Nell’ambito della riscoperta di autori e autrici del passato caduti nell’oblio figura la scrittrice Goliarda Sapienza (1924-1996) con l’occasione del centenario della sua nascita. Ne ha parlato Anna Toscano, docente dell’Università di Venezia, alla libreria Feltrinelli di Verona, per la presentazione del suo libro Il Calendario non mi segue (Electa, 2023) affiancata dalla editor Alessandra Minervini.

Il libro è un’agile volumetto della collana Oilà, ideata da Chiara Alessi, non più di sessantamila battute, un formato piccolo, tascabile, con testi dedicate a donne del Novecento, non solo scrittrici, poco considerate nel loro tempo. «Studio da anni l’opera di Goliarda Sapienza» afferma Toscano «ho cercato di adottare un punto di vista diverso, più pop. Questo libro, come gli altri della collana, ha un’impronta decisamente autoriale, non vuole essere enciclopedico, esaustivo».

Il centenario è un’occasione per ritrovarsi e rileggere questa autrice a partire da L’arte della gioia, come sottolinea Minervini, «uno dei suoi libri più importanti che vede protagonista Modesta, e viene da chiedersi quanto del personaggio ci sia nella scrittrice».

Una scrittrice che va oltre il proprio tempo

Anna Toscano alla Feltrinelli di Verona per la presentazione del suo ultimo libro su Goliarda Sapienza.

Nel libro, che Toscano considera uno dei capolavori letterari del Novecento, la figura di Modesta veniva chiamata dalla stessa scrittrice “la mia figlia di carta”. «Sapienza travasa letteralmente la sua vita nei libri che scrive, ma ha una voce diversa per ogni sua opera, che sia poesia, narrativa, memoir» evidenzia Toscano. «Come Modesta, anche lei non è figlia del suo tempo, è troppo oltre».

Persino la scelta di scrivere memoir negli anni Sessanta era un’opzione incompresa, mentre «adesso tutti scrivono memoir. La sua poesia, con cui ha iniziato a scrivere, anticipava gli stilemi odierni e non era capita. Ha realizzato L’arte della gioia in sette anni, più altri due di editing, ma l’hanno rifiutato tutti gli editori a cui l’ha inviato» conclude Toscano.

Sulla vita di Goliarda Sapienza, «una favola nera» come la definisce Minervini, è opportuno riflettere perché è completamente fuori dagli schemi.

Le origini eccentriche e antifasciste

«Nasce in una famiglia che adesso potremmo definire queer» chiosa Toscano e continua parlando della madre, una delle prime sindacaliste italiane, la prima dirigente della Camera del Lavoro di Torino, scriveva su L’Avanti ed ebbe sette figli dal suo compagno senza mai sposarlo, alcuni di loro nati in carcere, altri al confino.

Quando il partito le fece notare che doveva cambiare città, a causa del suo stile di vita troppo eccentrico, nel 1920 incontrò a Catania, e successivamente sposò, il ricco avvocato Giuseppe Sapienza, anche lui antifascista, vedovo e con numerosi figli, non tutti legittimi.

Goliarda nacque dalla loro unione, a Catania, e crebbe in un clima di libertà, in una casa di ringhiera, «mentre i fratelli entravano e uscivano dal carcere per il loro orientamento politico avverso al regime e si respirava un’aria a dir poco bohémien», prosegue Toscano. «Non frequentò regolarmente la scuola, fu educata in famiglia, così da non dover mai indossare la divisa fascista».

La scrittura come cura

Il calendario non mi segue. Goliarda Sapienza di Anna Toscano, uscito nel 2023 per Electa.

Nel racconto di Toscano si apprende che Goliarda si appassionò presto al cinema e alla recitazione e nacque così la sua passione per la narrazione delle storie. A sedici anni vinse una borsa di studio per l’Accademia nazionale d’arte drammatica e andò a Roma, con la madre, vivendo in estrema povertà. Lavorava come attrice nel cinema e in teatro.

Alla morte della madre seguì per lei un lungo periodo di depressione fino a quando «Goliarda capì che scrivere le faceva bene, arrivava dove elettroshock e analisi non avevano funzionato» precisa Toscano «scrisse trecento poesie in pochissimo tempo, ma il partito voleva da lei impegno e scritti d’altro tipo, allora lei chiuse tutto in un baule».

Il baule di Goliarda, pieno di scritti di ogni tipo, è stato evocato a lungo nel corso della presentazione, come testimonianza del suo grande lavoro di scrittura rimasto pressoché sconosciuto durante la sua vita.

La svolta con l’editore Gallimard

«Scriveva ovunque, anche sugli involti dello zucchero Eridania, in mancanza d’altro, e poi su decine e decine di taccuini» continua Toscano. «Ogni mattina si preparava una moka di caffè e poi si sedeva a scrivere per almeno quattro ore, con una disciplina e una dedizione assoluta alla scrittura».

«Goliarda scriveva anche sulle agende che regalavano le banche e, una volta, si accorse che era febbraio ma lei aveva già occupato le pagine fino a settembre e scrisse appunto “il calendario non mi segue”. Ho scelto questo titolo perché mi sembra emblematico del suo amore per la scrittura».

Una vita spesa per la scrittura, vissuta in estrema povertà, quella di Goliarda, a cui non è mancata nemmeno l’esperienza del carcere in seguito a un furto compiuto in un momento di particolare bisogno.

Depositario dell’archivio dell’autrice è il marito Angelo Pellegrino, che recentemente lo ha donato all’Università di Catania. Alla morte dell’autrice, il marito si impegnò per far pubblicare le sue opere, con i magri risparmi di cui disponeva. Cominciò con mille copie del romanzo L’arte della gioia. Inviato alla Fiera di Francoforte, fu notato da un’editor e pubblicato in Francia da Gallimard, con uno strabiliante successo di pubblico e critica.

L’anno dopo Einaudi, che come altri editori l’aveva rifiutato, infine lo pubblicò. «Adesso possiamo dire che gran parte della sua opera sia stata pubblicata» conclude Toscano.

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