Per ironia della sorte, l’Irlanda del Nord che gli Azzurri affronteranno nella prossima pausa per le nazionali del 26 e (speriamo) 31 marzo 2026 è la stessa selezione che, nel lontano 1958, ci sbarrò la strada verso il Mondiale per la prima volta nella nostra storia.

Un capitolo amaro che torna a intrecciarsi con il presente: allora fu una sconfitta storica a Belfast a negare all’Italia il pass per la fase finale in Svezia, interrompendo una tradizione continuativa di partecipazioni dal 1934. Oggi, a oltre sessant’anni di distanza, ci ritroviamo a dover fare i conti con il passato, sperando non si avveri la subdola legge del “non c’é due senza tre“.

Path A

La fase “finalissima” di queste qualificazioni al Mondiale 2026 si terrà seguendo quattro “percorsi” da quattro formazioni ciascuno, con una sola vincitrice per girone che alla fine strapperà il ticket di accesso direzione Stati Uniti, Messico e Canada. Quattro selezioni per Path, suddivise in base al ranking Fifa in prima, seconda, terza e quarta fascia. Gli Azzurri di Rino Gattuso, ovviamente, sono teste di serie.

Siamo quindi stati favoriti del sorteggio? Più sì che no, in realtà. Di nazionali potenzialmente pericolose ne spiccavano, a partire dalla Turchia fino ad arrivare alla Polonia, passando per Svezia, Danimarca e Irlanda, e nessuna di queste è stata fortunatamente incastrata con l’Italia. Possiamo dunque serenamente affermare che, sulla carta, il Path A sia senza dubbio il più fattibile per gli Azzurri, che però non devono adagiarsi sugli allori, visto che di corone, qui, non ne abbiamo più per nessuno.

La semifinale del 26 Marzo contro il vecchio fantasma Irlanda del Nord si giocherà in casa, mentre la potenziale finale del mini-gruppo, in data 31 marzo, sarà in trasferta. Solo il campo saprà dirci però se in direzione Galles oppure Bosnia, le altre due semifinaliste. Rino Gattuso, intanto, non ha minimamente intenzione di fare programmi futuri, come ha dichiarato esplicitamente in seguito all’estrazione delle avversarie, avvenuta nella sede della FIFA a Zurigo, in Svizzera.

«L’Irlanda del Nord è una squadra fisica, che non molla mai. È alla nostra portata, dobbiamo giocarcela. Ora testa alla semifinale, poi speriamo di poter parlare della Bosnia e del Galles. Sapevamo che saremmo dovuti passare dai play-off e guardiamo avanti con fiducia»

Rino Gattuso, CT della Nazionale italiana di calcio

La disfatta di Belfast

Sembra un copione già scritto, una disfatta annunciata ma soprattutto ciclica. Ci sono però delle sostanziali differenze rispetto al lontano ’58. Innanzitutto, quell’Italia, rispetto a quanto si farà a marzo, giocò nella fredda e uggiosa capitale unionista, mentre per l’edizione 2026 ce la vedremo almeno qui in casa nostra, a Bergamo. La seconda, non di poco conto, rimarca le modalità con le quali ci è stata sbarrata la strada. Se infatti al tempo la qualificazione sarebbe arrivata in seguito alla vittoria di un mini girone da tre squadre con gare di andata e ritorno, oggi, o meglio fra quattro mesi, sarà una sfida di sola andata ad eliminazione diretta.

Settant’anni dopo la disfatta del 1958, l’Italia si ritrova di nuovo davanti all’Irlanda del Nord e, ancora una volta, il dibattito attorno alla Nazionale ruota a seguito alle scelte dell’allenatore. Il ct di allora, Alfredo Foni, reduce da una vittoriosa esperienza sulla panchina dell’Inter, fu duramente criticato per aver invertito la propria rotta tattica, passando dal più Amarcord dei catenacci ad un approccio estremamente offensivo, volto ad agguantare la vittoria piuttosto che difendere un pareggio che sarebbe valso la qualificazione (ricorda qualcosa?).

Una scelta che, col senno di poi, molti considerarono fatale. Oggi, a Coverciano, il clima non è troppo diverso. Le discussioni che accompagnano la vigilia della sfida richiamano da vicino quelle polemiche di settant’anni fa: anche adesso si parla di un commissario tecnico sotto osservazione, indeciso sul modulo e sull’identità della squadra. Le perplessità crescono soprattutto attorno alla decisione di ruotare sistemi di gioco differenti, come per esempio il passaggio dal 4-4-2 al 3-5-2, e di conseguenza degli interpreti chiamati in causa. Due moduli letteralmente agli antipodi se consideriamo lo schieramento in campo.

https://pallonateinfaccia.com/2022/03/27/irlanda-del-nord-italia-1958/

Cosa ci lascia l’amaro di Belfast?

Fa quasi sorridere rileggere alcuni articoli pubblicati la mattina successiva alla disfatta del 58′. La Gazzetta dello sport, per esempio, scrisse: “E così l’Italia non andrà ai campionati del mondo, sarà esclusa da quel prestigioso torneo che per due volte la vide vincere. È doloroso, ma non facciamone un dramma, non è una sciagura nazionale”.

Parole materne, di conforto, apprensive. Nel 1958, dopo la clamorosa sconfitta di Belfast, i giornali italiani scelsero toni cauti, quasi consolatori. Si parlò di un passo falso inatteso, di una mancata qualificazione dolorosa ma pur sempre circoscritta, come se quella caduta fosse un episodio isolato e irripetibile. Una disfatta slegata dall’orgoglio di una Nazionale con due Coppe del mondo in bacheca. Oggi, invece, l’atmosfera è capovolta: basterebbe un nuovo fallimento per far esplodere una vera e propria insurrezione sportiva e mediatica.

Non è la mancata partecipazione in sé a pesare come una scarpa di cemento ai piedi della Nazionale, quanto la sensazione che gli errori non siano più eccezioni ma abitudini, che ciò che nel ’58 appariva come un capitombolo imprevedibile sia diventato parte della nostra normalità calcistica. Perché, in fin dei conti, errare è umano, ma perseverare, soprattutto nel calcio italiano, continua a essere irrimediabilmente diabolico. E il conto dei mondiali, ad oggi, è pure raddoppiato rispetto al lontano 1958.

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