Lo scrittore Fabio Geda ha presentato a Verona, alcuni giorni fa, il suo libro La casa dell’attesa (Laterza, 2025) alla Biblioteca Civica di Verona in dialogo con don Dante Carraro (CUAMM  Medici per l’Africa) e don Sergio Gamberoni (CUM, Centro Unitario per la formazione Missionaria).  L’assessora Elisa La Paglia ha portato i saluti istituzionali con l’auspicio di proseguire in una fattiva collaborazione tra l’amministrazione comunale e le associazioni curatrici dell’evento. Nell’affollato parterre, alcune persone in procinto di partire a breve per una missione in Africa.

Noto per il romanzo di successo Nel mare ci sono i coccodrilli (Badini Castoldi, 2010), ispirato alla storia vera di un bambino afghano, Geda ha lavorato a lungo con  i servizi sociali e nei suoi libri si ritrova l’attenzione per i problemi del mondo giovanile. Nell’incontro ha chiarito che questo titolo è nato prima del libro stesso, a differenza delle sue opere precedenti. È un reportage narrativo della sua esperienza vissuta in Angola, a Chiulo (si pronuncia “sciulo”, n.d.r.) nella provincia del Cunene, vicino alla Namibia, dove il Cuamm ha fondato, nel 2012, una casa dell’attesa per le donne in stato di gravidanza avanzata. Ma l’attesa, ha anche chiarito l’autore, è il vero filo conduttore del progetto, perché è fondamentale l’ascolto delle necessità locali, dove si interviene, senza la presunzione di portare soluzioni preconfezionate e calate dall’alto.

Il Cuamm nasce nel 1950, ha ricordato Carraro, con la missione di formare personale ospedaliero per sopperire alle carenze sanitarie dei paesi africani più poveri e più fragili. Non a caso non si occupa del Nord Africa o del Sud Africa, perché dispongono di strutture di cura più organizzate. Di contro, è presente in dieci paesi della zona sud-sahariana, tra cui l’Angola, l’Uganda, l’Etiopia e il Sud Sudan. In Angola, Paese quattro volte più grande del nostro e con quaranta milioni di abitanti, è ancora molto alta la percentuale di mortalità delle donne per parto, ha sottolineato Carraro, così come la morte dei neonati nel primo mese di vita, che si aggira attorno al 40%.

Il problema si deve a due principali complicazioni: emorragia post-partum e travaglio ostruito. Nasce così Casa de Espera, la casa dell’attesa, di cui Geda racconta nel suo reportage, che è cresciuta nel tempo e arriva a ospitare anche sessanta donne, non di rado accompagnate dai loro figli più piccoli, che non possono restare nei villaggi lontani. La casa è una realtà che rende  possibile alle donne il soggiorno nei pressi dell’unico ospedale disponibile nella zona, in una struttura che ricalca lo schema abitativo del loro villaggio rurale, il kimbo, e consente loro di partorire in serenità con la certezza di ricevere le cure necessarie.

Le donne arrivano alla casa dell’attesa dai loro villaggi, che distano tre o anche quattro settimane di viaggio, da compiersi sulle motociclette, unico veicolo disponibile per i trasferimenti. Arrivano dopo aver negoziato, anche a fatica, con mariti e famiglia la possibilità di partorire in ospedale, superando la questione culturale che vede da generazioni le nascite nella propria abitazione. Alla Casa de espera possono infine trovare «un insieme di relazioni, un modo di abitare che cuce pratiche collettive e abilità individuali» come scrive l’autore nel suo libro.

L’intuizione di costruire quello spazio ha avuto un ottimo riscontro nella vita di donne e neonati, ha precisato Carraro. Il risultato si evince da una ricerca condotta su mille donne che hanno frequentato la casa, rispetto ad altre mille che hanno partorito nei loro villaggi. La casa dell’attesa rimanda a una certa idea di tempo, di mondo e di cura perché adoperarsi in contesti difficili richiede perseveranza e capacità di attendere.  E l’attesa continua anche se i risultati non si vedono nell’immediato, concludono i relatori. Lo scopo del libro, ha rivelato l’autore, è incuriosire lettori e lettrici per stimolare l’approfondimento dei problemi e far nascere la volontà di fare, di agire, di andare oltre la situazione privilegiata in cui viviamo.

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