A Wallsend, nel nord-est dell’Inghilterra, il mare non era soltanto un orizzonte. Era un rumore di fondo. E non solo lo sciabordio delle onde sul bagnasciuga. No, quello più metallico dei cantieri navali, delle lamiere, delle navi che prendevano forma dall’altra parte delle case. Era il paesaggio quotidiano dell’infanzia di Gordon Matthew Thomas Sumner, diventato poi famoso con il nome di Sting, e di una città che negli anni avrebbe visto scomparire insieme ai cantieri una parte della propria identità. È da lì che Sting, che proprio oggi 2 ottobre compie 75 anni, torna ancora una volta. Non soltanto con la memoria, ma fisicamente, sul palcoscenico del Theatre Royal Drury Lane di Londra, dove fino al 3 ottobre è in scena The Last Ship, il musical che racconta la comunità dei lavoratori dei cantieri di Wallsend e la loro lotta davanti alla chiusura dello stabilimento. Una storia profondamente personale, che Sting ha definito un vero lavoro d’amore.

Ma The Last Ship non nasce davvero oggi. La sua prima scintilla risale a 35 anni fa, quando Sting pubblicò The Soul Cages. Era il gennaio del 1991. Quattro anni erano passati da …Nothing Like the Sun, un album nel quale lo sguardo di Sting era ancora rivolto soprattutto verso il mondo, la politica, l’amore, le inquietudini del presente. Con The Soul Cages accade qualcosa di diverso. Lo sguardo si volta indietro. Il padre di Sting era morto due anni prima, nel 1989. Il rapporto fra i due era stato difficile e quella morte lo aveva colpito più profondamente di quanto avesse immaginato. Sting raccontò di essersi sentito incapace persino di elaborare il lutto. Poi tornò con la mente alla propria città, alla sua storia, alle barche, al mare, all’infanzia vissuta all’ombra dei cantieri. Da quel materiale nacque quello che lui stesso ha definito un periodo molto buio della propria vita.

The Soul Cages è forse per questo il disco in cui Sting appare più vulnerabile. E anche uno dei più ingiustamente dimenticati quando si ripercorre la sua carriera. Non è il disco degli inni immediati dei Police, né quello dell’eleganza pop di Englishman in New York. È un album più scuro, obliquo, pieno di acqua, fantasmi, navi e memoria. Nove canzoni che funzionano quasi come un unico racconto. Si apre con Island of Souls, la storia di un figlio e di un padre, e attraversa All This Time, Mad About You, Jeremiah Blues (Part I), la struggente Why Should I Cry for You?, la strumentale Saint Agnes and the burning train, The Wild Wild Sea (che richiama nelle atmosfere il brano di apertura), fino all’energica title track e al poetico epilogo, When the Angels Fall.

Island of Souls è già praticamente un fotogramma di The Last Ship: il bambino, il padre, il cantiere, le navi che incombono sulle case. La fantasia di salire su una di quelle navi e fuggire lontano diventa una delle immagini ricorrenti dell’album. Poi arriva Why Should I Cry for You?, forse uno dei momenti più belli mai scritti da Sting. Non c’è più il musicista che osserva il mondo dall’esterno. C’è un figlio che cerca di capire cosa fare del dolore. E c’è Mad About You, apparentemente una canzone d’amore, ma immersa anch’essa in quell’atmosfera di inquietudine e distanza. Un brano che in Italia avrebbe avuto una seconda vita grazie a Zucchero, che ne avrebbe realizzato una versione italiana.

Musicalmente, The Soul Cages è un disco stratificato e sorprendentemente moderno. Dominic Miller – poi diventato “il braccio destro e il braccio sinistro” (cit.) dello stesso Sting – compare per la prima volta in un album di Sting, mentre accanto a lui ci sono musicisti come Branford Marsalis, David Sancious e Manu Katché. Sting, da parte sua, oltre a cantare suona basso, mandolino e sintetizzatori.

Ma soprattutto è un disco che non cerca di nascondere la propria ferita. «Mio padre è morto nel 1989», avrebbe raccontato Sting, spiegando come quella perdita lo avesse riportato ossessivamente alla sua città e alla sua infanzia. Non è un caso che, decenni dopo, proprio quel materiale sia diventato molti anni dopo prima un concept album, uscito nel 2013, e poi un vero e proprio musical, The Last Ship, che nasce direttamente dal mondo narrativo e musicale di The Soul Cages. E oggi il cerchio si chiude in un modo quasi cinematografico.

Sting ha 75 anni. Il ragazzo ambizioso di Wallsend, da cui voleva andarsene e che aveva studiato per superare i confini sociali e geografici della città, torna oggi nella stessa storia da cui era fuggito. Non per celebrare un passato idealizzato, ma per provare a comprenderlo. Sul palco londinese interpreta Jackie White, un capocantiere la cui salute declina mentre il destino del cantiere e della comunità si fa sempre più incerto. Dietro il personaggio c’è ancora una volta quella città del Nord Est che Sting ha portato con sé per tutta la vita. Le scenografie della nuova produzione restituiscono proprio l’immagine di Wallsend e dei giganteschi scafi che sovrastavano le strade della città.

Forse è questo il filo più interessante della carriera di Sting: non aver mai smesso di scappare da Wallsend e, nello stesso tempo, non essere mai riuscito davvero a lasciarla. A 75 anni, mentre il suo nome continua a vivere nelle canzoni dei Police e nei grandi successi della carriera solista, è ancora lì. Tra una nave che parte e una che non partirà mai. Tra il padre che avrebbe voluto essere marinaio e il figlio che invece è diventato musicista. Tra il bambino che guardava il cantiere e l’uomo che, mezzo secolo dopo, ne ha fatto materia per la propria arte.

The Soul Cages aveva trasformato il lutto in musica. The Last Ship ha trasformato quella musica in memoria condivisa. E forse Sting, in fondo, continua semplicemente a scrivere della stessa cosa: di un ragazzo che voleva partire e del luogo da cui non ha mai smesso di partire.

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