Cosa rende speciale un documentario (alias non-fiction) che viene presentato per la prima volta alla Biennale di Cinema di Venezia? Il fatto che sia stato selezionato, la possibilità di essere visto da giornalisti di tutto il mondo o l’abilità di dare una fotografia del mondo attuale? Probabilmente tutte e tre le cose insieme, sicuramente con tempistiche diverse.

La 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si è distinta per la quantità e la durata dei film documentaristici come “Biografia di Jorge Luis Borges” di Mariano Llinás di 5 ore e 50 minuti e il celebrativo “Joie de vivre” di Luca Guadagnino sulla vita di Bernardo Bertolucci della durata di ben sette ore.

Ma al di là di questi lavori magistrali, sono quelli di una durata minore a fare scalpore: “Oasis: Don’t look back in anger” sullo storico Tour 2025 di reunion, “Union Town” dell’esperta Barbara Kopple e “Musk” sulla vita di Elon Musk (che dura comunque quattro ore). Sia per il tema che per il modo in cui sono sviluppati, questi tre documentari hanno la capacità di narrare il nostro tempo.

Nostalgia di tempi più sereni

Con “Oasis: Don’t look back in anger” Dylan Southern e Will Lovelace (per ironia già registi di un documentario sui Blur) hanno reso ancora più memorabile il ritorno degli Oasis come band nel 2025, dopo oltre 25 anni di rottura. I fratelli Noel e Liam Gallagher infatti vengono portati sullo schermo durante le prove per il Tour mondiale tutto esaurito e seguiti in quasi ogni loro tappa. L’entusiasmo del ritorno colpisce i fan tanto quanto i componenti della band, tanto che al concerto di apertura Liam nota l’emozione di Noel con stupore “Per la prima mezz’ora buona sembrava non capisse dov’era o cosa stava succedendo. Io invece ero pronto”. Il frontman si spiega molto nel documentario, svelando la sua dedizione alla musica e a quello che significa per il mondo, riducendo la sua figura ad esecutore per il pubblico (sorprendentemente, per una leggenda come lui).

Si rende conto dell’importanza di dare il massimo per riportare in vita una band iconica degli anni ‘90, diventata ancora più importante dopo lo scioglimento anche per le generazioni successive. Se Noel è lo scrittore e il vero musicista del gruppo, è anche quello che nel documentario riscopre e si sorprende dei suoi fan (“È come se avessero trasmesso ai loro figli quel sentimento, misto tra fratellanza e sopravvivenza di classe”) e di suo fratello (“Mi ero dimenticato di quanto fosse divertente”). La lunga sviolinata di dedica che rivolge al bassista Bonehead, definendolo “il vero suono della band” che non sono riusciti a trovare in sua assenza, dà l’idea del vero significato di questa reunion.

Il Tour 2025, così come il loro ritorno, ha voluto essere un perdonare, riappacificarsi con i se stessi del passato ma soprattutto riportare in auge i valori che avevano precocemente spezzato a fine anni ‘90: la fratellanza, la sopravvivenza a tutto della classe proletaria e la forza superiore della musica agli stadi e ai concerti dal vivo. Le canzoni degli Oasis non avranno più il sentore della nostalgia degli anni ‘90 per la loro serenità, ma per la loro presenza fisica, pulsante e reale che sempre di più sembra scomparire nei nostri giorni digitali e turbolenti.

Tecnologia e fughe nello spazio: il futuro di Musk

Se ci si può sottrarre alla nostalgia anni ‘90, non si può ignorare ciò che sta avvenendo oltreoceano e che influenza tutto il mondo. Lo sceneggiatore e documentarista Alex Gibney, già vincitore di un Oscar per Taxi to the dark side (2008) e regista di Going Clear-Scientology e la prigione della fede e Steve Jobs: The man in the machine, raduna e analizza i temi principali che riguardano la vita e azioni del sudafricano Elon Musk finora.

Se infatti si aveva il dubbio di aver raggiunto alcuni limiti dell’esplorazione, sicuramente siamo solo all’inizio con un personaggio così sfrontato: nell’ordine il documentario affronta tutti gli ambiti nei quali il mostro “bambinone” ha pushed the limit.

