Gli anniversari servono soprattutto come scusa. Ci ricordano di tirare fuori un disco dallo scaffale, rimetterlo sul piatto e scoprire che, nel frattempo, a essere cambiati siamo stati soprattutto noi. Nel 2026 le scuse non mancano: da Revolver a Nevermind, da La voce del padrone a Back to Black, la strada da percorrere è lunga quasi sessant’anni. E il criterio, questa volta, è semplice: ogni disco che incontreremo lungo il percorso è qui perché proprio nel 2026 spegne cinque, dieci, venti, trenta o magari sessanta candeline.

Sessant’anni fa, appunto, usciva Revolver dei Beatles. Già questo basterebbe per fermarsi un momento. Nel 1966 il disco cominciava a non essere più semplicemente il contenitore delle canzoni che avevano funzionato meglio, ma un luogo in cui sperimentare, costruire un suono, perfino inventarsi un mondo. Nello stesso anno i Rolling Stones pubblicavano Aftermath. Due dischi diversissimi, oggi entrambi sessantenni, che fotografano un momento in cui il rock scopre di poter diventare qualcosa di più grande della somma dei propri singoli.

Cinque anni dopo, e dunque con cinquantacinque anni da festeggiare, arrivano Led Zeppelin IV e L.A. Woman dei Doors. Altri cinque e siamo nel 1976: mezzo secolo esatto per il debutto dei Ramones, per quello dei Blondie e per A Day at the Races dei Queen. Il rock si è già allargato in tutte le direzioni possibili e, contemporaneamente, qualcuno comincia a sentire il bisogno di rimetterlo a terra, accorciarlo, sporcarlo di nuovo.

Anche in Italia le candeline sono parecchie. Cinquant’anni fa Rino Gaetano pubblicava Mio fratello è figlio unico e Angelo Branduardi Alla fiera dell’Est. E sono addirittura cinquantacinque quelli di Concerto grosso per i New Trolls e Collage delle Orme, due passaggi importanti di quella stagione in cui anche il rock italiano cercava un proprio incontro con il progressive e con la musica colta. Mondi lontanissimi tra loro, eppure già sufficienti a ricordarci che l’idea di una sola “musica italiana” non è mai esistita davvero.

Cosa resterà di quegli anni Ottanta?

Poi arrivano gli Ottanta. Nel 1981 Franco Battiato pubblica La voce del padrone, che nel 2026 compie quarantacinque anni. Continua a essere uno di quei dischi difficili da collocare: sofisticato e popolare, colto e immediato, pieno di riferimenti apparentemente incompatibili eppure capace di vendere come pochissimi altri album italiani. Le stesse quarantacinque candeline spettano a Siamo solo noi di Vasco Rossi, Faith dei Cure e Ghost in the Machine dei Police: quattro modi quasi opposti di intendere una canzone, tutti diventati parte del nostro vocabolario.

Il 1986 ci porta invece ai quarant’anni. Li compiono Black Celebration dei Depeche Mode e So di Peter Gabriel, mentre in Italia arrivano due dischi che meritano un’attenzione particolare: 17 Re dei Litfiba e Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi dei CCCP. Se si vuole capire come il rock italiano abbia cominciato a costruirsi un’identità che non fosse semplicemente l’imitazione di qualcosa nato altrove, passare di qui è praticamente obbligatorio.

E poi, finalmente, il 1991. Trentacinque anni. Qui qualsiasi tentativo di selezione diventa crudele.

1991: l’anno della rivoluzione

Nevermind è il disco che per convenzione viene utilizzato per raccontare la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. Ma ridurre il 1991 al grunge sarebbe estremamente riduttivo. Ten dei Pearl Jam offre una declinazione diversa della stessa inquietudine. I Metallica, con il loro black album, portano il metal in una dimensione planetaria senza smettere di essere immediatamente riconoscibili. I R.E.M. con Out of Time diventano enormi senza trasformarsi improvvisamente in qualcun altro. Gli U2 fanno l’esatto contrario: con Achtung Baby decidono deliberatamente di smontare l’immagine che avevano costruito fino a quel momento. E Lenny Kravitz, con Mama Said, porta dentro il nuovo decennio un rock che guarda senza timori a soul, funk e tradizione anni Settanta.

