La reazione a una prima visione di 28 Giorni Dopo, il film uscito nel 2002 diretto da Danny Boyle e scritto dal suo amico connazionale Alex Garland, non può che essere scioccante. L’atmosfera composta e curata al tempo regge ancora per quanto alla fine dei conti si basi tutto sulla sopravvivenza dell’umanità durante un’apocalisse zombie. Per quanto il pretesto narrativo si sia inflazionato con il passare degli anni, siamo giunti a quest’anno con il proseguimento di una nuova idea “garlandiana”. 

La nuova trilogia, la cui distribuzione è iniziata lo scorso anno tramite 28 Anni Dopo, non sembra voler calare di qualità. Stavolta tuttavia il filo narrativo che collega personaggi e storia sembra essere molto più solido. La regia viene affidata ad una giovane Nia DaCosta (Candyman, The Marvels), che si prende le giuste libertà da un peso gravoso sulle sue spalle, ossia il carattere eccentrico della regia di Boyle. Come evidenziato dallo stesso titolo e dalla promozione rilasciata, il film si concentra sul Dr. Ian Kelson (Ralph Fiennes) e sulla vera e propria crew di Sir Jimmy (Jack O’Connell). Naturalmente torna anche il giovine protagonista dell’ultimo film Spike (Alfie Williams), un ragazzo ormai rimasto solo di fronte alle minacce di un mondo sempre più in crisi.

La nuova direzione

Doveroso chiarire subito un punto: il netto passo indietro che ci si poteva aspettare con il cambio del regista non si è verificato. Dopotutto i due film sono stati girati praticamente insieme. Il cambio si sente solamente in alcuni punti, che in realtà rappresentano la forza della pellicola. Quest’ultima colpisce fin da subito lo spettatore in sala con scene crude e rischiose per la sensibilità del pubblico.

L’esagerazione dei toni, drammatici o comici che siano, ha solamente agevolato al ritmo e si connette al pesante squilibrio mentale che governa la mente del personaggio di Fiennes. Proprio questo squilibrio gli consente una netta trasformazione in un simbolo, che quasi lo porta a tradire ciò in cui lui stesso crede, con l’obiettivo di far credere ad altri. L’introduzione dello zombie alpha Samson (Chi Lewis-Parry) in 28 Anni Dopo era il suo miglior pregio a livello narrativo, e proprio su questo Garland spinge come centro di questa nuova sceneggiatura.

Passato di tale individuo è fondamentale per la costruzione di un futuro migliore, grazie alle competenze del dottore che sviluppa un rapporto a dir poco speciale con il suo “caso studio”. Se questa apocalisse sembrava continuare all’infinito, forse ora la scienza offre una cauta speranza per gli esseri umani, e per gli zombi stessi.

Trailer italiano ufficiale del film prodotto da Sony Pictures

Liberi e prigionieri, cacciatori e prede

Ritengo straordinaria la maniera in cui, rispetto ai precedenti, questo nuovo prodotto riesca a offrirci contemporaneamente i diversi punti di vista dell’ecosistema che si è venuto a creare. Da una parte scienziati, dall’altra credenti. Da una parte umani, dall’altra zombi. Eppure questi schieramenti, apparentemente in opposizione, si uniscono e trovano dei punti in comune grazie all’approfondimento della psiche umana, che dimostra di essere fondamentale.

Eccezionale la messa in scena di DaCosta, che nell’ultimo atto del film si deve districare all’interno di questo tempio. Ci tiene quindi a regalarci una sequenza quasi tragicomica, grazie anche alle movenze di un Ralph Fiennes in stato di grazia. Persino gli stessi Iron Maiden hanno ben deciso di concedere l’utilizzo di un loro brano, The Number of the Beast, che gode ora di rinnovata popolarità grazie a questa comparsa.

L’unico passo indietro rispetto allo scorso film è il percorso di Spike, che per quanto indubbiamente trascinato in un vortice di caos, non sembra conservare i frutti della tragica crescita intrapresa nel primo film. A parte qualche guizzo d’intuito, sembra tornato alle origini del suo viaggio, dove non sapeva bene come comportarsi. Non ci resta che attendere di nuovo un prossimo film, non ancora entrato in produzione ma approvato, per concludere questo viaggio ormai generazionale.

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