L’avvicinarsi della fatidica notte degli Oscar è sempre stato per qualsiasi cinefilo un momento contemporaneamente elettrizzante e deludente. Questo perché chiunque si riconosca nella categoria sopracitata tende a vivere un lungo periodo di esaltazione nei mesi precedenti a gennaio, ipotizzando le possibili nomination in base ai film visti durante l’anno, per poi essere molto spesso deluso nel constatare che i titoli o i nomi selezionati non sono stati considerati degni di attenzione anche da parte della giuria dell’Academy.

È per questo che il caso di Flow – Un mondo da salvare (“Straume”, 2024) ha catturato grande attenzione mediatica agli Oscar 2025, risvegliando l’entusiasmo di appassionati e non. In un panorama dominato da nomi come Disney, Pixar, DreamWorks e Studio Ghibli, un film d’animazione lettone, realizzato con un budget limitato da un regista emergente ma amato dal pubblico, è riuscito non solo a ottenere una nomination, ma anche a vincere il premio.

Il valore della narrazione

Uno scatto dall’intervista con il New York Times condiviso dal regista. Credits to: gzilbalodis

Di “Flow” infatti si parla ancora a distanza di un anno come di un piccolo gioiello di animazione che ha puntato non tanto sulla qualità grafica delle immagini, che appunto solo le grandi case possono permettersi sviluppando software ad hoc molto costosi, quanto più sulla scrittura di una trama che ha per protagonisti degli animali e che per 90 minuti tiene incollati allo schermo senza che alcuna battuta venga pronunciata.

Il regista Gints Zilbalodis ha infatti iniziato questo progetto tre anni fa utilizzando un software open source (perciò gratuito e disponibile a tutti) chiamato Blender, sviluppando una storia già immaginata al liceo in uno short film in 2D dal titolo “Aqua” (2013), con protagonista un gatto nero che deve imparare a sopravvivere in un mondo improvvisamente colpito da un’inondazione.

Passando dal suo primo vero titolo in 3D realizzato interamente da solo “Away” (2019), Zilbalodis ha raffinato le sue conoscenze da autodidatta e ha raggruppato poco più di 50 persone tra Lettonia e Francia per creare la casa di produzione Dream Well Studio e mettere in pratica le sue idee. Il risultato è un’animazione certamente più povera e meno dettagliata di quelle che siamo abituati a vedere ormai al cinema, ma che insiste molto sul movimento e i piani sequenza, veicolando da più punti di vista la trama e dando un sapore al film che alcuni non esitano a paragonare all’atmosfera dei videogiochi indie, anche per l’importanza che ha l’azione in una storia senza personaggi umani.

La mitologia del diluvio

L’aspetto che tuttavia colpisce di più in un titolo lettone come “Flow” è l’intricata mitologia legata alla narrazione di un diluvio universale e l’interpretazione di un finale aperto, che raramente osserviamo nei film considerati per i più piccoli. La camera da presa segue infatti la storia di un gatto nero senza nome che vive in un mondo antico, dove però gli umani sembrano scomparsi da tempo lasciando dietro di sé enormi architetture simili a quelle che osserviamo in alcuni templi orientali, così come idoli di varie dimensioni che rappresentano proprio dei felini.

Il protagonista evita a tutti i costi gli altri animali indipendentemente dal fatto che siano più o meno pericolosi; ne è un esempio il personaggio chiave del labrador, che compare fin dall’inizio del film e incarna una personalità socievole esattamente opposta a quella solitaria del gatto. Nonostante tutto un’inspiegabile inondazione comincia a sommergere il mondo così come questi animali lo conoscono, e il protagonista sarà costretto a salire su una barca di fortuna che raccoglierà altri compagni, tra cui un capibara, il labrador (e successivamente il resto del branco), un lemure e un uccello segretario, per iniziare un viaggio – accompagnati da una balena dai tratti fantastici – che porterà ad un finale estremamente incerto quanto ambiguo.

Un magnifico still frame di “Flow – Un mondo da salvare”. Credits to: killingjoe, The Movie Database (TMDB)

La filosofia del flusso della vita

La prima scena infatti nasconde un dettaglio che conferma la ciclicità dell’inondazione: il gatto si specchia in una pozzanghera che sembra anticipare la catastrofe imminente, ma l’inquadratura allargata successiva mostra incastrata tra i rami degli alberi una barca, a dimostrazione che il film non parla tanto di un’apocalisse, quanto di un evento che è già avvenuto e che è destinato a ripetersi.

Lo stesso finale, ossia il gatto che si specchia di nuovo in una pozzanghera, ma questa volta assieme agli altri animali, sembra confermare la morale della storia: ossia che la vita è per tutti noi un flusso di avvenimenti positivi e negativi (gli idoli dei gatti che vengono lentamente sommersi rappresentano la fine di un’era di supremazia e di arroganza), ma se vogliamo sopravvivere e migliorare noi stessi, non possiamo fare a meno di farlo insieme agli altri. Gli altri che, in definitiva, sono anche la nostra unica consolazione in una tragedia insensata.

© RIPRODUZIONE RISERVATA