Dal 2019 la Flai-Federazione Lavoratori dell’AgroIndustria di Verona ha voluto riproporre nel territorio della provincia l’esperienza del sindacato di strada. Un’iniziativa nata qualche anno fa nel sud Italia, che ha dato grandi risultati in termini di avvicinamento dei lavoratori agricoli. Ne parliamo con la segretaria generale Cgil-Flai di Verona Mariapia Mazzasette.

Mazzasette, ci spiega in cosa consiste il sindacato di strada?

«Il sindacato di strada è un’esperienza che ci permette di avvicinare al sindacato, tutta una categoria di lavoratori che altrimenti non incontreremmo mai. I lavoratori agricoli sono molto spesso operai che lavorano moltissime ore al giorno, e quindi dispongono di poco tempo libero da impiegare in altro.

Spesso sono stranieri, non parlano bene la lingua italiana, non sanno dell’esistenza di associazioni per la tutela dei lavoratori, non sanno nemmeno di avere dei diritti come lavoratori. Altre volte invece, non chiedono nulla ai sindacati per paura di ripercussioni, di perdere il lavoro, di venire denunciati. Sono vulnerabili e quindi ricattabili dai caporali.

L’idea quindi è di andare noi, come sindacato, verso di loro. Di incontrarli lungo il tragitto verso il posto di lavoro. Uscire in strada, appunto, e fornire loro supporti di vario genere. È un’idea che si rifà proprio alle origini del nostro sindacato, ai nostri primi passi.»

Mariapia Mazzasette, segretaria generale Cgil Flai verona. Foto autorizzata

Quando incontrate i lavoratori agricoli?

«Usciamo alla sera, in un orario che va dalle 17,30 alle 19,30 circa. Avevamo provato ad andare al mattino ma non c’era modo di fermarsi a parlare. Avevano fretta di andare al lavoro. Di sera invece, abbiamo visto che sono più propensi a fermarsi. Sono ragazzi soprattutto stranieri: africani, indiani, pakistani e rumeni. Montano sulle loro biciclette e fanno molti chilometri per raggiungere l’azienda in cui lavorano.

Per questo all’inizio li fermavano con la scusa di offrirgli i giubbetti ad alta visibilità. Da lì poi proviamo a parlare del loro impiego, di quante ore svolgono al giorno, della paga oraria. Gli spieghiamo che hanno dei diritti, che possono rivolgersi a noi se incontrano delle difficoltà. Diamo informazioni sui corsi di lingua italiana, su come trovare alloggio. È indispensabile che con noi ci siano dei mediatori madrelingua, perché come dicevo, molto spesso sono persone che non parlano italiano.»

Avete fatto molte uscite?

«Avevamo iniziato a fine 2019, poi con la pandemia il progetto si è fermato. Abbiamo iniziato nuovamente quest’anno, a giugno. Siamo usciti una volta al mese, sempre cambiando zona all’interno della provincia. Ma visti i significativi risultati raggiunti in poco tempo in tutta Italia, siamo contenti che da esperienza pilota, il sindacato di strada sia già diventato un vero e proprio progetto. Si chiama Diagrammi: si divide in Diagrammi Sud e Diagrammi Nord, a seconda della zona d’Italia in cui si svolge. Beneficia dei fondi Fami (Fondo asilo migrazione e integrazione) e questo ci permette di organizzare bene le varie iniziative.»

Che situazione avete incontrato?

«Noi di Flai avevamo già un’idea abbastanza precisa di cosa stava succedendo nel mondo dell’agroindustria. Avendo anche lo sportello per la richieste di disoccupazione a favore dei lavoratori agricoli, abbiamo la possibilità di ascoltare le esperienze concrete. Si sa, per esempio, che c’è una prassi generalizzata per cui un operaio agricolo viene assunto per un monte ore che non corrisponde mai alla realtà. Ad esempio viene segnato un orario giornaliero par-time, ma si lavora l’intera giornata. O altrettanto spesso come stagionale, viene redatto un contratto di lavoro per una settimana, mentre l’operaio è occupato tutto il mese. Sapevamo quindi che la prassi è quella di non dire esattamente, di creare una nebbia. Non si può parlare di lavoro nero, è piuttosto un grigio sbiadito che nasconde ciò che succede realmente.

