Tra i film e i documentari proiettati alla tredicesima edizione del Bridge Film Festival è stato presentato in anteprima un capolavoro di storicizzazione della resistenza palestinese. Il processo di colonizzazione del territorio ad oggi martoriato viene raccontato agli esordi, quando il dominio inglese sfumava e si mescolava con quello israeliano. La narrazione, spezzettata come rimane la proprietà di terre e villaggi, racconta la storia di coppie, famiglie e lotte con armi impari.

Tutto inizia nel 2023, quando le riprese del documentario “Palestine 36” vengono interrotte per il 7 ottobre, rimandandole per scelta della regista palestinese Anne-Marie Jacir che è costretta a trasferirsi in Giordania. Sebbene infatti l’idea del documentario risalisse a quasi dieci anni prima, le riprese sarebbero dovute cominciare proprio il 14 ottobre: vennero quindi spostate in Giordania, dove è stato  per l’occasione ricostruito un villaggio palestinese tradizionale, con vegetazioni e coltivazioni del tempo.

Interpretato da attori palestinesi, il film-documentario racconta la storia delle ingiustizie di una comunità intera, del suo battersi sotto diversi fronti contro i soprusi dell’esercito  inglese, delle politiche di oppressione e svendita territoriale del governo britannico in favore di Israele, delle violenze fisiche e verbali dei primi coloni. In parallelo il racconto si sposta sulle origini della resistenza palestinesi, con la nascita di gruppi di ribelli nascosti nelle montagne: la Grande rivolta araba del 1936.

All’Antica Dogana, accompagnati dalla brezza dell’Adige, il Bridge Film Festival inaugura la propria rassegna (che, ricordiamo, ha individuato film importanti come “Mr. Nobody Against Putin” di David Borenstein e Pavel Talakin che ha vinto l’Oscar per il miglior documentario nel 2026) con un film in costume dell’epoca, un’estetica colorata ed elegante, un montaggio che ricorda film di altri tempi.

Presente per l’inaugurazione è Dima Sakkab della Comunità Palestinese in Veneto che racconta gli attacchi della Brigata Haganah come quello al mercato di frutta e verdura che compare anche nel film: «Non volevano neanche il mandato britannico, volevano costruire lo Stato di Israele e la Britannia non era voluta, quindi la vendita e l’acquisto di armi sia per ebrei che per gli arabi erano vietati.  Nonostante questo la Brigata Haganah stava sperimentando la creazione di bombe a mano (fatte in casa) e per provarle le lanciavano in luoghi civili». La serata è stata organizzata in collaborazione con Verona per la Palestina.

La Brigata dell’Haganah era il gruppo paramilitare dei coloni israeliani che difendevano i Kibbutz, mentre la resistenza palestinese era composta da ribelli che si muovevano a cavallo tra i campi e si nascondevano tra le rocce, mantenuti dagli abitanti del villaggio (a volte anche dai bambini). La loro missione era la “Liberazione dall’oppressore”: un mantra che ripetevano a se stessi e agli abitanti per darsi coraggio tra una casa bruciata e un familiare incarcerato.

Nel film le storie si intrecciano con grazia, ma un unico ragionamento torna in ogni dialogo tra i palestinesi nel film: resistere non è una scelta, è sopravvivenza. Come il prete ortodosso dice a suo figlio derubato dai militari inglesi: resistere vuol dire perdurare e continuare ad esserci nonostante tutto.

Il film documentario parla della Grande rivolta araba contro il dominio coloniale britannico, ma si ferma prima degli accordi internazionali del 1948 che hanno portato alla creazione della Striscia di Gaza (ad oggi molto conosciuta), arrivando alla prima spartizione del territorio palestinese del 1943 con la Commissione Peel.

Questa, interpretata da Jeremy Irons nel ruolo dell’Alto Commissario per la Palestina e Liam Cunningham nel ruolo del capo di polizia, muove le fila del futuro degli abitanti dei villaggi della zona sotto la protezione della Corona.

Il ruolo ambiguo del nuovo segretario Thomas Hopkins si muove tra la Commissione e la popolazione, con il passaggio di informazioni alla giornalista Khulud (moglie di un giornalista molto rinomato in città), la quale rappresenta la classe sociale palestinese più alta che ha dovuto confrontarsi col conflitto a livello teorico-intellettuale più che pratico. Il villaggio, al contrario, colpito direttamente dalle politiche di spartizione delle terre, si confronta con i militari inglesi a suon di pietre, bombe a mano e fughe nei campi. 

Il film di Anne-marie Jacir, pluripremiata prima regista donna palestinese e più volte membro di giurie cinematograifche internazionali, è stato presentato in anteprima lo scorso 5 settembre 2025 alla 50° Toronto International ed ha vinto il Premio come Miglior Film al Tokyo International Film Festival.

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