La rete associativa presente a Verona e, in particolare a Veronetta, rappresenta un elemento fondamentale del tessuto sociale, culturale e civico del territorio. Caratterizzata da una fitta trama di organizzazioni di volontariato, associazioni culturali, sportive e di promozione sociale, fare rete significa contribuire in modo significativo alla coesione della comunità e alla valorizzazione delle risorse locali. Si parla di realtà, dunque, che operano spesso insieme tra di loro grazie a una sempre più grande coscienza collettiva.

Niente però nasce per caso e lo sforzo di centinaia di volontari rappresenta il simbolo concreto di cittadinanza attiva che favorisce poi la riqualificazione e rivitalizzazione di aree urbane che altrimenti sarebbero abbandonate a loro stesse.

A Veronetta, anche grazie al progetto Buone nuove che vede D-Hub come capofila, da più di un anno “fare rete” è un mantra che gli abitanti dello storico quartiere hanno fatto proprio con risultati visibili ogni giorno. Ne abbiamo parlato con Andrea Avanzi, presidente della Commissione V sociale della Prima circoscrizione di Verona.

Da dove nasce il bisogno di fare rete?

Andrea Avanzi.

«L’idea è nata circa due anni fa. Si parla spesso di “fare rete”, ma tra le associazioni questo termine rimaneva più teorico che pratico. Per vari motivi – mancanza di tempo, pochi volontari o anche un certo campanilismo – ognuno tendeva a lavorare per conto proprio. Allora ho pensato: perché non creare degli incontri mensili o bimestrali, in modo che le associazioni possano conoscersi e confrontarsi? L’obiettivo era semplice: far sì che le persone si vedessero in faccia, perché a volte nemmeno si conosce il presidente o i volontari delle altre realtà. E soprattutto favorire l’aiuto reciproco anche nelle piccole cose pratiche. Faccio un esempio banale: se un’associazione ha bisogno di cinquanta sedie e sa che un’altra le possiede perché organizza eventi simili, può chiedere supporto.»

È stato facile avviare questo tipo di rete?

«No, per niente. Come si dice, è più facile dirlo che farlo. Però siamo partiti con una decina o quindicina di associazioni e negli ultimi incontri eravamo quasi trenta. Abbiamo anche allargato il coinvolgimento non solo alle associazioni del quartiere, ma a quelle dell’intera prima circoscrizione. Non vogliamo creare muri: abbiamo invitato anche realtà che non hanno sede qui ma svolgono attività nel territorio. A volte c’è difficoltà di partecipazione per mancanza di tempo o di volontari, però la risposta in generale è sempre stata positiva.»

E il bilancio al momento è positivo?

«Direi decisamente positivo. Un esempio recente è un ciclo di cinque incontri su tematiche sociali e sanitarie: sclerosi multipla, fine vita, Alzheimer, depressione e ADHD. Tre o quattro associazioni si sono unite per organizzare la rassegna e la sala era piena. Questo dimostra che quando le associazioni collaborano i risultati arrivano. Troppe volte ho visto due eventi nello stesso giorno a duecento metri di distanza. Così non si fa il bene di nessuno. Se invece si lavora insieme, si passa magari da una sala con venti persone a una con settanta. A volte è meglio fare un passo di lato e non essere “il primo della lista”, ma far parte di un gruppo. I risultati si vedono.»

Questi incontri dunque hanno anche effetti piuttosto concreti.

«Sì, anche nelle cose più semplici. All’ultimo incontro era presente un’associazione di diabetici. Il giorno dopo mi ha chiamato una persona che aveva bisogno di informazioni sulla malattia e mi ha chiesto il contatto di quell’associazione. Sembra una banalità, ma questi incontri servono proprio a questo: far sapere che certe realtà esistono.»

L’idea di questo macro-progetto da dove è partita?

«È stata un’idea suggerita da Roberto Villa. Io faccio più che altro da coordinatore: organizzo gli incontri, mando gli inviti e cerco di stimolare la partecipazione. Spesso dopo gli incontri ceniamo insieme, e quello diventa un momento più informale di conoscenza.»

Foto di Andrea Avanzi.

Quali sono le principali difficoltà delle associazioni oggi?

«La più grande è la mancanza di volontari. È una situazione quasi drammatica. Molti volontari hanno più di 65 anni. Una volta c’era il servizio civile obbligatorio: anch’io ho fatto l’obiettore di coscienza e ho prestato servizio in un’associazione. Oggi quell’apporto di giovani è venuto meno. Ci sono anche problemi economici, ma prima di tutto serve trovare nuove persone, soprattutto giovani, che abbiano voglia di impegnarsi anche solo qualche ora alla settimana.»

Come si potrebbero coinvolgerli di più?

«Bisogna far conoscere di più le associazioni. Eventi come la Festa delle associazioni o il Galà delle associazioni servono proprio a questo: farle vedere ai cittadini, ai residenti e ai giovani, affinché possano interessarsi e magari appassionarsi al volontariato.»

Parlando del quartiere, quali sono secondo lei le principali sfide per il futuro?

«Alcuni commercianti mi dicevano che il problema della sicurezza è spesso ingigantito. Piuttosto, la vera sfida riguarda l’attaccamento al quartiere. Sempre più appartamenti vengono venduti o affittati a studenti universitari, e questo può cambiare l’identità della zona. Io vivo a Veronetta da circa trent’anni e l’ho vista trasformarsi molte volte. Una volta gli appartamenti erano affittati a famiglie numerose; poi piano piano sono passati agli studenti. Oggi però il quartiere ha ancora circa 9.000 residenti, quindi non parlerei di spopolamento.»

E per quanto riguarda i lavori e i cambiamenti urbanistici?

«I lavori hanno creato qualche disagio, è vero, ma quando si fanno lavori è inevitabile. Parlando con i commercianti, molti dicono che bisogna avere pazienza perché alla fine porteranno benefici. È stata una scelta coraggiosa ma giusta.»

E il futuro della rete associativa?

«Stiamo cercando di organizzare di nuovo la festa di Santa Toscana. Sarebbe bello coinvolgere tutte le attività del quartiere. Un sogno sarebbe riportare anche la tradizione dell’albero della cuccagna. Inoltre stiamo valorizzando sempre di più l’area della Provianda, che fino a qualche anno fa era poco conosciuta e ora invece è molto richiesta per eventi e attività.»

L’iniziativa “Siamo tutti esposti” è solo uno dei molti esempi di cittadinanza attiva. Foto di Ana Blagojevic.

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