Mercoledì 6 maggio si sono aperte le porte della 61ª Biennale d’Arte di Venezia 2026: 111 artisti e collettivi distribuiti nelle due sedi storiche del sestiere di Castello, i Giardini, con i padiglioni espositivi, e gli spazi delle Corderie e dell’Arsenale.

“L’arte è un luogo di poesia”.

Parte da qui la curatrice Koyo Kouoh, che ha scelto come tema della mostra In Minor Keys. Un titolo mutuato dal linguaggio musicale e pensato come un percorso d’ascolto, orientato a individuare “tonalità minori” intese come pratiche radicate nella vita quotidiana, nella riparazione e nella comunione tra le comunità umane. Un invito “a rallentare il passo, a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori, sui canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia, sulle melodie dei fuggitivi che riemergono dalle rovine, sulle armonie di chi ripara ferite e mondi”.

La proposta di Kouoh racchiude un lavoro corale e collettivo che guarda soprattutto al Sud del mondo e alle geografie culturali tradizionali africane.

Nata in Camerun nel 1967, Kouoh arriva adolescente in Svizzera, dove entra in contatto con la cultura europea e occidentale, studiandone relazioni, contraddizioni e possibilità. Grazie anche all’incontro con artisti come Issa Samb e Beverly Buchanan, costruisce un percorso originale nel mondo dell’arte contemporanea. Fonda e dirige la Raw Material Company di Dakar, centro dedicato ad arte, conoscenza e società, e nel 2019 diventa direttrice esecutiva dello Zeitz Museum of Contemporary Art Africa di Città del Capo. Nel 2020 riceve il Grand Prix Meret Oppenheim, il massimo riconoscimento svizzero per le arti visive e la critica. Nel dicembre 2024 viene nominata direttrice artistica della Biennale Arte: è la prima donna africana a ricoprire questo incarico.

Tra i riferimenti letterari che attraversano il suo lavoro emergono Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez e Beloved di Toni Morrison. La spiritualità permea una ricerca intrisa di riti e culture afro-atlantiche che si intrecciano, si sovrappongono e talvolta si scontrano con le eredità coloniali occidentali.

Koyo Kouoh muore improvvisamente il 10 maggio 2025 a Basilea. A raccogliere il suo progetto è stato un gruppo di cinque curatori che ne ha portato avanti la visione fino all’apertura della mostra.

Alle Corderie dell’Arsenale una delle scelte più evidenti riguarda l’allestimento: al posto di pareti divisorie invasive domina il cartone, materiale semplice ma resistente, usato per creare spazi permeabili e mai oppressivi. Anche le aree di sosta per il pubblico sono pensate come luoghi di riposo mentale e meditativo, coerenti con l’idea di una Biennale da attraversare lentamente, ascoltando, osservando e riflettendo.

Secondo il team curatoriale, Kouoh non voleva semplicemente “portare il Sud del mondo” alla Biennale, ma introdurre pratiche comunitarie, laboratori e processi capaci di essere letti da prospettive differenti. Molte opere riflettono sul lutto, sulla perdita e sulla memoria. In particolare, nelle culture africane presenti in mostra, la morte non viene interpretata come una rottura definitiva con la realtà, ma come una presenza che continua ad abitare altre dimensioni e che, in quanto tale, può essere celebrata.

La mostra è costruita secondo un principio di prossimità: più che isolare singole opere o concentrarsi sulle nazionalità degli artisti, l’invito è osservare le pratiche, le connessioni e le relazioni che emergono tra i lavori. E forse anche visitarla senza fretta, con scarpe comode e senza l’ansia di vedere o comprendere tutto.

Tensioni geopolitiche

Intanto, nei giorni della preapertura, le tensioni geopolitiche hanno attraversato anche la Biennale. Sotto osservazione soprattutto i padiglioni di Russia e Israele. Il presidente della Biennale, Pierangelo Buttafuoco, ha assunto posizioni differenti rispetto a quelle auspicate da parte del Governo italiano, mentre il dibattito si è intrecciato anche con il tema dei finanziamenti europei.

Il padiglione russo è rimasto aperto durante la preapertura, proponendo un’installazione floreale ispirata all’immagine dell’albero e una serie di performance musicali e corali. Nessuna opera tradizionale, ma esperienze immersive.

Successivamente lo spazio è stato chiuso e davanti all’ingresso sono stati collocati monitor informativi.

Anche il padiglione israeliano è rimasto aperto, sebbene in una posizione meno centrale rispetto alle edizioni precedenti. Attorno agli spazi si è registrata una forte presenza delle forze dell’ordine. Alcuni Paesi hanno manifestato dissenso attraverso manifesti e messaggi pro Palestina, mentre nazioni come Belgio e Olanda hanno scelto di chiudere completamente i propri spazi in segno di protesta. Nel pomeriggio di venerdì 8 maggio si sono verificati momenti di forte tensione tra manifestanti pro Palestina e sostenitori della presenza israeliana.

Il 30 aprile 2026 anche la giuria incaricata di assegnare i Leoni si è dimessa in blocco, contestando l’apertura dei padiglioni di Israele, Stati Uniti e Russia durante la preapertura. La direzione della Biennale ha quindi deciso di affidare l’assegnazione dei due Leoni direttamente al voto del pubblico pagante, oltre che della stampa specializzata.

Per quanto riguarda la presenza italiana, l’unica artista invitata nella mostra internazionale è Chiara Camoni con il progetto Con te Con tutto, curato da Cecilia Canziani alle Tese delle Vergini dell’Arsenale.

L’assenza delle artiste e artisti dall’Italia

Unica presenza italiana al Padiglione Italia l’artista Chiara Camoni con il progetto “Con te Con tutto” curato da Cecilia Canziani, alle Tese delle Vergini all’Arsenale.

Per il resto, l’assenza di artiste e artisti italiani tra i 111 invitati è diventata uno dei temi più discussi sulle riviste specializzate.

Le ragioni sembrano molteplici e aprono inevitabilmente una riflessione più ampia: in un Paese come l’Italia, dove arte, storia e cultura costituiscono il sottofondo stesso della vita quotidiana, trovare oggi nuove forme espressive riconoscibili a livello internazionale non è semplice.

E da qui si apre anche un confronto più profondo su cosa sia davvero l’arte contemporanea, quanto dipenda dall’immagine, dai social, dal mercato, dalla politica e dalla forza del messaggio.

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