E compiono tutti trentacinque anni anche Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers, i due Use Your Illusion dei Guns N’ Roses e, quasi da un’altra galassia, Blue Lines dei Massive Attack.

Forse è proprio questa la cosa impressionante del 1991. Non è l’anno in cui nasce un nuovo genere dominante. È l’anno in cui sembrano aprirsi contemporaneamente moltissime porte. Alcune conducono al grunge, altre all’alternative rock, altre ancora a un metal capace di parlare a milioni di persone, alla contaminazione fra funk e rock, al recupero di soul e tradizione, all’elettronica, al trip hop. Guardato trentacinque anni dopo, sembra quasi uno di quei grandi incroci in cui per qualche istante tutte le strade sono visibili insieme.

Anni d’oro

Nel 1996, e quindi trent’anni fa, anche l’Italia ha qualcosa di molto preciso da dire. Escono Il vile dei Marlene Kuntz e Linea Gotica dei CSI. Esce anche Anime salve di Fabrizio De André, disco lontano per linguaggio dal rock di cui normalmente parliamo da queste parti, ma troppo importante per ignorarlo. Trent’anni dopo è evidente quanto l’alternative italiano avesse ormai smesso di essere una curiosità laterale per diventare una scena con una propria voce.

Poi si entra negli anni Duemila e il centro comincia a dissolversi. Venticinque anni fa, nel 2001, gli Strokes pubblicavano Is This It, i Gorillaz il loro album omonimo e i Radiohead Amnesiac. In Italia usciva Solo un grande sasso dei Verdena. Poco importa stabilire quale sia “il” disco che rappresenta quegli anni: forse il punto è proprio che non ce n’è più uno solo.

Il 2006 significa invece vent’anni per Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not degli Arctic Monkeys e Back to Black di Amy Winehouse, ma anche per Black Holes and Revelations dei Muse. Dischi che non potrebbero essere più diversi e che oggi sembrano appartenere da sempre al paesaggio.

Avvicinandoci ancora, gli anniversari si fanno più giovani ma non meno interessanti. Compiono quindici anni El Camino dei Black Keys e Wasting Light dei Foo Fighters, entrambi del 2011, insieme al sorprendente esordio de I Cani e a Il sogno eretico di Caparezza. Dieci anni sono invece quelli trascorsi da Blackstar di David Bowie e da La fine dei vent’anni di Motta. E soltanto cinque da Teatro d’ira – Vol. I dei Måneskin.

La morte del rock?

È qui che torna inevitabilmente la vecchia domanda: il rock è morto? Ne avevamo già parlato in un articolo precedente e la risposta, a distanza di tempo, non sembra molto diversa. Il rock non è più necessariamente il centro intorno al quale gira tutta la cultura popolare. Forse non lo sarà mai più. Ma confondere la perdita della centralità con la morte significa guardare la musica come una fotografia invece che come un organismo.

E forse proprio questa lunga fila di compleanni lo dimostra meglio di qualsiasi teoria. Riascoltare oggi Revolver a sessant’anni dalla sua uscita, La voce del padrone a quarantacinque, Nevermind a trentacinque, Il vile a trenta, Is This It a venticinque o Back to Black a venti non significa soltanto celebrare qualcosa che è successo molto tempo fa. Significa accorgersi di quante volte quella musica abbia cambiato pelle per riuscire a restare presente.

E se ci vogliamo fare un regalo per ricordare il percorso che abbiamo fatto per arrivare fin qui, uno di questi dischi può essere un buon punto di partenza. Perché, come avevamo già concluso allora, il rock non muore. Si trasforma. Come ci trasformiamo noi.

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