Flavio Tosi comunica bene perché semplifica bene. Non significa necessariamente che inventi i fatti, ma spesso li sceglie, li ordina e li inserisce dentro una cornice immediatamente riconoscibile dove c’è chi protegge e chi minaccia, chi lavora e chi approfitta, chi rappresenta l’ordine e chi il disordine, chi appartiene alla categoria delle persone perbene e chi viene collocato dall’altra parte.

È una comunicazione efficace perché riduce l’incertezza e non richiede lunghe spiegazioni, offrendo subito al pubblico protagonisti, antagonisti e soluzione.

Partiamo da un esempio. A luglio, commentando una rapina in pieno centro, Tosi ha descritto Verona come una città diventata zona franca per criminalità e degrado, sostenendo che la gente ha paura e concludendo che, dopo le prossime elezioni, “la città andrà restituita alle persone perbene”. Fermiamoci per un istante su questa espressione.

Se bisogna restituire Verona alle persone perbene, a chi appartiene oggi?

La frase non accusa esplicitamente chi governa di non essere perbene. Non ne ha bisogno, perché è il destinatario a completare il ragionamento. La comunicazione politica funziona spesso proprio così, lasciando implicito ciò che può risultare persino più efficace di quanto viene affermato apertamente.

Se prometto di ridare sicurezza suggerisco che qualcuno l’abbia tolta. Se prometto di restituire la città alle persone perbene lascio intendere che oggi la città non sia nelle mani di persone perbene. È una tecnica molto potente, ma ha l’effetto collaterale di trasformare una città complessa in una divisione morale.

La realtà, però, non rispetta le categorie

Il problema delle categorie nette emerge quando le si confronta con i dieci anni durante i quali Tosi stesso ha governato Verona. La sua narrazione di oggi funziona perché la memoria politica è corta e molte delle cose che oggi vengono presentate come segni del fallimento altrui erano presenti, in forme diverse, anche alla fine dei suoi mandati. Basta rimettere in fila alcuni fatti perché quel passato torni meno ordinato dell’immagine che oggi se ne propone.

Questo non significa attribuire a Tosi le responsabilità individuali di chi governava con lui perché sarebbe la stessa semplificazione che stiamo criticando, ma significa però usare la memoria come strumento di verifica.

Vito Giacino fu vicesindaco e assessore all’Urbanistica, uno degli uomini più importanti dell’amministrazione Tosi. Nel 2014 venne condannato in primo grado a cinque anni; nel 2017 divenne definitiva una condanna a 3 anni e 4 mesi per una parte della vicenda relativa alle false consulenze.

Andrea Miglioranzi, già presidente di Amia e figura politica vicina a Tosi, è stato poi condannato con rito abbreviato per corruzione nell’ambito dell’inchiesta Isola Scaligera, relativa all’infiltrazione della ’ndrangheta nel Veronese.

La responsabilità penale, naturalmente, è personale ed è interessante ricordare che Tosi stesso lo rivendicò con forza proprio quando le vicende riguardavano uomini a lui vicini. Nel 2015 disse, riferendosi anche a Giacino, che era sbagliato far ricadere le colpe individuali sul contesto politico di appartenenza.

È un principio condivisibile, ma allora dovrebbe valere sempre. Ed è qui che la categoria delle persone perbene mostra il proprio limite politico. 

La mobilità come terreno di scontro

Anche sulla mobilità la memoria può diventare molto selettiva. Oggi Tosi promette di eliminare tutte, poi quasi tutte, le ciclabili realizzate dall’amministrazione Tommasi; pochi giorni dopo ha precisato che toglierebbe quelle considerate inutili o dannose e manterrebbe o migliorerebbe quelle ritenute utili.

È un confronto politico legittimo. Alcune infrastrutture possono essere progettate male e nessuna pista ciclabile diventa buona soltanto perché è una pista ciclabile. Ma sappiamo bene che anche durante l’amministrazione Tosi furono realizzati diversi percorsi ciclopedonali. Nel 2010, per esempio, partì il secondo tratto dell’ex Canale Conagro a San Massimo, mentre la riqualificazione di Corso Milano comprendeva una pista ciclabile, peraltro tutt’altro che ben riuscita.

La differenza, quindi, non è tra chi ama e chi odia le biciclette, ma nella visione della mobilità.

Anche qui la narrazione finisce per costruire due categorie contrapposte, gli automobilisti da una parte e i ciclisti dall’altra, come se ogni metro guadagnato da uno dovesse essere necessariamente sottratto all’altro.

Il compito di un’amministrazione dovrebbe essere esattamente il contrario, far convivere modi diversi di muoversi nella stessa città, trovando un equilibrio tra sicurezza, fluidità del traffico, trasporto pubblico, pedoni, biciclette e automobili. Non scegliere una parte contro l’altra.

