In occasione del quarto di secolo dalla scomparsa, mi azzarderei a parlare male di Fabrizio De André; posso?

Non lo fa quasi nessuno, cosa che funge da primo stimolo. In realtà non è che ci voglia nemmeno molto, a voler essere sinceri e obiettivi. Conosco discretamente tutta la sua discografia, e sfido chiunque ad ascoltarla dall’inizio alla fine senza scivolare in qualche sbadiglio. Ci sono perle, e chi può negarlo, pietre miliari della nostra cultura popolare, ma il grosso dei lavori navigano su standard piuttosto consueti, per altro notoriamente mutuati da cantastorie di stampo similare provenienti dall’altra parte delle Alpi (Brassens fra tutti). Al di là delle pietre di cui sopra, rotolanti a dir poco, la combo chitarra – voce – “storiella che nasconde una qualche protesta tendenzialmente ovvia”, imbastisce una discografia tutto sommato ripetitiva, caratterizzata da un innegabile spessore delle parole controbilanciato da musiche talvolta troppo poco strutturate, o forse in qualche modo “leggere” negli arrangiamenti.

Un uomo con le sue fragilità

Fin troppo semplice, poi, sottolineare le contraddizioni più lapalissiane del personaggio in sé, da molti, forse troppi, idolatrato sino ai limiti del “santo subito”. Parliamo di un predicatore della libertà schiavo delle dipendenze, di un benestante schierato, spesso solo a parole, dalla parte dei derelitti, di un artista, a suo dire “per caso” il quale, di contro, pur osteggiandoli apertamente, non si è sottratto ai cliché imposti dal mondo dello spettacolo, un mondo che gli ha dato notorietà e ulteriore ricchezza. Per mantenere gli standard, inoltre, il buon Faber non ha mai mancato di attingere, con continuità, dalla creatività di colleghi meno noti, inanellando collaborazioni continue, dall’inizio alla fine della sua trentennale carriera.

Ancora: “Poche idee, ma in compenso fisse”, aforisma a lui riconducibile, spesso osannato. Non esiste frase che fotografa meglio un atteggiamento totalmente sbagliato nei confronti della vita. Verrebbe, piuttosto, da applaudire chi ha tante idee e, per giunta, in continua mutazione grazie all’esperienza, all’apprendimento, allo studio, al confronto, cose che altrimenti andrebbero considerate inutili.

Il capolavoro

E poi c’è “Anime Salve”.

L’articolo potrebbe terminare così, con la citazione dell’ultima opera di De André e il rimando all’ascolto di quelle 9 tracce consegnate alla storia della musica italiana dal buon Fabrizio, prima di genuflettersi, nell’ora dell’addio, agli effetti di uno dei suoi vizi. Ma sarebbe troppo facile, e il mio esercizio sofistico non sarebbe concluso.

Considero (e so di non essere il solo) quel disco il punto più alto mai raggiunto dalla musica italiana. E’ un concentrato di finezza, buon gusto, cultura, tecnica, passione, mestiere, scaltrezza, tocco, che riscontro solo, a livello di sensazioni, di fronte a sculture o dipinti di livello superiore. È arte, in buona sostanza, di quella sopraffina, che puoi tentare di imitare, forse, per poi finire inesorabilmente nel “falso”.

Sottolineo, per chi non lo conoscesse, che in “Anime Salve” non vi è alcuna delle canzoni più note del cantastorie di Genova che sapeva il sardo, di quelle che gli hanno dato la notorietà, e che Faber cantava controvoglia in concerto. Ci aggiungo che la specialità di casa, ossia le liriche, in tale opera sono manieristiche anzichenò, davvero poco intelligibili, ma nel complesso poco conta. Io imporrei per legge l’ascolto obbligatorio del canto del cigno di De Andrè a chiunque abbia velleità di pubblicare “musica” in Italia, nella speranza che di fronte a cotanta magnificenza, la maggior parte ci ripensino e, magari, evitino di propinarci la spazzatura che circola nelle nostre radio ultimamente.

Un’ossessione senza limiti

Io adoro Fabrizio De André, letteralmente, e sono ossessionato dalla sua arte. Ho raccolto nella prima parte dell’articolo alcune delle critiche che gli vengono mosse da “quelli che ci capiscono parecchio”, solo per non abbandonarmi all’elencazione dei meriti artistici del menestrello, come fanno tutti di questi periodi.

Trovo poi gratificante sentirlo parlare, nei vari video che girano, quando ostenta finta sicurezza e ci regala perle di rara sagacia e lucidità, ancora così attuali. Magari non condivido il suo pensiero al cento per cento, ma questo poco conta perché, quando alla radio salta fuori la sua voce amniotica, io mi sento protetto, al sicuro dalla deriva involutiva che la musica nostrana ha preso da un po’, difesa strenuamente da pochi eroi i quali, in coro, esaltano senza eccezioni l’opera di Faber.

Chiosando, cambio orientamento del faro, ma solo per poco. Mi è capitato di discutere, a livelli anche importanti, del concetto di amore. Se dovessi descrivere tale paradosso in poche parole, non vi riuscirei, naturalmente, ma ricorrerei a uno stratagemma. Rimanderei chi vuole comprendere l’amore allo sguardo con cui Dori guarda Fabrizio mentre lui improvvisa “Andrea”, chitarra e voce, nella loro casa in Sardegna, alla presenza di tanti amici. Lui riesce, con facilità, laddove tutti gli altri falliscono.

Chiudo cadendo nell’ovvio, mi unisco al coro degli adoranti, applaudo Fabrizio De André e le sue meravigliose contraddizioni, ringraziando di essere riuscito a vederlo dal vivo due volte, in occasione del mio debutto con la musica dal vivo (sono un ragazzo molto, molto fortunato), e a pochi mesi dalla sua scomparsa, assieme a Cristiano (un fuoriclasse) e Luvi.

Ci manchi parecchio, Faber, e sta cosa che dobbiamo vivere in un mondo senza di te io non la riesco ad accettare. Amen.

Ah, prima di chiudere un’ultima cosa: ai meno attenti faccio notare che non lui ha mai usato la parola poesia.

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