Le vetrine di Corso Portoni Borsari cambiano con le stagioni, ma conservano qualcosa di ostinatamente riconoscibile. Penne, pelletteria, carte pregiate, fragranze, piccoli oggetti che sembrano sottratti alla fretta del consumo veloce. “Lo scrittoio” è uno di quei negozi che, pur trasformandosi, non hanno mai smesso di custodire un’identità precisa: quella del regalo pensato, dell’oggetto che accompagna un passaggio della vita, di una certa idea di eleganza discreta. Dietro il banco, oggi, ci sono Matteo e Patrizia Caffarelli. Il negozio lo aprì il padre Mario nel 1992, dopo una lunga carriera come rappresentante Aurora.

Da allora il centro storico di Verona è cambiato più volte: sono cambiate le abitudini, il lavoro d’ufficio, il turismo, perfino il modo di scrivere. Eppure una penna stilografica continua ad avere un suo spazio, quasi una resistenza silenziosa dentro il rumore della digitalizzazione. Matteo Caffarelli racconta questa storia senza nostalgia artificiale e senza retorica commerciale. Piuttosto come il percorso, a volte accidentale, di una bottega familiare che ha imparato a stare dentro i mutamenti del presente senza perdere del tutto il rapporto con il passato.

Matteo, partiamo dalle radici. Lo Scrittoio nasce nel 1992, ma la vostra è una storia che profuma di inchiostro da molto prima.

«Mio padre è stato rappresentante Aurora per trent’anni. Il mio immaginario d’infanzia è legato al magazzino di via Bezzecca, tra scatole di penne e campionari. Erano tempi diversi: papà girava il Nord Italia con la 500, spesso su strade statali, quando l’autostrada per Bolzano era ancora un miraggio. Nel 1992 decise di fermarsi e aprire la bottega. Io e mia sorella Patrizia siamo cresciuti masticando questo mestiere. Quando lui è mancato nel 2000, ho preso le redini del negozio. È stata una scelta di continuità e di affetto: non potevo permettere che quel progetto finisse».

Oggi Lo Scrittoio è un presidio storico nel cuore di Verona. Come si è evoluto il rapporto con la città?

«Siamo diventati parte delle famiglie veronesi. Qualche tempo fa una cliente mi ha detto: «Voi siete stati presenti in tutti i nostri momenti importanti». Dalla penna per la comunione ai gemelli per il matrimonio, fino al regalo di laurea. Questo è il lato più gratificante: sapere che i nostri oggetti restano nelle case come testimoni di passaggi di vita».

Eppure il mercato è cambiato radicalmente. Un tempo si vendeva l’arredo per l’ufficio, oggi la tendenza sembra essersi spostata verso la dimensione privata.

«Assolutamente. Il post-Covid e lo smart working hanno dato il colpo di grazia alla concezione classica dell’ufficio. La gente non investe più in accessori per la scrivania professionale, ma cerca il bello per la propria casa. Siamo passati dalla penna “eterna” alle fragranze d’ambiente o alle candele, oggetti che si consumano in pochi mesi ma che curano il benessere domestico. È stata un’evoluzione naturale: ci siamo aperti all’oggettistica di alto livello, dalle ceramiche siciliane ai pezzi d’antiquariato che mio padre amava scovare nei mercatini di Londra».

In un mondo dominato dal digitale, che spazio occupa ancora la scrittura manuale?

«La penna a sfera non morirà mai, è l’appendice del pensiero rapido. La stilografica, invece, vive un paradosso: è in crisi ma resta un feticcio di eleganza. All’estero, ad esempio in Inghilterra, hanno reintrodotto ore di bella grafia perché i ragazzi non sapevano più leggere la propria calligrafia. Io consiglio sempre di regalare una stilografica ai bambini: insegna l’ordine, l’inclinazione, il rispetto per lo strumento. È un esercizio di disciplina che ti porti dietro tutta la vita».

Verona sta vivendo una metamorfosi turistica senza precedenti. Quanto incide questo sulla vostra attività?

«Fino a qualche anno fa il turismo pesava per il 10% sul fatturato. Oggi è diventato salvifico. La stagione turistica, che ormai copre quasi tutto l’anno, è fondamentale. Pur non essendoci snaturati — non vendiamo souvenir commerciali, ma stampe artistiche o oggetti ricercati — l’accoglienza dello straniero è diventata la norma. Tuttavia, avverto i primi segnali di un rallentamento economico che sta colpendo anche il turismo internazionale».

Proprio durante il Covid, però, lei ha trovato una chiave di volta inaspettata: il mercato globale delle edizioni limitate.

«È nato tutto per caso, mentre eravamo chiusi. Ho iniziato a mappare i concessionari Montblanc in tutta Italia, creando una rete di contatti che prima non esisteva. Molti negozi avevano magazzini pieni di edizioni limitate degli anni ’90 o primi 2000, ormai “dimenticate” dalle case madri che spingono solo sulle novità. Ho iniziato a rilevare questi lotti e a proporli a una nicchia di collezionisti mondiali tramite i social».

Una sorta di “investigazione” nel passato della scrittura.

Matteo Caffarelli

«Esatto. Vendere una penna nuova è semplice, basta alzare il telefono. Trovare una serie limitata del 1997, perfetta, con scatola e garanzia, è un lavoro da cercatori. Negli ultimi tre anni abbiamo spedito in 28 paesi: dagli Stati Uniti a Singapore, dal Messico agli Emirati Arabi. Il collezionista è un cliente particolare, non è mai soddisfatto, ma riconosce la competenza. Questo mercato oggi rappresenta il 30% del nostro volume d’affari e ci permette di guardare al futuro con ottimismo».

A proposito di futuro: come vede Lo Scrittoio tra altri trent’anni?

«Il nostro è un lavoro di fatica, fatto di ore in piedi e dedizione totale. Non so se lo augurerei ai miei figli, ma di certo lascerei loro questa specializzazione nel collezionismo, un mestiere che puoi fare ovunque se hai i contatti giusti. Lo Scrittoio non segue le mode, si evolve con esse. Finché ci sarà il piacere del “bello” e dell’oggetto che ha una storia da raccontare, noi saremo qui. Magari stanchi, ma ancora pronti ad aprire quelle scatole che custodiscono un pezzo di storia della scrittura».

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