Quando nel 1823 una fuga d’amore diventò un caso di cronaca giudiziaria
Luigi Grimaldi riscopre, al Festival del Giornalismo di Verona, una storia d'amore, divenuta caso di cronaca giudiziaria, dell'Ottocento.

Luigi Grimaldi riscopre, al Festival del Giornalismo di Verona, una storia d'amore, divenuta caso di cronaca giudiziaria, dell'Ottocento.

La storia che il giornalista de L’Arena ed esperto di cronaca giudiziaria Luigi Grimaldi ha portato al Festival del Giornalismo di Verona – in occasione del terzo appuntamento dell’Extra Festival – è una dimostrazione di come piccoli – all’apparenza – episodi possano, anche dopo secoli, avere ancora molto da raccontare.
Presso la Biblioteca Comunale di Affi, Grimaldi ha portato in realtà due storie. La prima è quella della fuga d’amore tra la marchesina Camilla Terragnoli e il tenente dei Carabinieri Filippo Sgambella, avvenuta nel 1823, e del processo per “ratto, prodizione, calunnia, abuso d’ufficio, stupro, ribellione, ordinata strage e poligamia”, come scritto all’inizio delle 52 pagine che compongono l’atto giudiziario.
La seconda è la storia dello stesso giornalista, che negli anni ha cercato di ricostruire la vicenda, tra inattese scoperte oltreoceano e dubbi che ancora oggi rimangono tali. Tutto è iniziato con il ritrovamento di un testo di Alfredo Zazo, storico beneventano direttore negli anni Trenta dell’Archivio storico della provincia di Benevento.
Il testo di Zazo, poco più di 20 righe, raccontava sommariamente le vicende riguardanti Camilla Terragnoli, unica figlia del marchese Giacomo Terragnoli, e di Filippo Sgambella, descrivendo la loro fuga d’amore come “ratto“.
Teatro della storia è Benevento, città che ha dato i natali ha Luigi Grimaldi e che fino all’Unità d’Italia era sempre stata in mano allo Stato Pontificio, tranne che per una breve parentesi tra il 1806 e il 1815, con la dominazione francese. Nove anni che, vedremo in seguito, segnarono la cultura della città.
I Terragnoli erano una famiglia nobile, il cui titolo era stato acquisito grazie ai favori militari offerti al Papa. La famiglia è terminata in disgrazia intorno al 1970 e il palazzo Terragnoli è oggi sede della biblioteca provinciale di Benevento.
Filippo Sgambella era invece un giovane siciliano che era stato al servizio degli anglicani. Per questo venne mandato in Inghilterra per combattere delle rivolte e lì si sposò ed ebbe una figlia. Quando la milizia venne sciolta nel 1815 tornò in Sicilia, ma non trovando lavoro andò a Roma, entrando nei Carabinieri. Da lì venne mandato a Benevento nel 1822 a guidare la tenenza, cosa che lo fece entrare in contatto con l’aristocrazia beneventana, Terragnoli compresi.

Dall’atto giudiziario è noto che Camilla Terragnoli effettivamente si invaghì del tenente Sgambella e, dopo un’iniziale rifiuto del carabiniere, i due iniziarono una frequentazione clandestina di quasi 10 mesi, al termine dei quali Sgambella decise di sposarla, mentendo sulla morte della moglie in Inghilterra.
Nonostante i dubbi della marchesina Terragnoli, che voleva prova del decesso della consorte inglese, la coppia fuggì alla volta di Roma con la complicità delle pattuglie dei Carabinieri, che ebbero pure uno scontro con le guardie dei Terragnoli, usciti dal palazzo alla ricerca di Camilla.
Dopo un rapporto consumato a bordo della carrozza e il passaggio da Capua, la coppia si fermò a Veroli, dove venne scoperta in una locanda. Il tenente venne incarcerato mentre la marchesina venne mandata dal padre a Napoli dalle Suore di San Paolo. I due amanti mantennero tuttavia un intenso scambio epistolare, terminato nel 1826 quando Camilla Terragnoli venne a sapere della bugia raccontatale da Sgambella.
Le vicende sopra descritte provengono dal documento “All’inclito Consiglio di guerra”. La storia del ritrovamento di questo testo è altrettanto singolare e, durante la serata di Affi, si è più volte intrecciata con le vicessitudini amorose di Camilla e Filippo.
Grimaldi spiega che dopo diverse indagini, portate avanti nel tempo libero, grazie all’avvento di internet e di una ricerca sul web si imbatté nel titolo sopra citato. Il documento apparteneva alla biblioteca della Duke University di Durham, in North Carolina (Stati Uniti) ed era stato classificato come “libro raro”, nonostante fosse un atto giudiziario.

