La Juventus, l’Inter e il Milan uguali a tutte le formazioni di serie A, Verona incluso. Non è il frutto di un sogno dopo una cena speziata ma è quanto avverrà in relazione alla decisione della Lega di omologare il “font” utilizzato per numeri e nomi delle maglie delle squadre a partire da questa stagione. La decisione, che si presuppone eviterà caratteri illeggibili, è stata introdotta per “dare un senso di uniformità”. Almeno per ciò che concerne la grafica Hellas, Genoa, Sassuolo e tutte le altre compagini saranno sullo stesso piano delle big del torneo, come da tempo avviene nel campionato inglese, modello ispiratore – a giorni alterni – dei dirigenti italiani.

Il posizionamento a livello mondiale, anzi il “modello Premier“, in cui le parole chiave sono competitività e complessiva valorizzazione del prodotto, intriga non poco i vertici del calcio nostrano. Le caratteristiche specifiche e la mentalità, diciamo così, dei due tipi di business rendono però talvolta complicati alcuni passaggi tra teoria e pratica. Insomma, spesso ci si deve accontentare della prima, come nella questione della ripartizione dei diritti tv. Se cambiano i numeri nel senso del carattere grafico, qui le cifre incassate restano quelle di sempre. Coefficiente di 1,6 a 1 tra la prima e l’ultima della Premier, di 3 a 1 tra Juventus, a caccia del decimo titolo consecutivo, e il fanalino di coda, che invece in Italia varia ogni dodici mesi.

Se qualsiasi mutamento della suddivisione degli introiti televisivi è semmai rimandato alla creazione della media company, annunciata la settimana scorsa e che, in futuro, dovrebbe gestire i diritti commerciali della serie A, non ha sorpreso che nella stessa seduta la Lega abbia confermato la regola dei cinque cambi possibili a partita. Un’opzione graditissima alle grandi, tra le prime a sfregarsi le mani a meno che qualcuno non dimostri che quando Ivan Juric e i suoi colleghi di Crotone e Spezia se la vedranno con Andrea Pirlo, Antonio Conte o un tecnico di una prima della classe, possano trovare identico giovamento nelle scelte dalla rosa a disposizione in panchina, che, nel caso italiano, conta oltretutto su ben dodici giocatori di riserva.

La serie B e la Lega Pro ne seguiranno i passi, così come già si sono portate avanti le principali leghe europee. La tutela della salute degli atleti in fondo è anche una scusa per favorire la gestione di organici pletorici. Se è vero che con due cambi in più si scontenta un minor numero di giocatori (e i loro agenti) l’effetto domino è che si accentua il divario tra chi possiede le risorse economiche per allestire rose ampie e di qualità e chi no.

In controtendenza per antonomasia, al di là della Manica la maggioranza dei club di Premier ha votato contro la riconferma per la stagione 2020/21 delle cinque sostituzioni, tornando al pre-Covid con il massimo di tre cambi possibili da sette elementi in panchina. Senza la mancanza dei presupposti di emergenza dovuti ad un calendario compresso, si è deciso di non reiterare una norma che, in fondo, ha snaturato le partite più che l’assenza del pubblico sugli spalti.

Se si analizza come hanno votato le squadre, evidenti appaiono le ragioni del “no”: a favore dello status quo a cinque cambi erano Manchester United, Manchester City, Chelsea, Arsenal e Liverpool. Sull’altro fronte le tre neopromosse ed altre dieci compagini di medio cabotaggio. Non a caso, verrebbe da aggiungere. L’evidenza dice che chi ha una rosa più ricca può attingere a cambi di miglior qualità e potenzialmente più incisivi. Goderne di altri due “extra” per variare il proprio assetto in gara accentua le disparità e dunque potenzialmente penalizza le formazioni più deboli.

In Inghilterra si è deciso così, almeno per ora, di valorizzare la competitività complessiva di fronte ad una scelta che rischia di moltiplicare il numero di partite sulla carta dall’esito scontato. Una questione non secondaria per l’interesse del campionato e la salvaguardia del gioco stesso che, a quanto pare, non eccita chi, tra font, highlights, turnover, playoff e academy, dice di ispirarsi agli inglesi ma lo fa spesso letteralmente soprattutto a parole.