La seconda parte dell’articolo che analizza la comunicazione utilizzata da uno dei protagonisti assoluti della storia politica della nostra città degli ultimi vent’anni.

Misurare se una città sta meglio

Se una parte della comunicazione politica tende a semplificare la realtà dentro categorie nette, l’alternativa non può essere soltanto opporre un racconto diverso. Dovrebbe essere anche misurare meglio ciò che cambia davvero nella vita delle persone.

Non basta dire quanti chilometri di ciclabili sono stati costruiti, quanti alberi piantati, quanti eventi organizzati o quanti servizi attivati. Sono dati importanti, ma raccontano soprattutto ciò che un’amministrazione ha fatto. La domanda successiva è più interessante: la città e i sui abitanti, alla fine, stanno meglio?

Da anni esistono strumenti che provano a misurare il benessere oltre il reddito e il PIL, considerando anche salute, ambiente, sicurezza, accesso ai servizi, qualità del lavoro, partecipazione, relazioni sociali e soddisfazione per la propria vita. L’idea resa celebre dal Bhutan con il Gross National Happiness va proprio in questa direzione. Una comunità non si misura soltanto per quanto produce, ma anche per come vive.

Verona potrebbe provare a costruire un cruscotto del benessere urbano, capace di mettere insieme sicurezza reale e percepita, qualità dell’aria, mobilità, tempo degli spostamenti, accessibilità dei servizi, uso degli spazi pubblici, partecipazione culturale e soddisfazione per il proprio quartiere.

A questi indicatori ne aggiungerei uno ancora più interessante, quello della fiducia e delle relazioni di comunità. Quante persone conoscono i propri vicini, quante partecipano alla vita del quartiere, quante dichiarano di sentirsi sole, quante percepiscono gli spazi pubblici come luoghi di incontro, quante sentono di potersi fidare delle persone che vivono accanto a loro.

In fondo sarebbe un modo contemporaneo per provare a misurare proprio quella philia di cui parlava Aristotele.

Uno studio del genere avrebbe senso soltanto se fosse indipendente, trasparente e capace di restituire anche risultati scomodi per chi governa. Per questo potrebbe essere affidato a un soggetto indipendente, per esempio l’Università di Verona, che già dispone delle competenze economiche, statistiche e sociali necessarie per costruire indicatori seri, trasparenti e confrontabili nel tempo. Le risorse scientifiche, in buona parte, esistono già sul territorio… basta coinvolgerle.

E proprio perché Verona andrà al voto tra pochi mesi, uno studio del genere potrebbe essere utile già adesso. Non come strumento di propaganda dell’amministrazione uscente, ma come fotografia indipendente dello stato della città, messa a disposizione di maggioranza, opposizione e cittadini.

Questo cambierebbe anche il modo di comunicare le politiche pubbliche. Una ciclabile non sarebbe più soltanto “tre chilometri realizzati”, ma potrebbe essere valutata per quanto ha aumentato gli spostamenti in bicicletta, migliorato la sicurezza o reso più accessibili alcuni luoghi. Un Centro di Comunità non sarebbe solo “uno spazio aperto”, ma anche un luogo capace o meno di aumentare relazioni, partecipazione e fiducia.

Alla fine, la domanda non sarebbe soltanto che cosa è stato fatto, ma come è cambiata la vita nella città.

E forse sarebbe anche il modo più efficace per rispondere alla politica della paura, non con un’altra narrazione, ma con una domanda semplice e verificabile. Verona, oggi, sta meglio o sta peggio di 5 anni fa?

Dividere o far incontrare

I Romani hanno lasciato un’espressione che conosciamo tutti, divide et impera, dividere per governare. Non serve pensare che qualcuno applichi consapevolmente una strategia imperiale, ma la politica conosce molto bene la forza della divisione.

Basta costruire categorie come le persone perbene e la gentaglia, i cittadini e gli irregolari, i poliziotti e i magistrati politicizzati, chi produce e chi approfitta, chi appartiene e chi minaccia, chi va in auto e chi in bicicletta.

