Un secolo di velocità raccontato attraverso quindici circuiti e quindici piloti. Ma soprattutto attraverso le storie degli uomini e delle donne che, prima ancora delle imprese sportive, hanno costruito l’immaginario delle corse. È stato questo il cuore dell’incontro di ieri sera a Casa Verona, all’Arsenale, dove Diego Alverà ha presentato il suo ultimo libro, Giro di pista, dialogando con il giornalista Paolo Sacchi in un evento organizzato in collaborazione con Heraldo, Festival del Giornalismo di Verona e Libreria Gulliver. Un racconto che attraversa il Novecento tra letteratura, cultura e automobilismo, restituendo dignità ai protagonisti meno celebrati della storia delle corse. Il punto di partenza del libro, spiega Alverà, è proprio la pista. Non soltanto il luogo in cui si corre, ma una presenza quasi narrativa, una memoria che attraversa il tempo.

«Volevo raccontare non solo la storia dei piloti che hanno legato il loro nome a imprese straordinarie su quei tracciati» spiega Alverà. «Per una volta mi interessava dare spazio a chi quei circuiti li aveva immaginati. Ingegneri, progettisti, imprenditori illuminati che spesso non lo facevano per motivi economici, ma per una specie di urgenza della velocità, della sfida, del limite. In qualche modo la velocità l’hanno costruita prima ancora che esistesse». Da qui nasce l’idea di mettere i circuiti al centro del racconto, quasi fossero protagonisti silenziosi della storia. «Ho immaginato una specie di introduzione a ogni capitolo dal punto di vista della pista. Perché la pista resta. Passano gli anni, passano i campioni, passano le stagioni, ma lei è ancora lì. Pensate a Monza: è lì dal 1922. Certo, con le modifiche del tempo, ma il tracciato continua a esistere. In qualche modo è la vera testimone della velocità».

Il libro si muove tra storia e cultura del Novecento, e non è un caso che durante l’incontro emerga anche il legame tra la nascita dell’automobile e il futurismo. Il rombo dei motori, la fascinazione per la velocità, la modernità che irrompe nel mondo. «La velocità è forse l’elemento che più di ogni altro ha connotato il Novecento. Non soltanto per le macchine o per la tecnica. Era un’attitudine mentale, un modo di stare nel mondo. Scrittori, artisti, intellettuali hanno trovato nella velocità una chiave di lettura della modernità». Ma il libro di Alverà non è una celebrazione nostalgica. «Non è un libro di nostalgia. È piuttosto un punto fermo. Racconto quella velocità che abbiamo conosciuto e che in qualche modo abbiamo potuto toccare con mano fino a pochi decenni fa. Oggi è un’altra cosa. Non sono un detrattore della velocità contemporanea, ma è un mondo diverso, molto più complesso anche dal punto di vista ingegneristico».

Il vero fil rouge del libro, però, resta il rapporto dei piloti con il limite. Una dimensione quasi esistenziale, che distingue i pionieri delle corse dai professionisti di oggi. «Per anni mi sono chiesto che cosa avesse reso grandi i piloti del passato, anche quelli che non hanno vinto tantissimo. Credo che quella generazione avesse qualcosa che oggi si è perso: l’urgenza di stare dentro quella macchina pericolosissima e capire fino a dove si potesse arrivare». Una tensione che spesso si traduceva in un rapporto diretto con il rischio. «Molti di loro sapevano perfettamente che salendo in macchina non era affatto certo che ne sarebbero usciti. Il pilota viveva soltanto nel presente. Non aveva un passato e non aveva un futuro. C’era solo quell’istante. Ed è questo che dava peso e valore a quello che stavano facendo».

