Il 27 agosto 1991, mentre il rock americano stava per essere travolto dalla rivoluzione di Seattle, nei negozi arrivava un album che aveva già dentro di sé una quantità quasi sproporzionata di futuro. Non era ancora il Pearl Jam che il mondo avrebbe imparato a conoscere. Non c’erano ancora la leggenda di Eddie Vedder, i concerti trasformati in rituali collettivi, la battaglia contro l’industria discografica, il rapporto quasi fisico con il pubblico. C’era una band appena nata e undici canzoni registrate pochi mesi prima ai London Bridge Studios di Seattle.

Trentacinque anni dopo, quelle undici canzoni sono ancora lì: Once, Even Flow, Alive, Why Go, Black, Jeremy, Oceans, Porch, Garden, Deep e Release. E il dato più curioso è che Ten non nacque come il monumento che sarebbe diventato.

Prima dei Pearl Jam, le macerie

Per capire Ten bisogna tornare a qualche mese prima. Jeff Ament e Stone Gossard arrivavano dalla storia dei Green River e soprattutto dei Mother Love Bone, una delle band più importanti della scena di Seattle. La morte di Andrew Wood, nel marzo 1990, aveva lasciato una ferita enorme e interrotto una storia che sembrava destinata a crescere.

Gossard e Ament decisero però di ripartire. Con Mike McCready alle chitarre iniziarono a costruire nuovi brani e registrarono una serie di demo. Una di quelle cassette sarebbe arrivata fino a San Diego, nelle mani di un giovane cantante che ancora non conosceva personalmente nessuno dei musicisti. Il cantante si chiamava Eddie Vedder.

La storia della sua partecipazione alla nascita dei Pearl Jam è ormai diventata parte della mitologia del rock: Vedder riceve i demo, scrive i testi, registra le parti vocali e rimanda il materiale a Seattle. Quelle canzoni diventano il punto d’incontro fra due mondi che fino a quel momento non si erano mai incontrati.

Quando i cinque entrano in studio, la formazione comprende Vedder, Gossard, McCready, Ament e Dave Krusen alla batteria. Ten viene registrato tra marzo e aprile 1991 e prodotto dalla band insieme a Rick Parashar. È sorprendente pensare che una delle formazioni destinate a definire il rock degli anni Novanta fosse ancora, in quel momento, una creatura in costruzione.

Mike McCready, ricordando oggi quelle sessioni, ha raccontato di aver percepito quasi immediatamente qualcosa di speciale. Non la certezza di un successo planetario, naturalmente, ma la sensazione che i cinque musicisti avessero trovato una combinazione irripetibile.

Un album nato prima della fama

La forza di Ten sta anche nella sua apparente contraddizione. È un disco profondamente oscuro, ma suona enorme. Parla di solitudine, abbandono, disagio, identità, violenza, malattia mentale e dolore familiare, eppure non è un album schiacciato dalla disperazione.

Even Flow racconta l’emarginazione. Why Go affronta l’esperienza di una ragazza rinchiusa in un istituto psichiatrico. Alive parte da una vicenda familiare e diventa qualcosa di molto più grande. Jeremy porta la cronaca della solitudine adolescenziale fino alla tragedia. Black trasforma la fine di una relazione in una delle ballate più dolorose e riconoscibili della storia del rock. E poi c’è Release, con cui l’album si chiude. Non è semplicemente una sequenza di grandi canzoni. È un percorso emotivo.

Il merito è anche di un equilibrio musicale che rende Ten ancora oggi immediatamente riconoscibile. Le chitarre di Gossard e McCready hanno due personalità diverse ma complementari: una costruisce l’ossatura, l’altra la incendia. Ament dà profondità al basso. Krusen sostiene il tutto con una batteria essenziale e potente. Sopra questa architettura arriva Vedder, con una voce che nel giro di pochi mesi sarebbe diventata una delle più riconoscibili del rock americano.

Il risultato è un suono che appartiene alla Seattle degli anni Novanta ma non è semplicemente “grunge”. Anzi, forse è proprio questa la ragione della sua longevità. Ten contiene il grunge, ma anche il classic rock, l’hard rock, la ballata, il blues e una certa tradizione cantautorale americana. È un disco contemporaneamente fisico e introspettivo.

