Son tutte belle le mamme del mondo/quando un bambino si stringono al cuor”, così faceva la canzone, “Son le bellezze di un bene profondo/Fatto di sogni rinunce e d’amor/è tanto bello quel volto di donna/che veglia un bimbo e riposo non ha”.

Questa è la retorica zuccherosa e sacrificale alla quale per anni le donne sono state educate e forzate.

Se pensiamo che solo qualche giorno fa, una senatrice ha affermato che “la prima aspirazione deve essere quella di diventare mamma”, abbiamo chiaro quanto ancora gravino determinati stereotipi di genere nell’influenzare il nostro immaginario sociale, culturale e politico.

Di tutt’altro pensiero però è Adriana Cavarero già ordinaria di Filosofia politica a Verona, presidente del comitato scientifico dell’Hahhan Arendt Center for Politicall Studies e visiting professor alla New York University e alla University of California, Berkeley, e lo dimostra ampiamente nella sua ultima fatica, “Donne che allattano cuccioli di lupo. Icone dell’ipermaterno”, edito da Castelvecchi.

“Tremendo è il figliare”, su questa frase di Clitemnestra, dall’Elettra di Sofocle, ruota tutta la riflessione sull’ipermaterno della filosofa.

L’excursus è amplio, dal concetto di zoe, vitalità, dionisiaca, all’orda delle Baccanti, dagli scritti di Ferrante, Lispector, Ernaux, alle riflessioni di Simone de Beauvoir.

Adriana Cavarero

Cavarero ripensa, attraverso questi esempi, le figure della maternità, a partire dall’archetipo della Grande Madre, archetipo che già la psicanalisi junghiana aveva visto oscillare tra le immagini di Maria, Demetra, la Vergine, Sophia e i suoi volti più oscuri e terribili, incarnati nella Strega, Circe, la Gorgone, Ecate e Kali.

Cavarero insiste sull’ambiguità di un corpo materno al tempo stesso attraente, quasi erotico, e “il disgusto per gli umori e i fluidi repellenti che esso contiene e espelle”.

Cavarero cita già nelle primissime pagine un brano significativo da “La figlia oscura” di Elena Ferrante: “Il mio organismo diventò un liquore sanguigno, con una feccia poltigliosa in sospensione dentro cui cresceva un polipo violento, così lontano da ogni umanità da ridurmi, pur di nutrirsi lui ed espandersi, a una putrilagine senza più vita”.

Attraverso l’immagine delle baccanti che allattano cuccioli di lupo e di Niobe, pietrificata per il proprio esubero di maternità, da una parte vediamo “l’effervescenza nutritiva delle baccanti euripedee, che non discriminano fra umano e animale” in una “festa naturale dell’alimento gratuito, ridondante e inebriante”; dall’altra la “mineralizzazione del corpo generante (…) inerte materia inorganica, roccia immobile e fredda (…) figura di un’ancestralità minacciosa”.

La maternità, dunque, è energia creativa, rigenerante, corpo morbido, sovrabbondante, che di volta in volta può eccedere in aspetti mostruosi e fuor di misura. La maternità non è consolante, non incarna quei “grandi tesori di luce e bontà” della canzone di cui sopra. La maternità è oscura, conflittuale, è estasi nutritiva, “erotica alimentare”, flusso di vita, ma è anche chimica mucosa di corpi cavernosi, sangue, viscere. Corpo aperto.

Il “partorire” è connesso etimologicamente a pars, la parte che viene appunto espulsa, nell’atto del dare alla luce. Per questo, per propria natura, il corpo femminile non può restare intatto, “la sua legge è lo strappo dell’accoppiamento e della nascita”.

Qui Cavarero fa proprie le parole di Hannah Arendt, la quale vede nell’integrità corporea, nello status di invulnerabilità, una forma di superbia “specificatamente maschile” estraneo al mondo femminile.

Le riflessioni partono dalla dimensione biologica, tornano al biologico, ma non si limitano a questo. Gli esempi sono moltissimi. Gli orizzonti che si aprono altrettanti. Lo stile di Cavarero è come sempre nitidissimo, come lo è il pensiero.

La lettura dei miti riesce ben a distinguere quanto di misogino (perché frutto di elaborazioni patriarcali) e quanto di numinoso e arcaico siano presenti in simultanea.

Nel “breve intermezzo autobiografico”, l’autrice si pone questioni di cocente attualità.

L’ipermaterno, proprio nei suoi aspetti simbolici e perturbanti, a me sembra andare a contrapporsi al concetto di “plusmaterno”, il neologismo pensato da Laura Pigozzi, dove la simbiosi madre figlio, in quest’epoca richiedente, performativa, stressante, diventa rapimento erotico e incestuoso. La madre e il bambino non si devono più separare, perché questo chiede la società di oggi alle “brave madri”, sempre più sole, sempre più oblative, sempre più sacrificate. Il plusmaterno indica una madre che si prende cura del proprio figlio “a partire dalle proprie pienezze”.

Quello che a noi racconta Adriana Cavarero è un materno che si muove a partire dai propri strappi, dalle proprie ferite, dalle proprie ombre, dai propri vuoti.

“C’è uno strano potere nella maternità”, scrive Virginia Woolf.

Ecco, io credo che il bello di questo libro stia proprio nel sostare dentro questa “stranezza”, nel riconoscere questo “potere”, potere che “desta paura e meraviglia, disgusto e fascinazione, senso di fragilità e orgoglio di conoscenza, spossessamento e immaginazione di potenza, fantasie di iper-maternità”.

Donne che allattano cuccioli di lupo. Icone dell’ipermaterno

Adriana Cavarero

Castelvecchi 2023, 127 pagine

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