“Cronache artificiali: il mestiere del giornalismo al tempo dell’intelligenza artificiale” è il titolo dell’incontro che si è svolto sabato 14 marzo alla Fucina Culturale Machiavelli che ha visto confrontarsi Gian Luigi Bonanomi (formatore e consulente sull’intelligenza artificiale) e Pier Luigi Pisa (giornalista e divulgatore) con la moderazione di Daniele Chieffi (giornalista e divulgatore).

«Un tema – introduce Chieffi – non banale. Non lo è perché il cambiamento che il giornalismo sta vivendo oggi, sotto la spinta dell’intelligenza artificiale, non ha nulla a che vedere con le trasformazioni del passato.

Se un tempo internet rappresentava semplicemente un nuovo strumento, utile per fare ricerche, ampliare i contatti e velocizzare il lavoro, oggi siamo di fronte a qualcosa di radicalmente diverso: un cambio di paradigma.»

Daniele Chieffi ha moderato il dibattito. Foto di Filippo Baldi.

Dunque, l’intelligenza artificiale generativa non è solo una tecnologia in più a disposizione dei giornalisti. Sta diventando un vero e proprio discrimine culturale. Il nodo centrale è quello della delega: fino a che punto è lecito affidare a una macchina attività che prima erano esclusivamente umane? Ma la questione va oltre. Non riguarda solo chi utilizza l’AI, bensì il modo in cui il suo impiego sta modificando la nostra percezione della realtà e il modo in cui costruiamo le notizie.

Il linguaggio è l’unico territorio di conquista

Pier Luigi Pisa d’altronde durante l’incontro ha affermato che «nonostante le sue capacità, l’intelligenza artificiale non può sostituire il giornalismo sul campo. Può scrivere testi formalmente impeccabili, ma non può vivere l’esperienza diretta. Non può raccontare cosa significa trovarsi sotto le bombe, né sostenere i costi economici, psicologici e umani di un reportage in zone di guerra. In altre parole, può produrre contenuti, ma non fare testimonianza.»

Il punto è, di conseguenza, sottile: l’AI può scrivere come un giornalista, ma non è un giornalista. I suoi articoli sono spesso corretti, coerenti e ben strutturati. Tuttavia manca qualcosa di essenziale: l’esperienza diretta, l’empatia e la visione personale sul mondo. Il giornalismo, infatti, non è mai completamente oggettivo. È sempre una costruzione narrativa, una scelta di prospettiva. E proprio questa prospettiva è ciò che l’intelligenza artificiale non possiede.

Durante l’incontro. Foto di Filippo Baldi.

«Una rivoluzione che – sottolinea Bonanomi – è in preparazione da anni. Negli ultimi decenni il giornalismo ha attraversato numerose trasformazioni: l’arrivo dei motori di ricerca, l’esplosione dei social network, lo sviluppo dell’e-commerce, la digitalizzazione totale dei contenuti. Ma tutte queste non erano vere rivoluzioni. Erano, piuttosto, tappe di avvicinamento a quella attuale. Oggi, con l’intelligenza artificiale, siamo di fronte a qualcosa di più profondo: un sistema capace di comprendere e manipolare il linguaggio, cioè il “sistema operativo” dell’umanità.»

Intelligenza artificiale come alleato, non sostituto

«Al momento però – continua Pisa – uno degli effetti più evidenti è l’omologazione dei contenuti. Molti testi generati dall’AI condividono caratteristiche simili: ritmo uniforme, strutture ripetitive, lessico ricorrente. Il lettore percepisce una certa “musicalità”, ma spesso dimentica rapidamente ciò che ha letto. È una scrittura che scorre, ma non lascia traccia.» Al tempo stesso rimane comunque un alleato prezioso «perché – come ribadisce giustamente Bonanomi – può essere utilizzata per: supportare il lavoro investigativo, analizzare grandi quantità di dati, verificare fonti e sintetizzare documenti complessi. La vera questione non è se usare o meno l’intelligenza artificiale, ma come usarla.»

Delegare completamente la scrittura significa impoverire il giornalismo. Utilizzarla come supporto, invece, può migliorarne qualità ed efficacia. Lo stesso vale per la scuola, per le aziende e per la società nel suo complesso: la tecnologia non è né buona né cattiva in sé. È l’uso che ne facciamo a determinarne il valore.

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