Dove va uno va l’altro. Ecco a voi un altro sodalizio artistico tra regista e attore, che sicuramente vedremo più spesso in futuro e che per ora ha raccolto i suoi frutti: Ryan Coogler e Michael B. Jordan. Iniziano a lavorare insieme nel 2013 con “Prossima fermata Fruitvale Station”, per poi incassare successi maggiori con “Creed – Nato per combattere” (2015) e il discusso “Black Panther” (2018).

Ancora in stretti rapporti con la Marvel, Ryan Coogler trova spazio anche per i suoi progetti, firmando la sceneggiatura e mettendosi dietro la macchina da presa con “I Peccatori”. Uscito in sala nell’aprile del 2025 e ora disponibile sulla piattaforma streaming Now o su Sky, il film in questione è tornato a far parlare di sé in questi giorni dopo l’annuncio record di sedici nomination agli Oscar 2026.

È il 1932, siamo in Mississippi e i gemelli Stack e Smoke (interpretati contemporaneamente da Michael B. Jordan) sono appena tornati da Chicago. Tornano con abiti da gangster e con l’aria di chi ha visto come gira il mondo. Portano con sé soldi e l’idea di aprire un locale, un juke point, dove la comunità nera del posto possa divertirsi al ritmo di musica blues. Il primo a cui danno lavoro, come cantante, è loro cugino Sammie, amante del blues, introverso e intimorito dalle raccomandazioni di suo padre, fervente cattolico e pastore della chiesa locale.

Due mine vaganti che nel loro percorso hanno fatto del male alle persone a cui volevano più bene, due caratteri diversi, uno più istintivo e focoso, Stack, l’altro, Smoke, più sensibile e meno irruente, ma comunque pronto in caso di lotta (divisione di caratteri sottolineata anche dalla differenza di piccoli dettagli nel vestiario, uno accentua il rosso l’altro il blu, un tocco di originalità non da poco insomma).

Qui in Mississippi ritrovano vecchie conoscenze, alcune più gradite di altre (Stack ritrova una sua vecchia fiamma, Mary, interpretata da Hailee Steinfeld, arrabbiata per l’abbandono subito e trattata con superficialità dai gemelli) e decidono di arruolare qualcuno per la gestione del locale: l’ex moglie di Smoke, Annie (Winnie Mosaku), non in ottimi rapporti con l’ex marito, Delta Slim (Delroy Lindo) come pianista, Cornbread (Omar Benson Miller) come buttafuori e i due gestori dell’emporio Grace e Bo Chow (Li Jun Li e Yao) per stare dietro il bancone.

Il loro ritorno nella piccola città natale non viene accolto da tutti con gioia. Il fatto che siano andati via per rincorrere il sogno del gangster americano e che siano tornati con soldi e vestiti nuovi spaventa i vari comprimari e risveglia il topos dell’ideale dell’ostrica verghiano. Nonostante il timore e la sensazione che questi due gemelli portino guai, la comunità nera del paesino accetta l’idea del juke point, vedendolo come unica fonte di svago in una terra dominata dai bianchi e dalle loro restrizioni (presente lungo tutto il film il tema della sensazione di continua allerta per la presenza del “Klan”).

La pace e il clima festivo, però, non durano per molto. Tre figure bianche spuntano dal buio della palude e non possono entrare nel locale se non previo invito. Lo spoiler in questo caso è difficile non farlo. Basta dire che il colpo di scena è lo stesso di “Dal Tramonto all’Alba” di Robert Rodriguez, opera a cui Coogler si ispira.

Gli anni in Marvel del regista si fanno sentire dopo pochi secondi dall’inizio del film, con una voce fuori campo che accompagna le riprese di alcuni disegni su una caverna e spiega come la musica, in qualsiasi generazione e in qualsiasi popolo, risveglia degli spiriti. Dopo questo inspiegabile inizio in stile “Koda fratello orso”, comincia un film problematico ma quantomeno capace di reggersi in piedi. Osannato a un anno di distanza (in America soprattutto) come un film incredibile, “I Peccatori”, va detto da subito, è un film mediocre ma godibile. Niente di più, niente di meno. Il potenziale dei temi trattati c’è tutto, ma la trasposizione fa perdere gran parte di tale potenziale.