Uva, stagione della vendemmia 2021. Foto di E. Cappellazzo

Con il sindacato di strada poi, ci siamo resi conto di altri aspetti, di una situazione molto dura. Per esempio le ore lavorate sono tantissime, anche più di dieci. La paga oraria va dai 5 euro in giù. Molto spesso le pause sono ridotte e il pranzo si svolge nel campo stesso. I ragazzi lavorano 6, a volte anche 7 giorni a settimana ma nella busta paga è sempre segnato molto meno. Facendo un rapido calcolo ci si rende conto della quantità di denaro non controllato che circola nel mondo agricolo. Si pensi ad una ditta che ha dai 10 ai 50 operai stagionali per la raccolta, per esempio. Se per ognuno di questi si calcolano somme di 500 euro “fuori busta” a testa, solo un mese le cifre sono altissime! Tutto questo reddito nascosto ha due grandi effetti negativi immediati. Il primo tocca i lavoratori stranieri: spesso i loro redditi dichiarati sono così bassi da non poter poi presentare la domanda di rinnovo del permesso di soggiorno, rischiando così di perdere il documento. È solo a questo punto che poi si rivolgono a noi, quando si trovano senza via di uscita. Il secondo tocca tutti quegli imprenditori agricoli che invece vogliono mantenersi nella legalità: mettendo in regola i loro dipendenti automaticamente si pongono fuori mercato. Perché è proprio il mercato, con la sua regola spietata del ribasso, che non sostiene la legalità. E l’imprenditore agricolo onesto, si trova schiacciato. È veramente un problema complesso, che va assolutamente affrontato in modo sistemico: sindacati, politica, governo, cittadini tutti. Altrimenti non se ne esce. E i costi sociali di tutta questa precarietà sono altissimi.»

Quali sono gli obiettivi del sindacato di strada?

«L’obiettivo immediato è di dare supporto concreto ai lavoratori agricoli che altrimenti non sarebbero nemmeno di essere sfruttati. La maggior parte di loro infatti pensa che sia normale lavorare così: sottopagati, senza pause, senza diritti. Pensano sia una consuetudine. L’altro obiettivo è far emergere il sistema generalizzato di sfruttamento che c’è nell’agroindustria. I fatti che emergono non sono mai isolati. Non si tratta solo di alcuni imprenditori disonesti che fanno del male. C’è un sistema sotto, un mercato economico distorto che premia chi riduce i costi a discapito dei diritti.»

Avete visto un cambiamento della situazione lavorativa, negli ultimi anni?

«Certamente. Ma non riguarda solo il settore agroalimentare. Riguarda il mondo del lavoro in generale. Precarietà e flessibilità sono le caratteristiche predominanti. Con delle conseguenze umane e sociali molto gravi. I lavoratori in generale sono meno tutelati, o comunque accettano compromessi pesanti.

Se poi si guarda al settore dell’agroindustria o della logistica, le cose si fanno più drammatiche. Gli operai sono diventati dei lavoratori usa e getta. Le grandi aziende utilizzano i contratti delle agenzie interinali per poco tempo, salvo poi lasciare a casa l’operaio appena non serve più. Tanto non è di loro responsabilità.»

Come si pongono secondo lei le nuove generazioni di imprenditori agricoli in merito ai temi etici e sociali del lavoro?

«Sicuramente c’è una parte di imprenditori agricoli molto attenti alla qualità del lavoro. Puntano a delle coltivazioni più responsabili dell’impatto ambientale, per esempio, riducendo l’uso di fitofarmaci o privilegiando l’agricoltura biologica. Sono anche attenti all’impatto sociale e quindi si mantengono nella legalità regolarizzando i contratti dei lavoratori e rispettandone a pieno i diritti. Purtroppo si parla di un gruppo ristretto, un gruppo che si pone a lato della grande distribuzione perché automaticamente diventano non concorrenziali. Ripeto, per promuovere la legalità nel settore agroalimentare ci vuole un cambio di passo generale: politico, economico e di cultura del lavoro.»

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