Alive, quando una canzone smette di appartenere a chi l’ha scritta

Pochi brani raccontano meglio la parabola di Ten di Alive. La canzone nasce da una vicenda personale e diventa progressivamente un inno collettivo. Il riff di McCready, la progressione della voce di Vedder e quel finale costruito per accumulo trasformano una storia privata in qualcosa che il pubblico può fare proprio.

È una delle caratteristiche fondamentali dei Pearl Jam: le canzoni non rimangono immobili. Dal vivo cambiano, si allungano, respirano diversamente. Il pubblico le prende, le modifica, le restituisce.

Trentacinque anni dopo, McCready parla proprio di questo quando racconta che Alive ed Even Flow sono diventate qualcosa di più grande rispetto alle registrazioni originali, quasi un universo autonomo costruito insieme alla band e agli spettatori. È forse la definizione più precisa di ciò che è accaduto a Ten: le sue canzoni hanno smesso di essere soltanto canzoni dei Pearl Jam. Sono diventate luoghi della memoria.

Il successo che la band non aveva previsto

La storia commerciale dell’album è quasi paradossale. Ten non esplode immediatamente. Cresce lentamente, mentre i Pearl Jam iniziano a suonare e la scena di Seattle conquista progressivamente il pubblico americano. Poi arriva Nevermind dei Nirvana e il mondo cambia.

Il rock alternativo entra nel mainstream. Seattle diventa improvvisamente il centro di gravità della musica americana. I Pearl Jam si ritrovano al centro di una rivoluzione che non avevano progettato e che, in larga parte, avrebbero cercato negli anni successivi di tenere a distanza.

Ten finirà per vendere milioni di copie negli Stati Uniti e nel 2013 supererà la soglia dei dieci milioni, ottenendo la certificazione Diamond della RIAA. Ma il successo non cancella le perplessità della band sul disco.

Nel 2009, quando Ten viene ristampato, Brendan O’Brien realizza un nuovo mix dell’album. La ristampa comprende anche materiale inedito, l’esibizione di MTV Unplugged del 1992 e la registrazione del concerto Drop in the Park di Seattle. È quasi come se i Pearl Jam, a distanza di quasi vent’anni, avessero sentito il bisogno di riaprire quella vecchia stanza e guardare cosa c’era ancora dentro.

Trentacinque anni dopo, Ten non è un reperto

Il rischio delle celebrazioni è trasformare un disco vivo in un oggetto da museo. Con Ten accade il contrario. Il suo 35° anniversario arriva mentre i Pearl Jam continuano a riaprire il rapporto con quel materiale. Proprio il 27 agosto 2026, nel giorno dell’anniversario, la band ha annunciato Ten Live, la registrazione integrale del concerto del 29 aprile 2016 al Wells Fargo Center di Philadelphia, quando il gruppo eseguì l’intero album per la seconda volta nella propria storia e per la prima volta negli Stati Uniti. La registrazione sarà pubblicata per la prima volta in vinile il 27 novembre 2026, su un LP a tre facciate.

La scelta è significativa. Non si tratta di ripubblicare semplicemente Ten, ma di mostrare cosa è diventato quell’album dopo venticinque anni di concerti, trasformazioni, cambi di formazione e storia. È la differenza tra conservare una fotografia e rimettere in moto il film.

Il numero dieci e la coincidenza diventata destino

Anche il titolo possiede una piccola storia dentro la storia. Prima di chiamarsi Pearl Jam, il gruppo aveva assunto provvisoriamente il nome Mookie Blaylock, quello del cestista NBA che indossava la maglia numero 10. Da lì arrivò il titolo dell’album. Una casualità, apparentemente. Ma Ten finì per diventare un numero quasi simbolico nella storia della band. Un titolo breve, secco, impossibile da confondere. Una parola che non spiega nulla e proprio per questo sembra contenere tutto.

Trentacinque anni dopo, Ten continua a funzionare perché non appartiene davvero al 1991. Appartiene a chi lo ha ascoltato allora e a chi lo ha scoperto dopo.

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