Ogni categoria contiene un frammento di realtà, ma sommata alle altre produce una città nella quale l’altro viene incontrato prima di tutto come possibile pericolo.

Qui emerge una differenza politica reale con l’esperienza dell’amministrazione Tommasi, senza bisogno di trasformarla nel suo contrario idealizzato.

Negli ultimi anni il Comune ha moltiplicato esperienze esplicitamente dedicate all’incontro, dai Centri di Comunità, aperti a diverse fasce d’età, agli Sportelli di Comunità e a processi partecipativi come Quartieri in movimento, costruiti intorno all’ascolto e alla progettazione condivisa dello spazio pubblico. I documenti comunali parlano esplicitamente di luoghi nei quali “ritrovarsi e socializzare” e di processi pensati per “rafforzare il dialogo con la città”.

Naturalmente organizzare un incontro di quartiere non elimina uno spacciatore e un Centro di Comunità non sostituisce una pattuglia. Sarebbe ingenuo contrapporre le due cose. Ma dietro quelle politiche si intravede un’altra domanda, non soltanto “da chi dobbiamo difenderci?”, ma anche “dove possiamo incontrarci?”. Ed è una domanda politica almeno quanto la sicurezza.

Due idee di città

Qui il confronto diventa più interessante di Tosi stesso perché una città può pensare alla sicurezza prevalentemente in termini di controllo, attraverso telecamere, pattuglie, ordinanze, vigilanza anche privata, delimitazione dello spazio e distinzione tra “noi” e “loro”. Oppure può considerare sicurezza anche la possibilità di uscire di casa, camminare, incontrare altre persone, conoscere il quartiere e utilizzare uno spazio pubblico senza percepirlo come territorio ostile.

Le due dimensioni non sono necessariamente alternative e probabilmente una buona città ha bisogno di entrambe. Ma la comunicazione politica decide quale delle due rendere dominante nell’immaginario collettivo.

Se diciamo continuamente alle persone che fuori dalla porta c’è un pericolo, non possiamo sorprenderci se poi cominciano a chiudere la porta. Una città nella quale ognuno si difende dall’altro può essere piena di telecamere e, contemporaneamente, poverissima di sicurezza percepita.

Aristotele avrebbe probabilmente parlato di mancanza di philia.

La politica non racconta soltanto la città. La costruisce

Flavio Tosi non ha semplicemente una buona capacità di trovare slogan. Ha una narrazione coerente nella quale esistono persone delle quali fidarsi e persone dalle quali difendersi, comportamenti che appartengono alla normalità e altri che la minacciano, un ordine che qualcuno avrebbe perduto e che qualcuno promette di restaurare.

È una visione politica semplice e riconoscibile, ma deve essere confrontata con la realtà, compresa quella dei dieci anni durante i quali Tosi ha amministrato Verona. Una realtà fatta, come tutte le amministrazioni, di risultati e fallimenti, persone affidabili e persone che lo furono molto meno, infrastrutture riuscite e altre discutibili, episodi di sicurezza e di violenza.

La memoria politica tende invece a selezionare. Il passato diventa ordinato, il presente diventa caotico e il futuro può essere raccontato come restaurazione.

Forse è per questo che l’espressione “restituire Verona alle persone perbene” merita di essere osservata con attenzione. Una città non appartiene soltanto alle persone che qualcuno definisce perbene, appartiene anche alla persona senza dimora, al ragazzo straniero, all’anziano, al commerciante, a chi va in bicicletta, a chi prende l’autobus, a chi usa l’auto, a chi vive in centro e a chi abita in periferia. Persino a chi ci è antipatico.

La politica può scegliere di organizzare queste differenze intorno alla paura oppure può provare a costruire quella cosa antica che Aristotele chiamava philia, la sensazione che, pur essendo diversi, abbiamo qualcosa in comune e condividiamo la stessa città.

Non elimina la necessità della giustizia, ma forse evita che la giustizia, la polizia e la paura diventino gli unici strumenti attraverso i quali sappiamo stare insieme.

E questo, prima ancora che un problema di comunicazione, è un problema politico.

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