Ci sono autori che scrivono sempre lo stesso libro, sviluppando gli stessi temi, e poi ci sono autori e autrici, come Paola Barbato, che ci sorprendono ogni volta con qualcosa di nuovo e inaspettato.

Questo succede anche con il suo dodicesimo romanzo, il thriller presentato alla libreria Feltrinelli di Verona, Il dono (Piemme, 2023).

In dialogo con la scrittrice Alessia Gazzola, Barbato si è raccontata con generosità creando un clima di vivace interesse intorno al suo nuovo libro. La genesi del romanzo risale a tre anni fa, ma «è stato superato a destra da altri due» e vede la luce ora dopo un lungo lavoro di documentazione e messa a punto.

Da sinistra, Alessia Gazzola con Paola Barbato alla presentazione de Il dono (Piemme, 2023), alla Feltrinelli di Verona.

«Paola ci spiazza sempre e riesce a trovare il male nelle situazioni più impensabili» ha esordito Gazzola, «ma qui ci porta nel territorio della generosità per eccellenza, la donazione degli organi».

Come sia nata l’idea l’autrice non lo ricorda, ha anche smarrito gli appunti sull’argomento, ma sul tema si è informata accuratamente, leggendo e parlando con persone che hanno subito un trapianto, e ognuna pare reagire a modo suo.

«C’è chi viene presa da delirio di onnipotenza e magari va ad arrampicarsi sulle montagne a mani nude» ha raccontato Barbato «e ci sono quelle che si sentono in colpa perché dicono “sono vivo perché qualcuno è morto”. Poi ci sono anche quelle abituate a essere malate e nella nuova situazione perdono una parte considerevole della loro abituale routine, stentando ad adattarsi».

Se la morte di un serial killer diventa un dono

Il dono è un romanzo corale, con una pluralità di personaggi e i temi sono affrontati secondo diversi punti di vista. La trama è costruita intorno al donatore, un serial killer che ha ucciso diciannove persone e muore in un incidente col suo monopattino. Per sua volontà, gli organi vitali devono essere donati: cuore, pancreas, polmoni, fegato, reni e cornee. Sette persone ne beneficeranno.

Il ricevente del cuore è uno stimato giornalista di successo che in modo apparentemente inspiegabile uccide i genitori e a questo punto si sviluppa un’indagine poliziesca, condotta dall’ispettrice Flavia Mariani e dal suo gruppo di agenti.

Questa personaggia non è nuova ai lettori di Paola Barbato, perché svolgeva un ruolo di secondo piano già nel romanzo Non ti faccio niente (Piemme, 2007).

Torna l’ispettrice Flavia Mariani

«Ho spulciato tra i vari investigatori che ho delineato nei romanzi precedenti e l’ho scelta tra i pochi che potevano adattarsi alla storia» ha confidato l’autrice. «Non nasce come simpatica e tale rimane, integerrima, segue regole e protocolli alla lettera, un po’ rigida, un po’ reazionaria. Era stata trasferita a Torino, ma ho pensato di premiarla facendola tornare a Roma, come desiderava».

Il pubblico presente alla Feltrinelli durante la presentazione de Il dono di Paola Barbato.

Ambientare la storia a Roma ha presentato non pochi problemi, ha ammesso Barbato, una città caotica e complessa che ha richiesto, per restare ancorati a una narrazione realistica, dell’apporto provvidenziale di Google e dell’aiuto di amici romani.

E l’ispettrice Mariani mostra di non muoversi meglio nella sua città, dopo dieci anni di permanenza a Torino, accompagnata da un senso di estraneità che non l’abbandona nemmeno quando, volenterosa, riscopre i piatti della gastronomia locale, che purtroppo le procurano non pochi malesseri.

Ma c’è un aspetto importante che la avvicina al lettore, secondo Gazzola, ed è il fatto che viva l’indagine come un’urgenza personale. Infatti il suo dolore nascosto è di aver perso l’amico più caro, anche lui ispettore, Lorenzo Carrozzini, scomparso in strane circostanze, di cui eredita, per così dire, la squadra di poliziotti.

Le domande del prima e del dopo

L’indagine si rivela irta di complicazioni poiché sono scomparse le tracce nell’ospedale in cui è avvenuto l’espianto degli organi, non c’è notizia alcuna dei riceventi e non si conoscono le cliniche dei trapianti.

«Un tema cruciale del libro è il grande mistero dell’extracorporeità» ha sottolineato Gazzola, d’accordo con l’autrice che ha rimarcato: «Prima del trapianto intercorre un lasso di tempo. Si pongono mille questioni morali e molte professioni religiose e popolazioni nel mondo respingono la pratica di espianto e trapianto degli organi per il rifiuto di un’altra vita che si sovrapponga alla propria. Ricevere un cuore da una persona cattiva fa di te una persona cattiva?».

«Talvolta i lettori mi chiedono di inserire un elenco dei personaggi» ha continuato Barbato, «ma in questo romanzo ho escogitato una soluzione per identificarli immediatamente. Niente nome e cognome, età, a parte tre di loro, e indirizzo, ma semplicemente il nome dell’organo ricevuto. Così c’è il Cuore, il Fegato, il Pancreas, i Polmoni e così via.

É come togliere alle persone l’identità per ridargliela in altro modo, perché loro sono la malattia, e poi sono la reazione al trapianto e poi sono la reazione a quello che succede dopo il trapianto, diversa per ciascuno di loro. Tutto questo per non far inceppare il lettore nel chiedersi chi è questo e chi è quello».

L’alone di mistero intorno al gauna, il dono

C’è un termine ricorrente particolarmente misterioso che Barbato spiega: «Avevo bisogno di una parola che fosse simbolica, esistente ma non di uso comune, di una lingua poco nota e che fosse legata a forme di superstizione e sono finita in Papua Nuova Guinea. Gauna, nella lingua Hiri Motu, non ha un unico significato, ma si può ricondurre a dono, quasi baratto, qualcosa che passa di mano e in questo libro identifica il tipo di maledizione che si suppone possa essere capitata ai sette riceventi, una parola che funziona per l’alone che le si crea intorno».

Incasellare la narrativa di Paola Barbato, scrittrice e sceneggiatrice, è un’operazione inutile, perché i suoi libri vanno oltre il genere giallo, thriller, crime, che le viene abitualmente riconosciuto, poiché rivelano una profondità di analisi psicologica di personaggi e situazioni, sempre sostenuti da una prosa incalzante. 

La copertina de Il dono, di Paola Barbato, edito da Piemme.

Nella sua carriera ha collezionato alcuni riconoscimenti come il Premio Scerbanenco nel 2008 per il romanzo Mani nude (Rizzoli, 2008) ed è stata riconosciuta nel 2013 Miglior sceneggiatrice dell’anno, infine nel 2017 è stata premiata col Gran Guinigi insieme a Corrado Roi, con cui ha realizzato la serie di fumetti Ut per Bonelli editore.

«Il problema della nostra società e di indicare chi fa brutte cose con il termine di pazzo, deviato, non normale – ha dichiarato Barbato, in chiusura della presentazione alla Feltrinelli di Verona -. Non ci rendiamo conto che il male si può annidare nella migliore persona, che però ha in sé anche altro ed è per questo che spesso non la preveniamo. Perché vogliamo che le persone ci piacciano e non vogliamo pensare male di loro, pensiamo male solo dei brutti sporchi cattivi, del bello e sorridente no e questo gli dà quasi sempre qualche passo di vantaggio».

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