Il 6 novembre 2023 il Primo Ministro albanese Edi Rama e la Premier italiana Giorgia Meloni hanno sottoscritto un protocollo di collaborazione in tema di migrazioni. Poche le informazioni, al tempo: non era disponibile il testo dell’accordo, ne parlò Meloni sui social, ma in termini molto vaghi. Da qualche tempo la legge attuativa del protocollo ha superato l’esame della Camera ed è in revisione al Senato, dove è arduo sperare incontri ostacoli.

Ci sono quindi ora maggiori elementi oggettivi per poter fare analisi ed esprimere qualche giudizio sull’idea, neanche tanto nuova, di esternalizzare il controllo migratorio. Il modello replicato somiglia molto a quello australiano, tanto efficiente quanto condannato: raccogli i migranti in mare, li depositi in un Paese terzo dove si sbrigano le pratiche di asilo e si rimpatriano i non aventi diritto. Semplice.

Perché l’Albania

Qualcuno si giustifica ricordando che “l’Albania non è il Ruanda”, con riferimento all’analogo accordo del Regno Unito con il regime autocratico africano. Possiamo aggiungere che non è nemmeno la Libia del caro Minniti.

Anzi, è un Paese democratico, che dal 2009 è membro NATO, dal 2014 è candidato all’annessione UE e nel 2022 vi si è tenuta la prima Conferenza intergovernativa, sancendo l’apertura ufficiale dei negoziati di adesione. Ha anche occupato nel 2022-23  un seggio come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in rappresentanza del Gruppo dei Paesi dell’Europa Orientale.

C’è tanta Italia

L’AIRE riporta di 1.680 i cittadini italiani che vivono e lavorano in Albania, al secondo posto per numero di stranieri nel Paese. L’italiano è la prima lingua parlata dopo l’albanese e la più studiata dopo l’inglese. Sul piano economico, l’Italia è il primo partner commerciale dell’Albania, con investimenti per 1,2 miliardi di euro (quarto investitore dopo Svizzera, Olanda e Canada) e numeri in costante crescita negli anni.

L’Italia è il primo Paese in termini di numero di aziende straniere attive, con circa tremila imprese, circa la metà di tutte quelle straniere. Svolgono attività produttive, tra cui tessile abbigliamento e calzaturiero, ma il 75% svolge attività di servizi e gruppi industriali medio-grandi si sono affermati nei settori dell’energia, edilizia e bancario.

Cosa prevede l’accordo

Il Protocollo prevede 14 articoli in cui vengono descritti a grandi linee gli adempimenti a carico di entrambe le parti e la distribuzione delle competenze. In sostanza, l’Albania concede gratuitamente due aree del suo territorio dove l’Italia ha piena giurisdizione e può costruire strutture ricettive ove collocare “persone intercettate durante attraversamenti non autorizzati dei confini e soccorsi in mare”.

La cooperativa Medihospes, già nota alle cronache per i guai del suo (ex) presidente, ha vinto la gara d’appalto e dichiara che i lavori di costruzione termineranno a novembre. Nel porto di Shëngjin viene approntato il centro di prima ricezione per le procedure di sbarco e identificazione, dove andranno gli agenti di Frontex; più a nord, a Gjadër, ci sarà la struttura che Meloni ha definito “sul modello CPR” dove trasferire le persone a cui applicare le procedure di frontiera, chi non faccia domanda di asilo e chi verrà ritenuto non ammissibile. Qui dovrebbero rimanere in attesa della loro espulsione o del rimpatrio.

Quanto mi costa

Non è facile districarsi nel testo della legge attuativa, nella parte in cui si parla dei costi del progetto e relativi approvvigionamenti. Ci sono numerosi articoli, commi e rimandi ad altre leggi, quasi si cercasse di disorientare il lettore. Ma qualcosa siamo riusciti a decifrarlo, oltre al fatto che paga tutto l’Italia, cioè noi.

Per la sola costruzione delle strutture è prevista una spesa di 47,7 milioni di euro, tutti da spesare nel 2024. Viene fatto attingendo dai Fondi di riserva speciale iscritti a bilancio presso il Ministero di economia e finanza, con la partecipazione – nel senso di minori disponibilità – di tutti i dicasteri.

Appare evidente quali siano, secondo il Governo, le priorità del Paese: il MEF contribuisce per 18,7 milioni circa, altri 18 milioni sono suddivisi tra cinque ministeri (istruzione, cultura, università, sanità e ambiente) con una media di 3,6 milioni ciascuno. Gli altri 11 milioni vengono “rinunciati” da altri sei dicasteri, con una media di 1,8 milioni ciascuno.