L’intervista, non concessa al regista, viene ricreata con un avatar creato con AI di Elon Musk che risponde alle domande con la stessa sfrontatezza, cominciando dalla sua credenza che il mondo non sia altro che un’enorme simulazione di un videogioco o di un mondo alieno. Da questa premessa partono i ragionamenti che portano l’auto-dichiarato ingegnere ad agire nel mondo: la creazione di Tesla e le bugie sui suoi malfunzionamenti (“Portare la tecnologia al prossimo livello comporta dei sacrifici”); la procreazione semi-forzata con diverse donne per spargere il proprio DNA nel mondo, salvo poi abbandonare mogli e figli a piacimento; l’acquisizione di Twitter e trasformazione in X facendo pulizia di lavoratori e regolamenti sgraditi; l’applicazione del DOGE dopo essersi unito alla candidatura di Trump e le conseguenze economiche globali; la ricerca di colonizzare Marte e la recente creazione della pericolosa AI Grok e i suoi robot.

In sole quattro ore, poche per la quantità di ricerca e interviste dell’inchiesta, il regista riesce a delineare uno dei personaggi più imprevedibili e insolenti del nostro tempo che ha solo cominciato a decidere per noi su tanti fronti.

La reale lotta dei delivery

Se per Elon Musk il futuro è digitale e i sacrifici per obiettivi maggiori sono normalizzati, nello stesso paese a New York si lotta per le conseguenze delle automazioni. Nell’ennesimo documentario “Union Town” sulle lotte sindacali di Barbara Kopple, anche lei già Premio Oscar nel 1977 per Harlan County, USA sulle lotte sindacali contro le corporations, si ritorna a parlare di diritti dei lavoratori nelle multinazionali dei giorni nostri.

La facilità dell’acquisto online, gentilmente offerto da UPS e Amazon, coinvolge milioni di lavoratori che svolgono queste consegne in tutto il mondo per pochi dollari e senza possibilità di ricorsi in caso di licenziamento o sfruttamento. Le paghe basse, la tratte in bicicletta con tutti i tipi di clima, l’assoggettamento alle App che non danno spiegazioni per i licenziamenti, le condizioni nelle fabbriche e dentro i camion per il trasporto, la fatica fisica e la velocità di trasporto richiesta sono solo alcune delle problematiche del delivery. La città di New York, quella con una maggiore popolazione immigrata lavoratrice, è dal 2021 che affronta i giganti del fast-delivering con sindacati maggiori e minori, scioperi e appelli coordinati per supportare singoli e famiglie schiacciati dall’economia capitalista del 2020 e post-Covid.

Un’analisi come sempre lucida e incredibilmente umana, fatta di storie singole ma numerose e collettive, offre allo spettatore di uno dei documentari più importanti del nostro tempo un assaggio di quello che ci aspetta nei prossimi anni. Le immagini finali di “Union Town”, dapprima nel Queens e in zone urbane, si spostano nelle proposte della Silicon Valley dei nuovi lavoratori robot che dovrebbero sostituire gli esseri umani nei lavori più faticosi. Nella Sala Darsena, la seconda più grande del Lido di Venezia con oltre 1300 posti, eravamo in sole 40 persone alla visione del documentario, che eppure parla di tutti noi.

Contemporaneamente, durante la conferenza di presentazione del suo film in concorso Bunker, Penelope Cruz critica questa prospettiva sostenendo che “Sostituirci al lavoro secondo loro significa avere più tempo libero. Ma per fare cosa? Per me, ma soprattutto per i giovani, non avere uno scopo non è liberatorio, ma porta alla depressione”.

Due film diversi ma che ragionano sullo stesso argomento: fino a che punto possiamo spingere le tecnologie per favorire gli ultraricchi a svantaggio di tutti gli altri, di tutti noi? Viene da chiedersi se la nostalgia anni ‘90 non sia solo una crisi di mezza età di alcuni fan, ma in realtà un grido d’aiuto di una classe lavoratrice che non viene più riconosciuta.

Sicuramente a Venezia in questa 83esima edizione, il clima politico globale si è percepito in tutti i film internazionali, che questi tre documentari hanno fotografato magistralmente: il passaggio da un mondo umano a un mondo robotico non è più solo fantascienza e le conseguenze sono nelle mani di tutti.

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