Ieri 15 agosto 2021 la capitale dell’Afghanistan si è arresa dopo essere stata accerchiata dai talebani; sono in corso le trattative per un passaggio di potere. Le milizie islamiche sono arrivate in massa alle porte della città, cingendola d’assedio. Dopo vent’anni di lotte sanguinarie, controlleranno formalmente il Paese ancora una volta.

Negli ultimi giorni le forze talebane hanno marciato sulla capitale, gremita di civili fuggiti da tutto il resto del Paese e da poche ore sono iniziati i dialoghi per installare un governo provvisorio che segua fedelmente le norme della Sha’ria, il diritto islamico.

Per capire quanto sia successo è doveroso fare un passio indietro: chi sono i talebani?

Il termine in sé fornisce già una determinazione etimologica. La parola talib in arabo significa studente. Gli afferenti a questo movimento si sono formati nelle scuole coraniche, primo passo dell’istruzione in molti Paesi di religione islamica. Tali scuole, tuttavia, sono diffuse in tutto il mondo musulmano.

Perché questo movimento è nato proprio in Afghanistan?

Esaminando casistiche simili nella storia recente si possono rintracciare delle tendenze diffuse. In nazioni governate da un potere centrale dittatoriale o frammentato in diversi signori della guerra, non è una novità che determinate frange della popolazione abbraccino una via austera e fondamentalista, che trova radici nella religione per ottenere la stabilità. Non stupisce il fatto che i valori ideologici in cui si rivede il movimento talebano siano molto simili a quelli dell’Isis e di Al-Qaida.

Come il salafismo (Isis in Iraq e Siria), il wahabismo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti) e il jihadismo (Hamas, Al-Qaida, ecc.), il movimento talebano si propone di imporre legge, ordine e giustizia seguendo alla lettera le fonti del diritto islamico. L’estremizzazione di questa volontà nella pratica si traduce con: negare alle donne tutti i diritti duramente conquistati negli anni, la persecuzione dei non musulmani e dei musulmani sciiti (Come per esempio l’Iran, Hezbollah in Libano, e il governo Al-Assad in Siria) e ovviamente l’abbandono del processo di laicizzazione e secolarizzazione dello Stato.

Ragazze afgane, foto di Army Amber, Pixabay

Quando sono nati e come si sono affermati i talebani?

Per rispondere a questa domanda bisogna tornare al 1992. Dopo la caduta della Repubblica democratica dell’Afghanistan creata dai sovietici, nel Paese scoppiò una violenta guerra civile. Tra le innumerevoli fazioni che si contendevano il potere, i talebani riuscirono a suscitare l’interesse di gran parte della popolazione afghana di etnia pashtun.

Diversamente dai vari signori della guerra, più concentrati sull’accumulo di ricchezze e privilegi, questo gruppo estremista seguiva alla lettera un codice etico preciso. Godeva, inoltre, dell’appoggio della criminalità pakistana e del governo di quel Paese, oltre che di un massiccio aiuto economico da parte dell’Arabia Saudita. In breve tempo i talebani acquistarono sempre più potere, costringendo gli altri contendenti a ingrossare le loro file accettando il loro credo o soccombere.

Nel 1996 gli studenti delle scuole coraniche riuscirono infine a conquistare la capitale Kabul e con essa tutto il Paese, instaurando l’Emirato islamico dell’Afghanistan. Il neo-Stato divenne in poco tempo una meta logistica fondamentale per i gruppi terroristici di mezzo mondo. Tra i primi a insediarvisi ci fu uno dei più tristemente famosi: Osama Bin Laden.

Dopo diversi attentati contro le ambasciate americane e britanniche sul territorio, il casus belli che diede origine al recente conflitto fu l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. In seguito alla strage, George W. Bush diede un ultimatum all’emirato talebano, pretendendo la consegna di tutti i terroristi sul suolo nazionale e la distruzione immediata dei loro campi di addestramento. Il rifiuto portò ad una dichiarazione di guerra da parte degli USA datata 7 ottobre 2001, giorno in cui iniziarono massicci bombardamenti su zone considerate nevralgiche per i gruppi jihadisti. Poco prima dell’attacco Osama Bin Laden, attraverso un videomessaggio, dichiarò che gli americani avrebbero fallito come i russi e proclamò il jihad, inteso come guerra santa. In soli tre mesi le forze armate statunitensi invasero e conquistarono tutto l’Afghanistan, relegando i talebani a piccole aree periferiche o vite in clandestinità.