Spese correnti, oneri accessori…

Per le altre spese, tra cui il personale militare, legale e sanitario, ma anche le dotazioni strumentali e una serie di oneri accessori, viene istituito un fondo presso il Ministero degli interni, con la dotazione di 89 milioni per il 2024 e di 118,6 milioni per ciascuno degli anni dal 2025 al 2028. Il criterio di ripartizione degli oneri, traducibili in minori capacità di spesa, è molto simile a quanto già visto.

L’Italia deve anche rimborsare l’Albania per le attività designate, in particolare il controllo delle aree esterne ai centri e la gestione di eventuali emergenze anche all’interno. A protezione del saldo puntuale di tutte le spese sostenute dal governo albanese in relazione al protocollo, l’Italia deve costituire un Fondo di garanzia presso una banca locale, con versamento iniziale di 28 milioni, il cui saldo non potrà mai essere inferiore a 16,5 milioni durante l’intero periodo dell’accordo (cinque anni, rinnovabili tacitamente come con la Libia).

Criticità del Protocollo

Insomma, non sono pochi i temi problematici del Protocollo, anche volendo tralasciare l’impressione che le persone migranti stiano perdendo progressivamente in tutta Europa il sostantivo: sono sempre meno persone, sempre più considerati alla stregua di una consegna di merce da scaricare non tanto in un “porto sicuro”, quanto nel porto, possibilmente all’estero, ben pagato per farlo.

Non solo si tratta di un costo immane, con conseguenti “storni” da Ministeri che andrebbero invece potenziati, se (quando) l’intesa venga approvata dal Senato, la gestione operativa delle strutture potrebbe esporre l’Italia al rischio di violazione di diritti garantiti da norme interne, comunitarie e internazionali. Vediamo quali.

Principio di uguaglianza

Meloni ha assicurato che il memorandum riguarderà “solo uomini maggiorenni soccorsi da navi militari italiane”. Questo significa che chi arriva in Italia con altri mezzi, o sulle navi ONG, riceverà un trattamento diverso. Dopo il soccorso, si dovrà fare una cernita tra le persone imbarcate per individuare vulnerabili e non. Quando, con quali criteri e chi avrà la competenza, non viene detto.

In tal senso Emergency ricorda che “Tutte le persone soccorse in mare dovrebbero raggiungere un luogo sicuro perché naufraghe prima che migranti. Tutti dovrebbero essere considerati vulnerabili e ricevere un trattamento dignitoso e una protezione adeguata nel rispetto del diritto internazionale e comunitario”.

Diritto di asilo e di difesa

Sono strettamente collegati, in quanto la domanda di asilo viene valutata da una commissione che dovrebbe ascoltare la storia del richiedente di persona. Impossibile pensare che il personale sia in missione costante. I costi sarebbero enormi.

E se la domanda viene rigettata, il richiedente può fare ricorso per vie legali e l’accordo prevede l’accesso ai centri da parte degli avvocati. In pratica, però, se l’avvocato è in Italia, il colloquio avviene da remoto, con difficoltà oggettive anche solo di comprensione reciproca, non appare pienamente garantito l’esercizio del diritto costituzionale alla difesa.

Il centro “modello CPR”

Secondo la legge, la procedura accelerata di frontiera può essere utilizzata solo per i richiedenti asilo che vengano da Paesi che l’Italia considera “sicuri” (16 al momento) e il richiedente asilo può essere trattenuto per un massimo di 28 giorni, con provvedimento della questura competente. Alcuni casi – sul territorio italiano – non vanno nella direzione voluta dal Governo. Immaginiamo quanto valga anche se il migrante si trova su suolo albanese, vista la giurisdizione italiana sui centri.

Il tribunale di Catania ha recentemente rifiutato di convalidare un fermo in quanto “il richiedente non può essere trattenuto al solo fine di esaminare la sua domanda e il trattenimento di un richiedente protezione internazionale per le direttive europee, costituendo una misura di privazione della libertà personale, è legittimamente realizzabile soltanto in presenza delle condizioni giustificative previste dalla legge”.

Deportazione, ma dove?

Infine, non è ancora chiaro cosa succeda ai richiedenti la cui domanda d’asilo viene rifiutata, quali siano le modalità del rimpatrio, se nel Paese di provenienza o in un Paese terzo. Secondo una ONG albanese, Tirana avrebbe inviato proposte di accordo di riammissione a ben dieci Paesi, senza alcuna risposta.

Anche restare non sembra sicuro, se si guarda alle indagini sulla missione di Frontex in Albania, che ha evidenziato abusi sistematici e morti sospette tra i migranti nel periodo tra dicembre 2022 e gennaio 2023. Le violenze sarebbero state effettuate dalla polizia albanese, la stessa responsabile della sicurezza esterna, alla presenza degli agenti di Frontex, quelli che saranno impiegati nel porto di prima accoglienza.

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