Dal Giro d’Italia le prime sentenze giungono proprio sul finale di una seconda settimana di gara, fino a quel momento avara di cambiamenti di rilievo in classifica. Verdetti affatto definitivi, s’intende, a maggior ragione in vista di un tracciato che si preannuncia difficile da qui a Milano e sul quale incombono previsioni meteo non proprio felici.


Se i primi giorni di competizione erano stati scoppiettanti e ricchi di tappe incerte, altrettanto non si può dire per la seconda settimana, per lunghi tratti filata via liscia e, a momenti, sonnolenta. Per buona sorte del pubblico, tra i senatori del gruppo c’è ancora un certo Peter Sagan, capace di movimentare da par suo la corsa in occasione della tappa di Tortoreto, bellissima frazione condita da strappi e cote simili al Fiandre. L’atleta slovacco, che in un carriera non da tutti ha già conquistato 114 vittorie da professionista, ha dato spettacolo sui muri abruzzesi interrompendo un digiuno che durava da più di un anno, aggiudicandosi la frazione con classe e coraggio. Ci hanno, poi, pensato i primi casi di positività al Covid-19 a creare scompiglio nel gruppo, scatenando reazioni a catena: atleti positivi al controllo – non molti per la verità – costretti al ritiro e successivamente trovati negativi (Wesley Mattews), squadre che frettolosamente hanno abbandonato (Yumbo Visma), altre che minacciano di boicottare (EF Pro Cycling), Mauro Vegni e i direttori sportivi delle squadre più piccole a fare quadrato per garantire un futuro al Giro. Per chi segue la carovana ciclistica, non è una novità assistere a polemiche, rimpalli di responsabilità e comportamenti al limite dei regolamenti, se non oltre. D’altra parte, gli interessi in gioco sono molti e, ancora di più in una stagione compromessa dalla pandemia, appare evidente che sarebbe del tutto miracoloso attendersi che un’intera carovana riesca ad andare sempre d’accordo. Da un punto di vista sportivo, in ogni caso, non appare affatto ragionevole chiedere la sospensione della corsa rosa, semmai è sembrato del tutto fuori luogo, consentire continui assembramenti di pubblico alle partenze e agli arrivi dei corridori, in particolare nel corso della tappa di Valdobbiadene.

Il corridore slovacco Peter Sagan (foto zimbio.com)


Tornando alla corsa, il Giro ha emesso le sue provvisorie sentenze con il primo vero arrivo in salita a Piancavallo, e nella cronometro di Valdobbiadene, irrinunciabile vetrina mondiale per il Prosecco e immancabile passerella per il Presidente della Regione Veneto Luca Zaia. Nella gara contro il tempo, Wilco Kelderman e Joao Almeida hanno mostrato la condizione migliore guadagnando sui principali pretendenti alla maglia rosa. Non che tale risultato non fosse previsto, date le attitudini dei due corridori, ma la gamba dimostrata e i secondi accumulati sui rivali hanno fatto salire alle stelle il loro indice di credibilità. Tra i delusi, seppur non nelle dichiarazioni di fine tappa, Vincenzo Nibali, ormai orfano di tutti i suoi più fedeli gregari. Se, a suo dire, il suo Garmin ha trasmesso dati positivi, l’occhio dell’appassionato non può non aver intravisto nella pedalata legnosa e affatto brillante qualche segnale sconfortante, presto associato all’età dell’atleta e a quanto fatto vedere nell’avvicinamento al Giro. Ci si può illudere in ogni modo, ma il Nibali successivo all’incidente dell’Alpe d’Huez 2018 non è più stato dominante come prima.
Tra gli altri atleti, sono andati maluccio anche Domenico Pozzovivo, non certo uno specialista delle cronometro, e Jakob Fuglsang, dipinto dalla stampa come il vero rivale di Nibali, ma dal rendimento decisamente fumoso. Discreto, invece, è stato il comportamento di Rafal Majka, almeno rispetto ai suoi standard a cronometro, e ancor meglio è risultato quello di Brandon McNulty, nome nuovo per la classifica generale. Per la cronaca occorre segnalare che la tappa è stata vinta da un sempre più maestoso Filippo Ganna – terzo successo di tappa in questo Giro -, al cui strapotere si è inchinato pure un certo Rohan Dennis, suo compagno di squadra e storico specialista delle cronometro.