Riuscito a mettersi in contatto con il bibliotecario Joshua Rowley, Grimaldi ricevette la scansione delle 52 pagine che compongono il documento e da lì ha potuto ricostruire gli eventi, non riuscendo però a capire come quell’atto fosse finito negli Stati Uniti. Sui registri degli immigrati negli Stati Uniti infatti non risulta nessun Terragnoli e quindi si possono solo fare delle ipotesi sul viaggio di quelle carte oltreoceano.
Quella più probabile è legata alla sorte della famiglia Terragnoli. Caduti in miseria, gli eredi di Giacomo Terragnoli potrebbero aver venduto i loro beni, inclusi gli atti di quel processo e, passato di mano in mano, l’atto potrebbe essere stato infine acquistato da un soldato americano dopo la Liberazione, che a sua volta l’ha poi donato all’università. Le carte invece conservate negli archivi dello Stato Pontificio potrebbero essere state trafugate ai tempi della Breccia di Porta Pia e da lì gli eredi di chi le aveva prese potrebbero averle vendute.
Ciò che è certo è che il finale di entrambe le storie resta ignoto. La vicenda di Camilla e Filippo si interrompe con la fine dello scambio epistolare. Il tenente, accusato di voler sposare la marchesina Terragnoli per ereditarne i beni, fu condannato a cinque anni di reclusione, mentre del destino di Camilla dopo l’esilio a Napoli non si hanno notizie. Inoltre, mancano le deposizioni dei testimoni del processo, compresi i racconti dei genitori di Camilla.
Emerge tuttavia dalle carte come Camilla Terragnoli rivendicò fino alla fine quell’amore, rifiutando l’etichetta del “ratto” ma parlando di un rapporto consenziente. Addirittura l’avvocato Pagnoncelli, difensore di Sgambella, chiese a Camilla di scrivere a Papa Leone XII affinché intercedesse per la coppia, dicendole che se l’avesse fatto sarebbe stata “l’eroina del secolo”.
Camilla non lo fece, aspettando i documenti della morte – finta – della moglie di Sgambella, ma questa sua libertà, atipica per il periodo storico di cui stiamo parlando, era frutto anche delle idee portate dalla – seppur breve – occupazione francese durata nove anni.

Il lavoro di Grimaldi serve anche a riabilitare la figura di Camilla, tenuto conto che a Benevento, racconta il giornalista, ancora oggi, a distanza di due secoli, si usa “non fare la fine della marchesina” come modo di dire, seppur la storia sia quasi del tutto sconosciuta ai più. Il lavoro di indagine e recupero storico di Luigi Grimaldi trova infine spazio nel libro “The Marchesina and the Lieutenant”, edito da Percorsi Editore.
Si tratta di un libro in inglese, illustrato da Beatrice Bovo, che ripercorre la storia di Camilla e Filippo ed è la prova di come, così dice Grimaldi, a volte dietro ad un trafiletto di giornale si nascondano un’enormità di documenti storici e storie. Luigi Grimaldi è partito da 20 righe contenute in un libricino rosso e, commenta il giornalista, «forse dovrò andare in America per scoprire chi ha portato lì il libro». Perché la storia di Camilla e Filippo dopo 200 anni non è ancora finita.
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