veneziana – e i diari di guerra di Alcide Azzoni. Materiali diversi per linguaggio, forma e funzione, ma uniti dallo stesso bisogno: fissare il presente mentre accade.
Entrambi i nuclei della mostra emergono inoltre da ritrovamenti fortuiti: le lastre di Tomich sono state salvate da una discarica veneziana. I diari di Azzoni sono invece stati custoditi per decenni in una cassetta di legno, scoperta solo nel 2025.
Sono ritrovamenti che sembrano chiedere, quasi sottovoce, di essere ascoltati. Come se il Novecento avesse ancora bisogno di essere raccontato e condiviso.
Alla base del progetto espositivo ci sono inoltre due ricerche parallele: quella di Annalisa Zennaro con la cura di Simone Azzoni su Tomich e quella di Francesca Marra sui diari di guerra. Un dialogo che rifugge la nostalgia e si apre invece a una riflessione sulla responsabilità del ricordo: la memoria come atto civile.
Dopo l’inaugurazione di sabato 7 febbraio 2026, la mostra sarà aperta fino al 14 marzo in via San Vitale 2/B a Verona. I giorni di apertura al pubblico sono il venerdì – dalle 16:00 alle 19:00 – e il sabato – dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 16:00 alle 19:00.
Sono disponibili anche visite guidate su prenotazione.
Maestro, promotore culturale e storico cronista della “Gazzetta di Mantova“: Alcide Azzoni è stato tutto questo. Nella mostra di Veronetta emerge però soprattutto un’altra figura: quella del giovane soldato che usa la scrittura per sopravvivere ai difficili giorni della Campagna di Russia.
Nato nel 1916 e scomparso nel 1985, Azzoni è stato anche un padre. Una figura genitoriale riscoperta dai figli nel 2025, quando – a ottant’anni dalla fine del conflitto – rinvengono in soffitta una piccola cassetta di legno. Forzata la serratura, l’emozione prende il sopravvento: all’interno riposano da decenni i suoi diari di guerra.
La scoperta di questi scritti dal fronte è carica di sentimenti, gli stessi raccontati oggi da Francesca Marra, che studia i diari affidati senza riserve da Paolo Azzoni: un gesto che definisce «di fiducia totale».
Pagina dopo pagina, i «quadernetti russi e fascisti» sono una visione unica: fogli coperti da una grafia fitta e asciutta, che non spreca nemmeno un centimetro di carta.
Non si tratta però di una ricostruzione a posteriori della Seconda guerra mondiale, ma di tracce lasciate mentre gli eventi accadono: la fame, il freddo, la morte, l’incontro continuo con «tanti russi». Con uno di loro Azzoni instaura persino un’amicizia, incrinando la retorica del nemico assoluto.
Ne nasce alla fine una prospettiva diversa, lontana dalla narrazione ufficiale: la guerra vista e vissuta nel momento stesso in cui la penna poggiava sul foglio.
Accanto ai diari, la mostra espone anche altri oggetti. Tra questi spicca la tessera del fascio strappata, simbolo di una scelta radicale.
Per sopravvivere alla Repubblica di Salò, Azzoni sceglie infatti la diserzione, accettando il rischio dell’alto tradimento pur di tornare a vivere. Una decisione estrema che arriva fino a noi con tutta la sua forza.

Agente procuratore per la nobile famiglia Giovanelli, Antonio Tomich è fotografo amatore a Venezia a cavallo tra Otto e Novecento. Viaggia in tutta Europa, catturando paesaggi, architetture e frammenti di vita quotidiana.
Scomparso nel 1940, il suo archivio fotografico riemerge per puro caso negli anni Ottanta, quando un architetto scopre alcune lastre tra i materiali di una discarica veneziana. Salvate dalla distruzione, quelle immagini sono oggi esposte nello spazio Il Meccanico.
Gli scatti sono stati realizzati tra il 1895 e il 1906 con una fotocamera Murer’s Express Newness su lastre alla gelatina bromuro d’argento: immagini che raccontano un’epoca in cui fotografare non era un gesto distratto.
Non si tratta infatti di una macchina da appendere al collo, ma di una valigetta ingombrante: un oggetto difficile oggi da immaginare come compagno di viaggio. Eppure è proprio qui che risiede il valore di queste fotografie: all’epoca fotografare significava vedere qualcosa, sentirla sulla propria pelle, imprimerla su una lastra per non perderla.
Dopo un secolo gli scatti di Tomich restituiscono ancora scene preziose: una vita agiata, lontana dal fronte che di lì a poco avrebbe insanguinato l’Europa. Una quotidianità fatta di viaggi, scorci delle terre venete, scene accompagnate da didascalie autografe.
Nel tempo, infine, da testimonianze di memoria privata, queste fotografie si sono trasformate in racconto collettivo: un diario per immagini che, come quello di Azzoni, rende visibile un passato scomparso.
La forza di “Archivio Tomich e Diario di guerra” è una: la scelta di non addomesticare il passato. «Curare la memoria», osserva Marra, significa infatti «non semplificarla, non renderla innocua», ma accettarne «le zone d’ombra, i silenzi, le contraddizioni.»
La mostra non si limita quindi a essere un contenitore di immagini e fatti. L’esposizione vuole semmai essere una soluzione all’assenza, rendendo presente ciò che non c’è più.
Le immagini di Tomich e gli appunti clandestini di Azzoni smettono così di essere semplici documenti da contemplare a distanza. I due archivi diventano frammenti che chiedono attenzione e coinvolgimento sensoriale. Anche l’olfatto entra in gioco: i diari consunti dal tempo emanano un odore di carta umida che attiva connessioni profonde e ricordi condivisi.
In un’epoca dominata dalla velocità e dall’eccesso di informazioni, il percorso espositivo invita infine alla sosta. Conservare, oggi, non basta: rischia di produrre solo rumore. Serve invece un esercizio attivo della memoria: una pratica lenta, fatta di scelte consapevoli.
Perché ricordare, qui a Veronetta, non significa chiudere il passato in una teca, ma rimetterlo in movimento. E accettare che la storia, per essere davvero viva, richieda tempo, attenzione e coscienza.
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