L’odio corre online: le donne restano il bersaglio principale, ma cresce quello tra donne
La Mappa dell’Intolleranza 2025 rivela un dato inquietante: le donne restano le più colpite dall’odio online, ma cresce quello tra di loro.

La Mappa dell’Intolleranza 2025 rivela un dato inquietante: le donne restano le più colpite dall’odio online, ma cresce quello tra di loro.

La nuova Mappa dell’Intolleranza 2025 conferma un dato strutturale: la misoginia resta centrale nel discorso online. Ma cambia forma, diventando più sottile, diffusa e – sempre più spesso – prodotta dalle donne stesse.
Nel panorama digitale contemporaneo, l’odio non rappresenta più un’eccezione, ma una componente ormai strutturale del discorso pubblico. I social network, e in particolare X (ex Twitter), si configurano come amplificatori di dinamiche già radicate nella società, accentuando polarizzazione e conflitto.
A restituire una fotografia dettagliata di questo fenomeno è la Mappa dell’Intolleranza, il progetto promosso da Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti in collaborazione con il mondo accademico, che da anni analizza milioni di contenuti online per individuare e classificare le principali forme di hate speech, e restituendo una fotografia tanto nitida quanto inquietante: I numeri parlano chiaro: il 56% dei contenuti analizzati è negativo, contro un esiguo 4% positivo.
I dati più recenti mostrano con chiarezza la portata del fenomeno: oltre la metà dei contenuti analizzati presenta una connotazione negativa o apertamente ostile. Non si tratta di una deriva casuale, ma dell’effetto combinato di meccanismi tecnologici e culturali.
Le piattaforme digitali, infatti, premiano sistematicamente i contenuti in grado di generare coinvolgimento, e tra questi l’indignazione e il conflitto risultano particolarmente efficaci. In questo senso, l’odio non è soltanto un comportamento individuale, ma anche il prodotto di un ecosistema che lo incentiva e lo amplifica.
All’interno di questo quadro, la misoginia continua a occupare una posizione centrale. Nonostante le trasformazioni del contesto globale e l’emergere di nuove tensioni geopolitiche, le donne restano il bersaglio principale dell’odio online.
Le rilevazioni degli ultimi anni confermano un dato stabile: circa la metà dei contenuti d’odio è rivolta contro di loro. In questo quadro, la misoginia continua a essere la forma di odio più diffusa, pur registrando un apparente calo dal 50% del 2024 al 37% del 2025. Seguono antisemitismo (29%), xenofobia e islamofobia (13%), odio verso la disabilità (5%) e omotransfobia (3%).
Si tratta di un primato che non appare episodico, ma strutturale, capace di resistere nel tempo e di mantenersi anche in presenza di eventi che avrebbero potuto spostare l’attenzione verso altre forme di discriminazione.

Tuttavia, fermarsi ai dati quantitativi rischia di essere fuorviante. In alcuni casi, infatti, si osserva una diminuzione apparente della misoginia, ma l’analisi qualitativa suggerisce una lettura diversa.
L’odio non scompare, bensì si trasforma. Diventa meno esplicito, meno facilmente riconoscibile, più sfumato.
Gli insulti diretti lasciano spazio a stereotipi impliciti, allusioni e forme di delegittimazione più sottili, che si insinuano nel linguaggio quotidiano senza essere immediatamente percepite come violente.
Questo processo di normalizzazione rende il fenomeno più difficile da intercettare, anche per gli strumenti automatici di moderazione, che faticano a cogliere il contesto e le sfumature linguistiche.
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dalle analisi più recenti riguarda il ruolo delle donne nella produzione di contenuti misogini: il 43% dei contenuti misogini è generato dalle donne stesse.
Se in passato il fenomeno era prevalentemente attribuito a utenti maschili, oggi si registra una crescita significativa della partecipazione femminile.
Già nelle edizioni più recenti della Mappa dell’Intolleranza si evidenziava come una quota crescente di contenuti d’odio contro le donne fosse prodotta da altre donne, un dato che negli anni ha assunto proporzioni sempre più rilevanti.
Questo elemento apre interrogativi complessi e non riconducibili a una spiegazione univoca.
Da un lato si può leggere come effetto dell’interiorizzazione di modelli culturali patriarcali profondamente radicati, dall’altro come possibile strategia adattiva all’interno di un ambiente digitale competitivo e ostile, in cui l’adesione a determinate narrazioni può tradursi in maggiore visibilità e legittimazione sociale.

L’andamento dell’hate speech non è uniforme nel tempo, ma presenta picchi ben identificabili in corrispondenza di eventi mediatici specifici, come casi di cronaca o episodi di violenza di genere. In queste occasioni, il dibattito pubblico si intensifica, le reazioni emotive aumentano e gli stereotipi tendono a riemergere con maggiore forza.
A questo si aggiunge il ruolo di alcuni profili particolarmente attivi, capaci di generare un elevato numero di interazioni e di orientare il discorso pubblico, contribuendo alla diffusione e alla legittimazione di determinati contenuti.
L’analisi della Mappa dell’Intolleranza si estende inoltre ad altre forme di discriminazione, tra cui antisemitismo, xenofobia, islamofobia, omotransfobia e abilismo. In questo contesto emerge con forza il tema dell’intersezionalità, ovvero la sovrapposizione di più fattori di discriminazione.
Il caso della disabilità è particolarmente significativo: pur rappresentando una quota inferiore in termini assoluti, registra una forte incidenza relativa, con termini frequentemente utilizzati come insulti generici.
Questo fenomeno evidenzia una logica comune alle diverse forme di odio, basata sulla gerarchizzazione dei corpi e sulla delegittimazione delle soggettività percepite come “altre”. Quando queste dimensioni si intrecciano, come nel caso delle donne con disabilità o delle donne migranti, l’esposizione all’odio risulta ulteriormente amplificata.
In definitiva, ciò che emerge è un quadro complesso in cui l’odio online non può essere interpretato come un fenomeno isolato o esclusivamente digitale. Al contrario, esso rappresenta lo specchio di dinamiche sociali più profonde, alimentate da fattori culturali, politici ed economici.
Le piattaforme digitali agiscono come moltiplicatori, rendendo visibili e amplificando tensioni già presenti nella società.
La vera trasformazione in atto non riguarda quindi la diminuzione dell’odio, ma la sua evoluzione. Si tratta di un odio più sofisticato, più diffuso e più difficile da riconoscere, che attraversa i confini tradizionali delle categorie e coinvolge attori sempre più diversi.
In questo scenario, comprendere le nuove forme che assume diventa un passaggio fondamentale per poterlo contrastare in modo efficace.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
