La fretta e l’angoscia tornano a essere un tratto distintivo per Josh Safdie (“Diamanti Grezzi”, “Good Time”), che qui, non accompagnato dal fratello Benny (regista del recente “The Smashing machine”) porta sullo schermo una storia liberamente ispirata alla figura realmente esistita del campione di tennis da tavolo Marty Reisman. Pura frenesia e maestria registica fanno di “Marty Supreme” un film in linea coi suoi tempi e un ritratto nitido per capire il cinema americano contemporaneo. Seguirlo è come seguire una pallina da ping-pong che viene rimbalzata con violenza e velocità da una parte all’altra del tavolo.

New York, 1952. Il film segue le vicissitudini di Marty Mauser (Timothée Chalamet), venditore di scarpe presso il negozio di suo zio (Larry “Ratso” Sloman) a New York e talentuoso giocatore di tennis da tavolo. Lui è il migliore e sa di esserlo, la vita da venditore gli sta stretta, vuole arrivare ai livelli più alti di questo sport e rendere il ping-pong rilevante anche negli Stati Uniti. È determinato, spocchioso e un pessimo perdente. Dopo la sconfitta nella finale dei mondiali di Londra contro il giapponese Koto Endo (Koto Kawaguchi) per Marty comincia una forsennata corsa dimostrativa della sua superiorità rispetto a tutti gli altri. Scelte sbagliate, contrattempi, imprevisti e casualità sono ciò che Marty Mauser attrae su di sé, e su chi gli sta intorno, durante tutto il film. Lo sport fa da contorno, la sportività non è l’obiettivo, l’elogio di un self made man non è ciò che si trova in quest’opera d’arte. Ciò che vuole Marty è poter partecipare ai prossimi mondiali in Giappone, dove pensa di poter avere una seconda opportunità, il problema sarà arrivarci.

Alla regia di Marty Supreme troviamo solo uno dei due fratelli Safdie, Josh, che decide di portare avanti quella cifra stilistica fatta di frenesia e alta tensione che aveva contraddistinto “Diamanti Grezzi” (2019), ma anche “Good Time” (2017). Il film sembra portarci sin dall’inizio in una zona di comfort presentandoci un personaggio, Marty, sicuro di sé, saccente, ma con il quale possiamo (vogliamo) subito empatizzare. Il suo carattere confidente ci fa capire che lui vincerà e che riuscirà a batterli tutti. Ci viene presentato come una sorta di John McEnroe, non lo vogliamo come migliore amico ma, soprattutto, nemmeno come nemico. Di colpo però ci viene ricordato che non tutto va come previsto. Lo sappiamo, ma forse Marty può ancora cavarsela. Ritornato in patria dopo la sconfitta umiliante contro Endo, cominciamo a capire che dobbiamo staccarci da questo protagonista, ha talento ma è arrogante, vuole prevalere e non si farà troppi scrupoli; proprio per questo ci attrae. Infatti, non possiamo stare lontano da Marty o da nessun altro dei personaggi iper-stimolati, sudati e nervosi del film: la telecamera ci forza a sentire e a vivere ogni momento di foga con dei primissimi piani movimentati sui protagonisti.

Se avevate sentito questa sensazione con “Diamanti Grezzi”, con Marty Supreme la troverete amplificata, una struttura più forte e un’ottima sceneggiatura (Josh Safdie e Ronald Bronstein) alzano ancora di più l’asticella. La regia è sorprendente e la quasi assenza di campi lunghi è funzionale al racconto; viviamo in spazi stretti insieme ai personaggi. Marty Mauser (!) come un topo dovrà farsi strada negli anfratti di New York, scappare e sfidare predatori più grandi di lui.

I figli di Scorsese

A fare un lavoro incredibile in questo film, è innegabile, è Chalamet. Guardando indietro si vede una crescita formidabile di un attore e guardando avanti si vede quanto ancora avrà da regalarci. È calato nel ruolo perfetto per lui, riesce a intrattenere facendoci ridere e, a tratti, repellendo. La frenesia di Al Pacino in “Quel pomeriggio di un giorno da cani” (1975) e la capacità di mettere in scena i momenti di difficoltà alla Ray Liotta in “Quei bravi ragazzi” (1990) sembrano confluire nella prova attoriale del giovane Chalamet.

Inoltre, il protagonista ci suggerisce un’altra cosa, ovvero la parentela del film con uno dei più grandi registi di tutti i tempi: Martin Scorsese. Non è una novità, il costante stimolo allo spettatore non lasciandogli un momento di tregua, è un tratto tipico nella filmografia dei Safdie e ricorda alcuni dei grandi capolavori del Maestro. Ha segnato una generazione di registi con il suo stile poliedrico e i suoi personaggi dall’etica disturbata, elemento fondamentale che ritroviamo perfettamente anche qui. Ma soprattutto, Scorsese è riuscito a farci capire che il sogno americano tanto decantato da Hollywood forse non è mai esistito e che, se esiste, è solamente di facciata. Questo tema ha ancora molto da dire oggi, e opere come Marty Supreme ne sono la dimostrazione. Lontani dai livelli tragici di “Toro Scatenato” (1980), la lezione imparata si sente e viene proposta anche qui, in chiave contemporanea.

Accanto a Marty e al temporale che porta con sé troviamo grandi attori e ottime performance, nessuno sparisce dietro l’ombra di Chalamet. Torna, come nel 2019 con “Diamanti Grezzi”, quell’idea di ricercare dei volti tipicamente non hollywoodiani e l’impatto è, come nel film con Adam Sandler, di forte realismo. Non è un caso, infatti, che i volti più “classici” li ritroviamo nell’alta borghesia, rappresentata da Gwyneth Paltrow (qui nei panni di Kay Stone, un’attrice allontanatasi dai riflettori) e dal personaggio di suo marito. Ma, nella strada, troviamo le fisionomie più interessanti e fuori dall’ordinario, a partire dallo stesso Marty (a Chalamet, icona del momento, viene fatto crescere il monociglio e “rovinata” la pelle con un ottimo trucco), ma anche nel personaggio della sua fidanzata, Rachel Mizler (ottima prova attoriale di Odessa A’zion) o del suo amico/complice Wally, interpretato sorprendentemente dal cantante Tyler The Creator. Tra questi comprimari spicca anche il noto regista Abel Ferrara (“Il cattivo tenente”, “Pasolini”…), personaggio riuscitissimo, enigmatico e a dir poco spaventoso. Insomma, un casting eccezionale.

Marty Supreme sa con chi parlare e ha saputo come farlo. Grazie a una forte influenza di quel cinema scorsesiano poco fa citato, il film è perfetto per i più giovani (molti attratti da un’enorme campagna pubblicitaria social) riuscendo a usare vecchi canoni: l’antieroe americano che pur di farcela non guarda in faccia a nessuno, lo sfondo tematico dello sport e molto altro. Temi forse già visti (nel cinema americano soprattutto) ma sempre interessanti da ricodificare in un’altra epoca. Una corsa contro il tempo, un’epopea fatta di soprusi e di rivalse amare. Da vedere assolutamente.

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