Alla vigilia della prima tappa “verità” di alta montagna, la carovana è arrivata dunque con alcune incognite e molta curiosità. Se Kelderman era considerato oramai il favorito, anche perché ben assistito dalla Sunweb, ma senza un palmares tale da accreditarlo fino in fondo, le domande principali riguardavano la tenuta della maglia rosa Almeida e la condizione di Nibali. La frazione con arrivo a Piancavallo si è sviluppata secondo un canovaccio piuttosto prevedibile. Nella fuga formatasi tra i primissimi in classifica nessun capitano ha mandato in avanscoperta i propri gregari, puntando a fare quadrato in attesa dell’ultima ascesa verso il traguardo. Il pomeriggio è, dunque, trascorso in attesa degli ultimi dieci decisivi chilometri, quando il team Sunweb ha avviato il gioco duro, salendo in progressione con tattica ineccepibile, su una salita tosta ma assolutamente pedalabile. I corridori hanno cominciato a cedere uno dopo l’altro, prima Bilbao, poi Fuglsang e Pozzovivo. Nibali e la maglia rosa Almeida, trattenendo a stento le smorfie, hanno ansimato prima di cedere anch’essi. Il primo quasi di schianto, il secondo perdendo un metro alla volta dalla testa della corsa, soffrendo e scaricando sui pedali ogni watt rimasto in corpo. L’ascesa è stata un lento e costante aumento del divario tra i vari gruppetti. Mentre Kelderman sfruttava fino all’ultimo l’impagabile lavoro del compagno Jai Hindley per guadagnare più secondi possibile, a vincere è stato Geoghegan Hart, giovane di grandi speranze del team Ineos. La squadra regina del Pro Tour, a questo punto, dopo 5 successi di tappa, forse meno rimpiangerà il ritiro del precedente capitano Geraint Thomas, la cui presenza avrebbe impedito le tattiche arrembanti e redditizie che viceversa hanno caratterizzato le recenti strategie di corsa.

Il ciclista olandese Wilco Kelderman (foto zimbio.com)


La classifica, in attesa dell’ultima settimana, ne esce rivoluzionata a favore di tanti nomi nuovi, a ennesima conferma che nel ciclismo sia in corso una fase di accentuato ricambio generazionale. Almeida salva la maglia rosa per pochi secondi e sembra averne meno in salita rispetto a Kelderman. Non lo vedremo osare, ma cercherà di resistere al vertice il più possibile per accumulare esperienza, anche a costo di rischiare la “cotta”. Kelderman, da regolarista qual è, si avvarrà della miglior squadra del lotto per sfiancare gli avversari e per potersi presentare all’ultima cronometro con un consistente vantaggio sul portoghese. A questo punto il favorito è proprio lui e, nonostante non abbia mai ottenuto risultati altisonanti, potrebbe veramente trasformarsi in pochi giorni da ottimo piazzato a vincitore. Sono in forte ascesa anche le quotazioni di Geoghegan Hart sulle cui qualità nessuno ha mai discusso, ma che si ritrova coi gradi di capitano all’improvviso. Attenzione a lui non solo per il podio, soprattutto se dovessero essere percorse tutte le grandi salite in programma. Dalle sue gambe potrebbe uscire qualche colpo a sorpresa, qualche mossa fuori ordinanza, senza dimenticare che ha anche poco da perdere. Il borsino dei possibili vincitori dovrebbe chiudersi qui, sebbene la classifica sia ancora piuttosto corta. Il problema è che nessuno tra i vari Majka, Nibali, Konrad, Bilbao e Pozzovivo appare dotato di una condizione sufficiente tale da impensierire chi sta davanti. Ci sarà lotta tra questi, ne siamo certi, più per un posto sul podio che per il primato, salvo che Nibali non ci regali in discesa qualche prodezza alla Savoldelli.
E ora sotto con la terza settimana, attendendo un mitico passaggio sullo Stelvio e sul Colle dell’Agnello. A fine ottobre, sarà una follia o si scriverà una nuova memorabile pagina di storia del ciclismo? Staremo a vedere…