I punti più importanti vengono persi nella regia, esterna soprattutto. I protagonisti si muovono in uno spazio, alle loro spalle, costantemente sfocato; visivamente potrebbe essere ambientato ovunque, Mississippi come anche in provincia di Roma. Sulle riprese in interno, Coogler dimostra una maggiore abilità, forse aiutato anche da un’ottima fotografia di Autumn Durald Arkapaw: la tavolozza dei colori è calda e l’arancione si mescola perfettamente nell’ombra del locale in cui si svolge la maggior parte del film. Nonostante questo, anche qui la gestione degli spazi risulta sprecata, viene da chiedersi se non fosse stato possibile giocare maggiormente sul contrasto tra i personaggi al sicuro nel casolare e gli altri, rappresentanti dell’entità esterna nel buio.

La minaccia di queste figure mostruose, metafore del suprematismo bianco, non si percepisce e l’idea di prendere ispirazione dai grandi film d’assedio in pieno stile John Carpenter (“Il signore del male”, “La Cosa” …) non arriva allo spettatore quanto dovrebbe. I protagonisti stanno fermi e rimangono in attesa, cosa che avrebbe molto più senso fare per tutto il film. Viene da chiedersi molte cose alla fine di queste due ore e diciassette a proposito della resa e se non fosse stato possibile fare meglio. Ma nonostante una percepibile voglia di “cinema alla Tarantino”, le scene d’azione, gli schizzi di sangue e gli effetti pratici sono davvero notevoli e non fanno mai storcere il naso. Anzi, stupiscono notevolmente, soprattutto sul finale e sul personaggio leader di questi mostri, interpretato da Jack O’Connell (non in forma come lo è nel recente “28 anni dopo: il tempio delle ossa”). Nonostante il character design di queste figure crepuscolari non osi molto (ma forse è meglio così), la loro messa in scena è comunque ben fatta. Certo rimane il fatto che non spaventano più di tanto e che la loro presenza equivale fino a un certo punto a quella di un bambino che si cerca di non aggiungere al gruppo durante i giochi all’asilo.

Le note positive quindi emergono, non spiccano certo, ma comunque si fanno vedere. Tra queste bisogna citare le musiche di Ludwig Göransson, autore che, oltre ad aver accompagnato il duo Ryan Coogler – Michael B. Jordan sin dagli inizi, negli ultimi anni sta dimostrando una spiccata versatilità accompagnando storie con musiche entrate già nell’immaginario collettivo (si pensi a: “Oppenheimer” o “The Mandalorian”). Con “I Peccatori” dimostra ancora una volta di sapersi muovere tra più generi musicali e di regalarci ottimi momenti grazie alla sua colonna sonora. Anche sulla recitazione poche sbavature per la verità, anche se, sarebbe da dare un premio Oscar a chi trova un’interpretazione in cui Michael B. Jordan è tranquillo e senza istinti omicidi.

In questo caso interpreta, per due, il gangster macho, ennesimo clone figlio di Peaky Blinders (archetipo che sembra arrivato/ritornato per restare nelle tv e nei cinema) che in ogni inquadratura si sistema la giacca e che alla prima occhiata storta tira fuori la pistola. Fortunatamente, Michael B. Jordan non sembra ispirarsi al (ai) Jean-Claude Van Damme di “Double impact – La vendetta finale” ma comunque non fa molto per regalarci una performance attoriale degna di nota. Fa il suo e, a differenza del film di arti marziali con Van Damme, la percezione dei due gemelli nella stessa stanza non stona e non ci sembra di vedere goffi effetti speciali o difficoltà dell’attore nell’interagire con l’altro sé stesso (paragone indegno: contro Double impact si vince facile, perdonate).

Se paragonato con “Black Panther” candidato nel 2019 a miglior film (non dimentichiamocelo se ci scandalizziamo ancora nel 2026 per delle nomination degli Oscar) allora “I Peccatori” è un capolavoro, ma se messo in lista con tutti gli altri film usciti negli ultimi vent’anni, allora è un’opera normalissima con però alla base un forte messaggio sulla discriminazione razziale e sul senso di comunità. Temi molto forti, che però non bastano a Coogler per spiccare e quest’avventura bagnata di sangue rimane semplicemente un film godibile con evidenti difetti.

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