L’amministrazione attuale dichiara esplicitamente di voler costruire una rete che colleghi luoghi nei quali le persone vivono, lavorano e si incontrano, sostenendo che aumentare la possibilità di scegliere la bicicletta non significhi necessariamente togliere qualcosa a chi usa l’auto.

Tosi, invece, accusa Tommasi di fare una guerra alle auto e rivendica una convivenza nella quale le ciclabili non debbano incidere negativamente sulla circolazione automobilistica.

Sono due modi differenti di immaginare lo spazio urbano prima ancora che due opinioni sulle strisce disegnate sull’asfalto.

Nicola Tommasoli e il contesto che compare o scompare

Un altro episodio aiuta a capire come funzioni la selezione del contesto. Nel 2008 Nicola Tommasoli morì dopo un pestaggio nel centro di Verona. Gli aggressori furono descritti dalle cronache come giovani provenienti anche dall’ambiente ultrà e, in almeno un caso, neofascista.

Tosi naturalmente condannò il delitto, ma al tempo stesso contrastò con decisione le letture che collegavano quel fatto a un clima politico cittadino, insistendo sulla responsabilità individuale degli aggressori e sulla necessità di non criminalizzare Verona.

Anche questo è un argomento legittimo. Una città non può essere considerata corresponsabile di un omicidio commesso da singoli individui. È però interessante osservare come, nella comunicazione politica, il contesto possa diventare decisivo oppure irrilevante a seconda della storia che si vuole raccontare.

Quando un reato viene commesso da qualcuno collocato nel campo dei criminali, il contesto può allargarsi fino a diventare la prova di una città allo sbando. Quando invece un fatto rischia di gettare un’ombra sul proprio campo politico o culturale, il contesto tende a restringersi fino alla responsabilità esclusivamente individuale.

La realtà richiede entrambe le cose, responsabilità individuale e capacità di interrogarsi sul contesto.

Nicola Tommasoli

La città della paura

Ed eccoci a uno degli argomenti che stanno più a cuore a Tosi, che parla frequentemente di una Verona nella quale le persone hanno paura, dove gli anziani non escono, le famiglie temono per i figli, i parchi sono insicuri, i quartieri degradati, le stazioni pericolose. Nel luglio scorso ha parlato dei parchi come luoghi presidiati da sbandati e della città come zona franca per la criminalità.

È una rappresentazione che però contrasta con quella di chi della sicurezza ha responsabilità istituzionale diretta. Il nuovo questore di Verona, Mauro La Matina, appena insediato, ha parlato di una città con “standard alti di sicurezza”.

E non è la prima volta che, accanto ai problemi reali, emerge una distanza tra sicurezza effettiva e sicurezza percepita. Già negli anni scorsi a Verona istituzioni e forze dell’ordine hanno più volte sottolineato come la città resti complessivamente sicura, pur in presenza di criticità da affrontare.

Questo non significa che i problemi di sicurezza non esistano. Devono certamente essere misurati e affrontati, ma una cosa è affrontare la paura e un’altra è farne il principio ordinatore del racconto della città. Se si descrive continuamente lo spazio pubblico come un luogo minaccioso, il rischio è che la sicurezza smetta di essere soltanto un problema da risolvere e diventi una lente attraverso la quale guardare ogni relazione.

È qui che Aristotele ci può dare una mano. Nell’Etica Nicomachea dedica alla philia – che traduciamo normalmente con amicizia, ma che nel contesto politico significa anche relazione, concordia, legame tra cittadini – un passaggio straordinariamente moderno. Scrive che la philia tiene insieme le città e che i legislatori se ne preoccupano perfino più della giustizia.

È difficile non leggerci anche un’indicazione politica attuale perché chi amministra una città dovrebbe preoccuparsi anche di costruire legami, fiducia e occasioni di incontro, non soltanto di regolare conflitti che la stessa politica può avere contribuito ad alimentare.

Arriva ad aggiungere che dove le persone sono amiche non hanno bisogno della giustizia nello stesso modo, mentre anche gli uomini giusti hanno comunque bisogno dell’amicizia.

Naturalmente Aristotele non proponeva di abolire tribunali, polizia o leggi, ma diceva qualcosa di più profondo. Una comunità non vive soltanto di norme e sanzioni, vive della fiducia che consente alle persone di riconoscersi come appartenenti allo stesso spazio comune. Potremmo chiamarla oggi capitale sociale, prossimità, fiducia reciproca.

Ed è interessante perché anche la sicurezza percepita passa da qui. Una strada vissuta, un quartiere attraversato, uno spazio pubblico nel quale ci si incontra possono produrre sicurezza in un modo diverso da una telecamera o da una pattuglia. La politica può aumentare questa fiducia oppure consumarla.

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