Nel giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, mentre alla Prefettura di Milano Giorgia Meloni incontrava JD Vance e Marco Rubio, venerdì 6 febbraio gli studenti di “Cambiare Rotta insieme” si sono trovati con “Potere al Popolo! e l’Unione dei Sindacati di Base davanti al Politecnico di Milano per protestare in compagnia dell’attivista statunitense Chris Smalls.

Dopo il corteo mattutino e le proteste all’arrivo della fiaccola del 5 febbraio infatti, si è continuato a presenziare per ribadire che militarizzare la città per ospitare un evento che specula sulle spalle degli italiani (e non solo) è un affronto al momento storico che stiamo vivendo.

«L’ipocrisia totale di un sistema, perché da un lato [ci sono] i suoni, le luci e le feste, dall’altro le zone rosse, la militarizzazione e gli assassini dell’ICE, che per la vergogna di questo governo mettono piede in Italia, per la vergogna di chi li ha invitati», dice Potere al Popolo riferendosi alla presenza della sezione investigativa della polizia di frontiera americana alla cerimonia.

«Chiedetevi cosa volete sacrificare per questa rivoluzione… oggi JD Vance è qui, il segretario Marco Rubio è qui, ma a me non interessa niente di loro, io voglio concentrarmi su questa rivoluzione», queste le parole che urla al microfono con sicurezza Chris Smalls, il fondatore di Amazon Labor Union, il sindacato rivolto ai lavoratori della multinazionale statunitense.

Il fondatore di Amazon Labor Union (ALU)

Smalls infatti lavorava da cinque anni a New York in un magazzino di Amazon quando durante la pandemia di Covid-19 ha voluto rispondere alla mancanza di protocolli di sicurezza organizzando uno sciopero. L’azienda ha deciso di licenziarlo il giorno stesso, con la scusa di violazione di una quarantena che non gli era in realtà ancora stata notificata.

Chris Smalls, dopo aver denunciato insieme alla Stato di New York la multinazionale per ingiusto licenziamento, fonda il Congresso dei Lavoratori Essenziali che poi diventerà Amazon Labor Union (ALU). Il 6 febbraio l’attivista era a Milano per protestare contro un apparato globale di sicurezza intensificato, che va dalla presenza dell’ICE ai Giochi Olimpici alla ricerca di terroristi dell’IDF, tralasciando però la messa in sicurezza dei cittadini.

Milano e l’emergenza abitazioni

A Milano l’emergenza di sicurezza abitativa è alle stelle, in un periodo invernale in cui il “Modello Milano” non riesce a offrire alloggio a chi ne ha bisogno: sono già sei i senzatetto morti di freddo per strada, uno a settimana da inizio anno.

Ci sono poi le speculazioni edilizie collegate alle Olimpiadi, che invece di riqualificare la città negli spazi già esistenti, si dedica ai nuovi investimenti privati. Ne è un esempio il Palasharp, palazzetto sportivo abbandonato e mai restaurato da oltre vent’anni che il 6 febbraio è stato occupato dal Comitato Insostenibili Olimpiadi per le “Utopiadi”: incontro sportivo che vuole essere un’alternativa sostenibile a quello ufficiale.

«La nostra azione diretta richiama esplicitamente le Olimpiadi dell’Utopia organizzate a Barcellona nel 1936. Un’esperienza storica che immaginava lo sport come spazio di emancipazione, inclusione e cooperazione, in aperto contrasto con le Olimpiadi ufficiali del tempo che si svolgevano nella Germania nazista. Allo stesso modo, le Utopiadi milanesi vogliono essere una utopia quotidiana praticata, fatta di sport accessibile, autogestione e riappropriazione dei territori».

In contrapposizione all’utilizzo di soldi e benefici pubblici a favore di costruzioni private come l’Arena Santagiulia e il Villaggio Olimpico a Cortina, come ben esplicato dal direttore di Altreconomia alla presentazione dell’inchiesta “Oro colato” al Senato lo scorso 30 gennaio.

Il No alla presenza di Israele ai Giochi

In ultimo, ma certamente non per importanza, la protesta di questi giorni si rivolge alla presenza di Israele ai giochi olimpici: uno schiaffo in faccia al genocidio in corso a Gaza da parte dell’IDF, con l’esplicita solidarietà economica e materiale italiana e degli Stati Uniti tra i tanti. «Continueremo a manifestare finché non vedremo una Palestina libera. Perché il lavoro per il quale abbiamo firmato è una lotta lunga una vita. Non si può protestare e poi smettere, bisogna impegnarsi al 100%» continua l’attivista newyorkese Chris Smalls, ripetendo “Shame on them”, vergogna per chi lascia partecipare ICE e Israele alle Olimpiadi.

E le manifestazioni non si fermano, dallo sciopero internazionale di circa 21 porti del Mediterraneo e oltre (anche Amburgo e Bilbao hanno partecipato) indetto dal Calp di Genova, fino alla manifestazione a Milano del 7 febbraio. Un segnale forte dei lavoratori di tutte le categorie che attraversa l’oceano con una sola certezza: come negli sport la sicurezza si crea con la prevenzione, non con le armi.

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