Le violenze e i saccheggi nel salotto buono di Milano hanno colto di sorpresa politica e media, anche per la giovanissima età di molti protagonisti. Eppure le premesse c’erano da tempo. Da anni la cronaca registra intimidazioni, devastazioni e aggressioni compiute da ragazzini contro coetanei, adulti e persino contro i loro insegnanti.

È di pochi giorni fa la devastazione notturna di una scuola a Lavagno (Verona), i cui responsabili sono stati individuati grazie ai post sui social. Si tratta di fatti isolati solo in apparenza: piccole fiammate che, con poche parole d’ordine diffuse online, possono rapidamente trasformarsi in una torma vandalica.

È un problema di ordine pubblico? Sì, perché non è accettabile che gruppi di adolescenti assaltino e distruggano negozi nel cuore di una grande città. Si risolve con più poliziotti e carceri minorili? No, perché quelle violenze sono il sintomo di un malessere sociale più profondo e diffuso, che non può essere affrontato solo con la repressione.

Negli anni Ottanta inizia l’erosione dei diritti sociali

Negli ultimi trent’anni il tessuto socio-economico italiano (e più in generale europeo) ha subito un cambiamento radicale. È stato travolto prima il lavoro, poi le due istituzioni educative fondamentali: la famiglia e la scuola.

Dopo la ricostruzione postbellica, il boom economico, lo Statuto dei lavoratori, la sanità e l’istruzione pubblica, e la crescita del welfare, a partire dalla fine degli anni Ottanta si è aperto un percorso inverso.

Con il crollo del Muro di Berlino ha preso vigore un neoliberismo aggressivo, guidato negli Stati Uniti da Reagan e in Europa dalla Thatcher, che ha progressivamente eroso diritti sociali e protezioni collettive.

In Italia due momenti risultano particolarmente significativi. Il primo è il 2 giugno 1992, quando Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, salì a bordo del Royal Yacht Britannia per discutere il piano di privatizzazioni delle imprese pubbliche.

Era appena entrato in vigore il Trattato di Maastricht e l’Italia doveva compiere “aggiustamenti strutturali”, ovvero radicali privatizzazioni e liberalizzazioni di mercato, per aderire alla moneta unica.

Romano Prodi ebbe un ruolo determinante in quel processo, prima come presidente dell’IRI, poi come presidente del Consiglio e infine come presidente della Commissione europea dal 1999 al 2004.

Ancora più rilevante, e precedente, fu il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981. In silenzio, senza un vero dibattito parlamentare, si stabilì che la banca centrale non avrebbe più finanziato il disavanzo pubblico.

Da quel momento lo Stato dovette affidarsi esclusivamente ai mercati. Il debito pubblico salì rapidamente: dal 57% del PIL nel 1980 al 114% circa nel 1999. Poi è storia più recente: la crisi finanziaria del 2008, l’austerità del governo Monti (2011-2012) e l’ulteriore salita del debito dal 106% del 2008 al 135% del 2014.

Vincoli di Maastricht, debito pubblico e agenzie di rating

Dalla metà degli anni ’90 tutti i governi – di qualunque colore – si sono trovati a operare entro gli stretti vincoli di Maastricht e sotto il giudizio permanente dei mercati finanziari che comprano e speculano sul debito pubblico.

Governi costretti a contrattare a Bruxelles qualche zero-virgola del deficit per tamponare il susseguirsi delle emergenze sociali. Nello stesso tempo sono invece richiesti consistenti aumenti di spesa pubblica per il riarmo, mentre aumenta il costo energetico a causa di guerre che l’Italia non ha mai voluto, ma di cui ne subisce pesanti conseguenze economiche.

Quest’anno la spesa per interessi sul debito pubblico sfiora i 97 miliardi di euro e supererà i 100 miliardi già dal 2027: un macigno che riduce gli spazi per sanità, istruzione, asili nido, tempo pieno scolastico e servizi di prossimità.

Questo non è avvenuto per caso o per un qualche legge universale, ma per la volontà politica di smantellare i compiti fondamentali dello Stato (inteso sia come Italia che Unione Europea) in termini di moneta, economia e finanza, per affidarli al Mercato.

Fermare i violenti ma agire sulle cause strutturali

Quando poi il lavoro diventa precario e mal pagato, l’ascensore sociale si blocca, i servizi pubblici essenziali si deteriorano e le prospettive di un futuro dignitoso si assottigliano, ai cittadini vengono a mancare punti di riferimento solidi e la convinzione che lo sforzo individuale possa produrre risultati soddisfacenti.

Le proteste giovanili non sono quasi mai un fenomeno isolato: sono piuttosto il segnale di un sistema che ha progressivamente ridotto le protezioni collettive e le opportunità di integrazione sociale.

Sono in numero esiguo i giovani che si abbandonano ad atti di violenza, spesso compiuti da infiltrati che poco hanno a che fare con i movimenti studenteschi, ma il disagio invece è reale, diffuso e profondo.

I giovani che sfasciano le vetrine devono essere fermati, ma le violenze torneranno identiche se non si interviene sulle cause strutturali. La risposta non può essere solo repressiva. Deve essere soprattutto politica: lo Stato deve tornare a esercitare pienamente le sue funzioni di regolazione dell’economia, di garanzia dei diritti fondamentali e di investimento nel futuro delle generazioni più giovani.

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