“Sono un veterano della guerra di Troia”, annuncia a un certo punto di Odissea l’Ulisse (sì, in italiano è stato tradotto così, tradendo la scelta originale di Christopher Nolan. E vedremo come le scelte siano importanti) di Matt Damon. Lo annuncia con il suo accento americano e la stessa cadenza di un qualunque veterano delle guerre americane moderne, dal Vietnam in avanti. È immediatamente evidente che Nolan non sta parlando della Grecia dell’Età del Bronzo, ma del mondo di oggi, dove l’egemonia americana ha sostituito quella micenea.

Non vi basta come prova? All’inizio del film vediamo Ulisse e Penelope a letto, poco prima che lui parta per la guerra. Lei accenna al casus belli, ovvero il rapimento di Elena. Lui ribatte secco: quella è solo una scusa, ad Agamennone interessano le rotte commerciali di Troia. Elena è il World Trade Center, le rotte commerciali sono il petrolio. È un mondo infiammato da una guerra controversa e logorante quello rappresentato da Nolan nel suo nuovo film. È il nostro mondo, e i soldati che non riescono a tornare a casa dal fronte sono come quelli di oggi: soffrono di PTSD, sono tornati fisicamente ma con la testa sono ancora là.

La forza assoluta di Odissea, al di là di una messa in scena magniloquente supportata da un lavoro sul sonoro che non ha eguali nel cinema spettacolare di oggi (vedetelo, se potete, in IMAX), è proprio in questa riscrittura moderna del mito. L’idea geniale sta nel fatto che, a livello superficiale, non c’è alcuna riscrittura: la trama è di per sé estremamente fedele al poema di Omero, gli eventi si susseguono più o meno nello stesso ordine e ogni tappa del viaggio si conclude in maniera molto simile. Succedono insomma circa le stesse cose, eppure il senso è totalmente ribaltato.

Nolan si muove nei dettagli, nei dialoghi, nella messa in scena, e ci restituisce un racconto puntuale, attuale, un commento sui folli tempi che stiamo vivendo, dove i patti tra esseri umani sono stati traditi, le porte che difendevano la Ilio della ragione sfondate, e “dieci anni di rabbia” si sono riversati per le strade travolgendo tutto, distruggendo i punti cardine della società.

Emblematica in questo senso la scena in cui Telemaco (Tom Holland) va a fare visita a Menelao (Jon Bernthal) nel suo palazzo a Sparta. Accanto al sovrano c’è Elena (Lupita Nyong’o), la sposa ritrovata. Nel testo omerico, Elena è pentita, contrita, lieta di essere tornata accanto al marito, a differenza della sorella Clitemnestra che il marito l’ha tradito e ucciso. Nel film, Elena porta sul volto i segni del sopruso, è tornata come schiava, una spoglia di guerra, sotto il giogo di un marito violento. La scelta (ancora: le scelte sono importanti) di far interpretare dalla stessa attrice anche Clitemnestra pone l’accento sul fatto che entrambe sono vittime di un sistema, due facce di uno stesso sopruso che, semplicemente, hanno reagito in maniera diversa.

È evidente come le polemiche che hanno circondato il film, casting multietnico su tutte, siano completamente sterili. Primo, perché Odisseo non è mai esistito, Elena non è mai esistita, Troia forse è esistita ma si chiamava Wilusa e i greci hanno perso. Secondo, perché c’è una ragione forte dietro questa scelta, ed è quella che dicevamo prima: Odissea non è un film sui tempi di Omero, ma sui nostri.

Ed è incredibile come nessuno si ponga mai le domande giuste di fronte a operazioni del genere. Si dà per scontato che ci sia una qualche agenda “woke” dietro (nell’accezione negativa orchestrata dai movimenti di estrema destra), e mai che ci si chieda cosa gli autori di un film volessero dire, perché abbiano fatto quelle scelte. Che senso avrebbe adattare nel 2026 un poema di tremila anni fa se non per dire qualcosa di nuovo? Ma soprattutto, che senso avrebbe per Christopher Nolan, uno dei pochi registi rimasti che può tranquillamente fare quello che gli pare a partire da una visione autoriale precisa, da temi che lo ossessionano da sempre e che inevitabilmente avrebbe infilato anche qui.

E così è stato: Odissea parla di tempo, parla di un uomo che paga lo scotto per aver inventato un’arma di distruzione senza fermarsi a pensare se fosse il caso (con evidenti rimandi a Oppenheimer), tutti temi cari al regista. Parla di un’apocalisse imminente, di una minaccia lontana che promette di cancellare la società così come la conosciamo, salvo ribaltare il punto di vista per dire che quella minaccia siamo noi. Ma parla anche dei movimenti alt right che denunciano l’empatia come un difetto, ribattendo che invece è proprio la nostra capacità di metterci nei panni degli altri a tenere in piedi la baracca.

Odissea è, infine, un film incredibilmente ottimista per la media di Nolan, che si chiude con un’apertura possibilista verso un futuro affidato alle nuove generazioni. Salvo mantenere – è pur sempre Nolan! – un filo di ambiguità in un montaggio finale che si muove tra realtà e sogno, tra evidenza e speranza. Come un gatto di Schrödinger chiuso dentro una scatola.

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