Dell’obbiettivo principale, tuttavia, nessuna traccia. Gli Usa mantennero il controllo del Paese senza mai riuscire a debellare del tutto le cellule terroristiche radicate e nascoste sul territorio. Nel 2006 la Nato internazionalizzò la missione richiedendo un maggior numero di soldati provenienti dalle nazioni dell’alleanza atlantica, decine e decine di operazioni furono portate avanti senza che una vera stabilità fosse mai raggiunta, fino ai nostri giorni.

La conquista di Kabul

Due mesi fa sono iniziate le manovre per l’abbandono della campagna afghana. Troppe vite, ma soprattutto troppe risorse buttate secondo gli Stati Uniti d’America e la Nato. Nel momento esatto in cui sono state demilitarizzate le prime zone, i talebani hanno ripreso terreno. Dall’inizio di questo agosto ogni giorno i talebani conquistano aree del Paese, imponendo la legge islamica, punendo o giustiziando coloro che si rifiutano di accogliere la dottrina del nuovo regime o che hanno fornito supporto alle forze straniere. In solo sette giorni dopo il definitivo abbandono delle forze militari straniere i capoluoghi di provincia sono crollati, come se non fossero nemmeno stati difesi, come tessere di un domino: il 6 agosto Zaranj, Sheberghan il 7, Sar-e-Pul, Kunduz, Taluqan l’8 agosto, Aybak il 9, Farah e Pul-e-Khumri il 10, Faizabad l’11, Ghazni, Herat e Kandahar il 12, Lashkar Gah, Qala-e-Naw, Feruz Koh, Pul-e-Alam il 13, Jalalabad e la capitale, Kabul, il 15 agosto.

Dopo vent’anni di occupazione, migliaia di vite inspiegabilmente sprecate e risorse economiche buttate, l’occupazione dell’Afghanistan non ha fatto che portare a nulla, peggiorando addirittura la situazione. Il numero di persone che abbraccia la dottrina dei talebani è più alto che in passato.

L’esercito afghano, a cui è stato consegnato il Paese, nonostante due decadi di addestramenti con le forze internazionali, ha perso la guerra in sette giorni senza quasi combattere. I civili sono fuggiti in massa, nelle scorse settimane, verso Kabul per essere difesi. Ora la città è accerchiata e di fatto si trovano intrappolati.

Gli altri Paesi hanno avviato procedure lampo per evacuare i propri funzionari dalle ambasciate e dai consolati. La Farnesina in due giorni ha richiamato tutti i nostri connazionali dal suolo afghano. Germania e Olanda hanno negato l’ingresso nella loro nazione ai profughi di guerra, spaventate per la possibile ondata migratoria. L’Iran, al contrario, ha allestito campi profughi lungo il confine per accogliere i fuggitivi sperando, tuttavia, che possano rimpatriare il prima possibile.

Mentre scrivo queste righe, quello che doveva essere il presidente dell’Afghanistan, Ashraf Ghani, è su un volo privato (alcune fonti riportano che si troverebbe ora in Oman, dopo il diniego ad atterrare da parte del Tajikistan, con destinazione finale Stati Uniti, ndr). Sta abbandonando il Paese dopo aver consegnato ufficialmente il potere alle milizie islamiche. In questi minuti si sta consumando l’atto finale di una delle più tristi vicende della storia contemporanea.

Non possiamo che aspettare e sperare, sperare che la vita dei civili afghani possa un giorno valere qualcosa, sperare che questo ennesimo fallimento dell’Occidente possa insegnare qualcosa agli statisti del futuro, sperare in un po’ di pace, per coloro che dalla nascita hanno conosciuto solo la guerra.

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