Il cielo dentro la terra: il “simbolico” di Anselm Kiefer
Al Teatro Romano, per il Festival della Bellezza, Massimo Recalcati attraversa l’opera di Anselm Kiefer tra materia, memoria, distruzione e rinascita

Al Teatro Romano, per il Festival della Bellezza, Massimo Recalcati attraversa l’opera di Anselm Kiefer tra materia, memoria, distruzione e rinascita

Una scala sale verso il cielo e torna verso la terra. È la Scala di Giacobbe, opera del 2021, il punto da cui Massimo Recalcati sceglie di entrare nell’universo di Anselm Kiefer. «In quest’opera si riassume tutta la poetica di Kiefer», spiega al pubblico del Teatro Romano nell’ultima serata del Festival della Bellezza 2026, dedicata al Simbolico. Nel sogno biblico gli angeli percorrono la scala in entrambe le direzioni. Ed è proprio questo movimento a interessare l’artista: «La terra e il cielo, il finito e l’infinito, il materiale e lo spirituale non sono mai contrapposti. Kiefer li unisce: il cielo è nella terra, la terra è nel cielo».
È il primo rovesciamento della sua pittura. La tradizione che da Platone arriva a Hegel ha spesso immaginato l’arte come un progressivo allontanamento dalla materia, verso una dimensione sempre più spirituale. Kiefer compie il percorso contrario. «Non dobbiamo trovare lo spirituale in cielo. Non dobbiamo trovare lo spirituale al di là della materia». L’infinito, nella sua lettura, «è una piega del finito».
Anche la luce non sta necessariamente oltre il buio. Recalcati mostra una delle installazioni realizzate da Kiefer a Barjac, in Provenza, un sotterraneo dove la luce appare dentro la materia. «Scavare, andare sotto la terra, nel punto più oscuro della terra, significa trovare la luce». La stessa idea attraversa il rapporto di Kiefer con il tempo e con la memoria. «Non c’è niente di più nuovo dei ricordi». Il passato non è semplicemente ciò che lasciamo alle nostre spalle: può tornare, trasformarsi, continuare ad agire.
Per questo Kiefer non teme di distruggere le proprie opere. Le brucia, le colpisce, le seppellisce, le espone alla pioggia, al gelo, agli agenti chimici. «Quando creo ho bisogno che la natura mi aiuti, che collabori con me», dice l’artista. «Le massacro, le picchio, le getto sotto la pioggia, le brucio. I miei lavori sono l’esito di una guerra. La mia mente è in guerra».
Il riferimento è anche ad Alberto Burri e alle sue Combustioni: il fuoco non è più soltanto uno strumento dell’artista, ma diventa parte del processo creativo. La materia reagisce e produce qualcosa che non era stato interamente previsto. «L’opera ha un inconscio», sottolinea Recalcati. E così «non è l’ispirazione che genera il lavoro, ma è il lavoro che genera l’ispirazione».
Distruzione e creazione diventano inseparabili. Ed è ciò che rimane dopo la distruzione a interessare maggiormente Kiefer. Lo dimostra la grande esposizione veneziana realizzata nel Palazzo Ducale, scelta anche per il ricordo dell’incendio del 1577 che devastò la Sala del Maggior Consiglio. «Tutto brucia, tutto si distrugge, ma a me interessa quello che resta della distruzione».

Il tema del resto attraversa la Bibbia, che Kiefer ha sempre frequentato, e arriva fino alla sua esperienza personale. Nato nel 1945, cresce nella Germania delle macerie. «Mucchi di macerie sono state il mio unico parco giochi». E ancora: «La mia prima scultura l’ho costruita con i mattoni che trovavo in mezzo alle macerie». Le rovine diventano così qualcosa con cui ricominciare.
Anche il rapporto con il nazismo nasce da questa necessità di confrontarsi con ciò che la memoria vorrebbe rimuovere. Negli anni Settanta Kiefer si fotografa in diversi luoghi d’Europa con il braccio teso nel saluto nazista. Non è una celebrazione, ma una provocazione: «Per capire veramente l’orrore bisogna riconoscere che quell’orrore fa parte di noi». Da qui la domanda più scomoda: «Cosa avrei fatto io in quegli anni? Avrei obbedito anch’io? Oppure avrei avuto la forza di contrappormi?».
Il percorso arriva ai Sette Palazzi Celesti conservati a Milano nell’hangar della Bicocca. Le torri di Kiefer sono monumentali ma precarie, apparentemente sul punto di crollare. «Il destino della torre è il suo crollo», ricorda Recalcati. Sono l’opposto della Torre di Babele, simbolo dell’onnipotenza: «Noi siamo piuttosto torri fragili, torri vulnerabili, torri che rischiano la malattia, la sofferenza, destinate alla morte».
Resta il piombo, materiale centrale nell’opera di Kiefer. La sua biblioteca di libri di piombo sembra un paradosso: libri che non possono essere letti, materia pesante che contiene però la possibilità della luce. L’artista la collega all’alchimia e alla nigredo, il momento di massima oscurità da cui dovrebbe emergere l’oro. Ma anche qui Kiefer rovescia la prospettiva: «E se invece il piombo fosse già in se stesso il luogo dell’oro?».
È la domanda che riassume tutta la sua opera. Non cercare l’oro altrove, fuori dalla materia, dalle rovine, dal dolore. Cercarlo proprio lì. «O l’oro è già nella maceria, è già nel resto, o nel resto c’è la possibilità che la vita ricominci». La Scala di Giacobbe torna così al punto di partenza. Cielo e terra, luce e tenebra, creazione e distruzione non sono poli opposti, ma parti della stessa materia. «Il più alto, il Logos, la parola, il verbo, è fatto di piombo».
E la lezione di Recalcati si chiude con una frase che sembra raccogliere in poche parole tutto il viaggio dentro Kiefer: «Dai diamanti non nasce nulla, è dal letame che nascono i fiori».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
