“Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch’entrate.”

Lasciate ogni speranza, voi che entrate. Questo è scritto sulla porta dell’Inferno. Una porta semplicissima, come quelle di qualsiasi cittadella medievale. Non ci sono mostri o custodi, la porta è aperta, facilissima l’entrata, lo diceva pure Virgilio.

Bastano queste parole: l’Inferno è eterno, non c’è speranza di salvezza. E sappiamo tutti quanto la speranza possa aiutare nei momenti più bui. Questo condanna le anime del Limbo: «che sanza speme vivemo in disio», senza speranza viviamo nel desiderio. Senza speranza ciascuno grida la “seconda morte”. L’eternità è ancora più eterna. Queste le parole orribili della porta. Per fortuna Dante ha scritto una Commedia: la risposta a tutto, ormai lo abbiamo imparato leggendo i tuoi canti, è nella fine.

All’inizio dell’Inferno c’è una porta senza speranza. Alla fine del Paradiso, sulla soglia, poco prima di vedere Dio direttamente in volto, abbiamo Maria.

“Qui se’ a noi meridïana face

di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,

se’ di speranza fontana vivace.”

Maria è fontana vivace di speranza. Grazie a lei noi possiamo avere tutto. È Maria che intercede per Dante in questa metamorfosi cristiana che rende l’uomo simile a Dio. Maria è chiamata ianua coeli, porta del cielo, la porta che apre agli uomini la salvezza («ch’aperse il ciel del suo lungo divieto»).

Noi sappiamo bene però quanto la speranza potesse essere difficile da nutrire per te, uomo in crisi, in esilio, perennemente dentro una selva oscura che raramente vedeva speranze di salvezza. E quelle poche venivano deluse: sogni infranti, continue catastrofi che riportavano la tua vita in tragedia. E tu cantore di commedie per consolarci, per la nostra felicità.

C’è una poesia, Dante, scritta per te da Anna Achmatova, per te che hai saputo lodare le donne in maniera unica. Sono versi di speranza fallita, pieni di dolore e struggimento.

Dante

Il mio bel San Giovanni

Dante

“Neppure dopo morto ritornò

nella sua vecchia Firenze.

Partendo non si volse indietro,

ed io a lui canto questo canto.

Fiaccole, notte, ultimo abbraccio,

oltre la soglia, selvaggio il grido del destino.

Le scagliò dall’inferno il suo anatema,

non la poté scordare in paradiso.

Ma scalzo, in panni da penitente

e cero acceso, non passò mai

per la sua Firenze agognata,

perfida, vile, attesa così a lungo…”

E tu? Come era in te il sentimento della speranza? A dirlo è Beatrice stessa, donna amata, guida, santa. Nel canto venticinquesimo del Paradiso, il canto in cui devi sostenere l’esame proprio sulla speranza, quella virtù teologale che ci dimostra quanto Dio è buono, amorevole, “largo”, San Giacomo, esperto in materia, il tuo docente esaminatore, ti chiede quanta è in te la speranza. E a rispondere è Beatrice:

“E quella pia che guidò le penne

de le mie ali a così alto volo,

a la risposta così mi prevenne:

La Chiesa militante alcun figliuolo

non ha con più speranza, com’è scritto

nel Sol che raggia tutto nostro stuolo”

Non c’è nessuno al mondo che abbia speranza come te. Perché nonostante tutte le tue fatiche il tuo “volo” è alto, non “folle” come quello di Ulisse, è un volo che s’impenna verso le stelle. Perché questo tu ricordi costantemente. Che le commedie finiscono bene, che Dio è amore. Che il piano di salvezza è generoso, misericordioso, sovrabbondante.

Nella poesia a te dedicata, l’autrice non ti vede tornare alla tua Firenze. Ma tu invece quel momento lo vedevi e in modo nitido. Saresti tornato, grazie proprio alla tua poesia.

E il canto venticinquesimo, canto della speranza, si apre così:

“Se mai continga che ‘l poema sacro

al quale ha posto mano e cielo e terra,

sì che m’ha fatto per molti anni macro,

vinca la crudeltà che fuor mi serra

del bello ovile ov’io dormi’ agnello,

nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello

ritornerò poeta, e in sul fonte

del mio battesmo prenderò ‘l cappello.”

(Se mai avverrà che il poema sacro al quale hanno cooperato Cielo e Terra/ e che mi ha consumato fisicamente per molti anni/ vinca la crudeltà che mi bandisce dal bell’ovile della mia Firenze/ in cui io dormii come agnello/ nemico ai lupi che gli fanno guerra;/ con voce ben più autorevole e i capelli bianchi/ io ritornerò lì come poeta, e cingerò le tempie con l’alloro poetico/ sul fonte del mio battesimo, nel battistero di S. Giovanni).

Alla fine in quella tua Firenze sei tornato. Non in vita. Ma nella gloria del tuo nome, proprio come poeta. La speranza è stata premiata. Per sempre.

Illustrazione di Roberto Filippini © Froh 2020