Trump ha  affermato che il petrolio affidato dal Venezuela alle compagnie petrolifere americane con un contratto di concessione  è di proprietà americana ed è andato a riprenderselo.

Trascurando per ora la grave violazione del diritto internazionale all’autodeterminazione dei popoli e alla sovranità degli Stati, l’operazione trumpiana provoca un vero terremoto nei rapporti tra i Paesi produttori di petrolio e le compagnie petrolifere occidentali, in particolare con le multinazionali americane.

Trump confonde la concessione ad operare per sfruttare le risorse minerarie di un territorio, un contratto fra  liberi Stati indipendenti e imprese, con  l’acquisizione del diritto di proprietà sullo stesso territorio: diritto che pretende di difendere anche con le armi “del più potente esercito del mondo”.

Una confusione che allarma quasi tutti gli Stati petroliferi i quali, dalla Seconda Guerra Mondiale, sull’esempio di Enrico Mattei, in periodo post-coloniale, hanno fatto liberi accordi di sfruttamento dei loro giacimenti con società petrolifere straniere.

Il Venezuela è associato all’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) e non è ancora chiaro come gli altri componenti del cartello possano interpretare la mossa del presidente americano. Anche perché la dimensione dello sconvolgimento messo in opera da Trump rende difficile tracciare un bilancio persino delle convenienze americane.

Due elementi da considerare

Per tentare un’ interpretazione della posizione americana occorre tener presente due elementi che caratterizzano in questo momento storico il mercato del petrolio.

Il primo è evidenziato nel rapporto The Implications of Oil and Gas Field Decline Rates della IEA (Agenzia Internazionale Energia):  da alcuni anni la perdita mondiale di produzione, esaurimento, nei giacimenti petroliferi, non viene più compensata dagli investimenti annuali nel settore. In altre parole, come afferma  Fatih Birol Direttore Esecutivo  di IEA,  «il settore petrolifero deve investire molto per rimanere fermo».

Un esempio di come il giacimento supergigante di petrolio a Prudhoe Bay in AlasKa si è esaurito nel tempo

Il secondo elemento da tener presente è che il centro di questa crisi mondiale sono proprio gli Stati Uniti. Con 17.7 milioni di barili estratti al giorno sono il maggior produttore mondiale di petrolio, quasi il 20% del mercato globale, ma il loro prodotto è di bassa qualità (light oil), si sta lentamente esaurendo e i loro impianti sono tecnlogiamente vecchi. In questo momento gli USA sono obbligati ad importare petrolio di qualità e imporre a qualcuno di acquistare il loro scadente shale oil ricavato con la frantumazione idraulica (fracking) da rocce spugnose.

Un esempio eclatante: gli statunitensi consumano circa 10 milioni di barili/giorno di benzina, ma riescono a produrne solo 4 milioni aventi la qualità richiesta; la loro industria della raffinazione è fragile e a stento riesce a coprire il fabbisogno del mercato nazionale. Per avere un mix vendibile sono obbligati ad importare benzine di alta qualità e mescolarle con quelle di scarsa qualità prodotte dai propri impianti.

Per un Paese, che ha basato il proprio benessere sull’uso sfrenato e illimitato dei combustibili fossili, questa situazione può diventare inaccettabile e causa di stress esistenziale. Dipendere dall’estero non è nelle corde dell’americano medio abituato ad essere dominatore  e soprattutto di Trump, che questo sentimento interpreta con convinzione. Di qui nasce probabilmente la strategia di procurarsi le risorse petrolifere con la forza (Venezuela, Canada, Groenlandia, per iniziare) evitando di sottostare ad umilianti trattative commerciali.

Ad una Europa affamata di petrolio e gas, ormai separata dalla Russia, Trump può facilmente imporre la fornitura del proprio shale oil senza troppo discutere, nonostante per i raffinatori europei rappresenti un problema maggiore di quanto non sia per gli americani.

Il Venezuela è un target appropriato?

Che vantaggi può ottenere Trump impossessadosi del petrolio Venezuelano? A quale prezzo? Il Venezuela è un Paese produttore di petrolio con le più grandi riserve al mondo. Nel suo sottosuolo  giacciono circa 300 miliardi di barili  di heavy crude oil, poco meno del 20% delle riserve mondiali.

Possedere delle riserve non vuol dire necessariamente poterle sfruttare. Infatti,  con una produzione di circa 700 mila barili/giorno,  il Venezuela rappresenta meno dello 0.7% del mercato globale. Un  ruolo quasi trascurabile nel mercato petrolifero.

Il Venezuela ha vissuto una storia petrolifera travagliata. Nel 2006 l’allora  presidente Hugo Chavez obbligò le compagnie straniere che operavano nel Paese ad accettare la partecipazione maggioritaria della compagnia di Stato Petróleos de Venezuela (PDVSA). Solo la Chevron accettò di rimanere, tutte le altre abbandonarono.

Fu Trump durante il primo mandato (2017-2020) a imporre sanzioni che obbligarono PDVSA a  vendere petrolio attraverso canali irregolari usando navi petroliere della cosiddetta “flotta fantasma”. Nello stesso tempo le infrastrutture produttive venezuelane, prive di supporto tecnico e di ricambi adeguati, si sono irrimediabilmente deteriorate costituendo un grosso ostacolo allo sfruttamento dei giacimenti.

Ora la produzione petrolifera venezuelana è il 20% di quello che veniva prodotto nel 2015, circa il 70 % viene esportato  in Cina e il 25% è venduto agli Stati Uniti.

Sintesi e prospettive

Il  Venezuela petrolifero ha grandi potenzialità, greggio interessante,  bassissima produzione, infrastrutture in pessimo stato, bisogno di enormi investimenti per funzionare con sostenibile efficienza, una situazione politica, dopo la deposizione di Maduro, caotica e imprevedibile.

Trump si dimostra sicuro di aver fatto l’azione giusta: «Faremo intervenire le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, le più grandi al mondo, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate, le infrastrutture petrolifere, e inizieranno a fare soldi per il Paese», ha dichiarato.

Solo quando le compagnie statunitensi stanzieranno effettivamente miliardi di dollari, cosa ritenuta assai improbabile, si capirà se Trump ha risolto, almeno temporaneamente, il problema strutturale americano. D’altronde lui deve misurarsi solo con i tre anni restanti del suo mandato e può lasciare ai suoi successori la competizione con le incombenti energie rinnovabili.

Donald Trump è intervenuto al World Economic Forum di Davos dichiarando la nuova politica economica americana, basata sui dazi e sull’attrarre gli investimenti esteri negli Usa. Foto World Economic Forum / Sandra Blaser

© RIPRODUZIONE RISERVATA