Tra le figure raccontate nel libro emerge anche quella di Bernd Rosemeyer, uno dei piloti simbolo degli anni Trenta. «Era un personaggio straordinario. Correva per l’Auto Union e voleva a tutti i costi battere il record di velocità. All’epoca c’era quasi un’ossessione collettiva per il limite. Non si trattava soltanto di vincere una gara. Si trattava di dimostrare che si poteva andare oltre». Un’ossessione che racconta molto dello spirito di quell’epoca. «C’era l’idea che il limite dovesse essere superato a prescindere. Non era solo competizione sportiva. Era una sfida quasi filosofica».

Eliška Junková, Miss Bugatti

Nel libro trovano spazio anche storie meno note, come quella della pilota ceca Eliška Junková, soprannominata Miss Bugatti. «Era una delle più grandi pilote della sua epoca. Nel 1927 arrivò quinta alla Targa Florio e avrebbe potuto vincere se non avesse avuto un problema tecnico. Aveva battuto piloti come Campari e Nuvolari». La sua vicenda si intreccia con quella del circuito di Brno. «Quando si pensò di costruire il tracciato, andarono proprio da lei a chiedere un parere. Junková disse che doveva essere identico a quello che avrebbe voluto suo marito, anche lui pilota. È una storia d’amore bellissima. Dopo la morte del marito lei smise di correre, ma continuò a partecipare alla promozione del circuito».

Le donne, ricorda Alverà, hanno avuto un ruolo molto più importante nella storia delle corse di quanto si pensi. «La velocità di quell’epoca aveva una radice libertaria. Aggregava chiunque. L’automobilismo è sempre stato uno degli sport meno discriminanti. Non faceva distinzioni». Tra le protagoniste compare anche Maria Antonietta d’Avanzo, una delle prime grandi pilote italiane. «Era una donna straordinaria, spavalda, temeraria. D’Annunzio la chiamava “la corridora demoniaca”. Era talmente determinata che metteva in difficoltà chiunque, persino Enzo Ferrari».

Ferrari è naturalmente una presenza costante nel racconto del Novecento automobilistico. «Enzo Ferrari è probabilmente la figura che più di ogni altra rappresenta il Novecento italiano. Dentro di lui c’è tutto: la creatività, la genialità, ma anche il lato più duro e spietato di quel secolo». Nel libro Alverà racconta anche un episodio poco noto della sua carriera da pilota. «Nel 1924 Ferrari vince la Coppa Acerbo quasi per caso. Doveva semplicemente fare da lepre per i piloti più forti dell’Alfa Romeo. Invece si ritrova a vincere la gara. Ma proprio quell’episodio gli fa capire che forse il suo destino non era quello di pilota».

Da quella consapevolezza nascerà uno dei miti più grandi della storia dell’automobilismo. Tra i protagonisti del libro compaiono anche figure come François Cevert, James Hunt e Ayrton Senna. Di quest’ultimo Alverà ricorda una delle imprese più celebri. «Quello che fece a Donington è qualcosa di straordinario. In meno di un giro superò praticamente tutti i piloti davanti a lui. Era una pista bagnata, con una nebbia quasi da brughiera inglese, e lui guidava come se sentisse cose che gli altri non percepivano». Una sensibilità speciale che accomunava i più grandi. «Piloti come Senna o Jim Clark arrivavano al limite e poi restavano appena sotto. Non lo superavano mai. È una capacità rarissima. Perché correre forte lo sanno fare tutti, ma trovare quell’equilibrio è un’altra cosa».

Il libro si chiude idealmente con una riflessione sulla velocità e sul suo significato. «Oggi la velocità esiste ancora, ma è cambiata. È diventata velocità di comunicazione, di rete, di informazione. Quella vertigine fisica che caratterizzava l’automobilismo delle origini è un po’ scomparsa». Eppure qualcosa di quella vertigine continua a sopravvivere. Perché, in fondo, la velocità continua a essere prima di tutto una sensazione. «All’epoca i piloti erano completamente esposti agli elementi. Polvere, fango, vento. Sentivano la velocità sulla pelle. Era una vertigine vera. E forse è proprio quella vertigine che ha costruito il mito».

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