In Corte Sgarzarie, nel cuore del centro storico di Verona, bisogna sapere dove cercarla. La Libreria Pagina 12 non è un negozio che si incontra distrattamente passando per una strada commerciale: è un luogo verso cui si decide di andare. Da quasi vent’anni, Roberta Camerlengo lo porta avanti con un’idea precisa del mestiere di libraia: non limitarsi a vendere libri, ma costruire un rapporto con chi entra, capire cosa sta cercando e, qualche volta, persino aiutarlo a scoprire che cosa vorrebbe leggere.

Pagina 12 ha aperto nel dicembre 2006, in un momento già difficile per l’editoria italiana. Da allora il panorama è cambiato, ma non necessariamente in meglio. I libri pubblicati continuano a essere moltissimi, mentre la lettura resta un’abitudine da coltivare. E per Camerlengo il lavoro del libraio indipendente consiste soprattutto nel fare una cosa che algoritmi, classifiche e strategie commerciali difficilmente possono sostituire: ascoltare. «Più leggi e più leggeresti», dice. Una frase semplice che, nel suo racconto, diventa quasi una filosofia del mestiere.

Roberta, partiamo dalla domanda che viene rivolta più spesso a chi lavora con i libri: gli italiani leggono sempre meno? E qual è la sua percezione da libraia indipendente?

Roberta Camerlengo, titolare di Pagina 12

«Gli italiani non sono mai stati un popolo di grandi lettori. La lettura va coltivata, nel senso che è anche un allenamento. Mi capita che qualcuno mi dica: “È un periodo in cui non leggo, che cosa succede?”. Ma può succedere. Come per tante altre cose, ci sono momenti in cui hai più voglia di giocare a tennis e altri in cui non ne hai. Per me è una questione di allenamento: più leggi e più leggeresti. E poi ci sono libri che vanno affrontati quasi come una lingua straniera. Se conosco poco un argomento, ma mi interessa, mi rimbocco le maniche e cerco di capire. Può essere un autore, un periodo storico, un tema: ci sono mille motivi per cui un libro può diventare interessante».

Quindi il compito di una libreria può essere anche quello di aiutare le persone a leggere di più, o almeno a leggere meglio?

«Sì, perché a volte leggere qualcosa scritto bene, o qualcosa che in quel momento calza perfettamente per il lettore, è la cosa migliore. Quando mi chiedono: “Mi consiglia uno degli ultimi libri in classifica?”, a me interessa poco la classifica. Mi interessa sapere chi sei tu e che cosa hai voglia di leggere. Se tutti stanno leggendo Dostoevskij e io lo regalo a mio fratello, mio fratello magari mi guarda e mi dice: “No, grazie, bello, ma non è da me”. Lo stesso libro lo propongo a mia sorella e lei mi dice che è straordinario, però magari Le Carré non le dice niente. La mia sfida quotidiana è trovare il libro giusto per quella persona in quel momento. Perché non è detto che tutti i momenti siano uguali».

Per fare questo, però, bisogna conoscere il cliente. La libraia diventa anche una figura che ascolta, quasi una psicologa?

«“Psicologa” è forse un po’ tirato, però sì, bisogna ascoltare. Normalmente non mi chiedono soltanto un libro: si parla, ci si scambia qualcosa. E ci vuole tempo. Devi capire quale può essere il libro giusto. Se sbagli, salta una sorta di rapporto di fiducia. Se hai consigliato dieci libri che sono piaciuti e ne sbagli uno, è un conto. Se sbagli subito, è un altro».

Pagina 12 compirà vent’anni. Quanto è cambiato il mestiere della libraia in questo arco di tempo?

«È cambiato molto, anche perché quando ho aperto, nel 2006, era già un momento difficile per l’editoria e per le librerie. Le complicazioni sono cambiate, ma non è che oggi il mio lavoro sia più facile. Sono più allenata, questo sì. Però credo che il mio lavoro sia sempre una forma di apprendistato: impari continuamente, impari ad abbandonare delle cose, a farne meglio altre, ad alleggerire, ad approfondire. È un lavoro quotidiano».

Pagina 12 non ha una specializzazione precisa, ma una forte selezione. Come si costruisce una libreria indipendente?

«Io non ho una specializzazione, nel senso che tratto narrativa, saggistica, poesia. Cerco però di fare una notevole scrematura. È un lavoro complesso e in parte dipende dal mio gusto personale, ma sono curiosa e quindi spesso mi cimento con cose che non conosco, che conosco poco o che conosco molto ma mi dicono qualcosa. Le novità sono tantissime. Quando mi arrivano le schede faccio una prima selezione: questo mi interessa, questo no, questo magari mi interessa poco ma può avere un mercato. Poi lavoro molto sul catalogo, più che sulle novità. Faccio aggiornamenti settimanali di tutto quello che ho in libreria. È un lavoro che richiede tempo».

E anche le vetrine sembrano seguire questa filosofia. Non necessariamente ciò che va per la maggiore, ma ciò che può incuriosire.

«La mia vetrina è piccola e tendo a mettere cose curiose. Se mettessi i libri che sono in classifica quella settimana e che hanno tutte le librerie di catena, poco mi interesserebbe. Cerco invece editori indipendenti, titoli curiosi. Normalmente divido tra saggi e narrativa, in modo che ci sia un po’ di tutto. Ma sì, cerco soprattutto di conquistare la curiosità».

Un altro elemento importante sono gli eventi. Quanti ne organizzate (domani nella libreria alle 18.30 presentazione del libro di Leonardo Piccione “Cose da fare di notte al Circolo Polare Artico”, ndr) e che cosa cercate?

«Non li ho mai calcolati con precisione. In tempi normali, escludendo dicembre e l’estate, possiamo essere intorno a uno ogni sette-dieci giorni, quindi mediamente tre al mese. Sono eventi che cerco oppure che mi vengono proposti, ma anche lì c’è una selezione. Può entrare una persona che non ho mai visto e chiedermi di presentare un libro: prima voglio sapere di che libro si tratta, voglio leggerlo o almeno guardarlo, poi decidiamo. Cerco cose che mi piacciono e mi diverto anche a fare la promozione. Si parla di poesia, saggistica, narrativa: c’è un po’ di tutto».

Pagina 12 è spesso anche libreria di riferimento per iniziative culturali organizzate in città. È un’attività che va oltre il normale lavoro di libreria?

«Sì, ed è un lavoro che spesso viene fatto fuori dall’orario normale. È un’aggiunta. Ma è anche un servizio che fai perché credi in qualcosa. Alcune iniziative, se dovessi valutarle soltanto sulla copertura dei costi, non esisterebbero. Però non tutto si può misurare in questo modo».

Arriviamo al futuro. L’intelligenza artificiale sta entrando anche nell’editoria e nella scrittura. La preoccupa l’idea che possa aumentare ulteriormente la quantità di libri, rendendo più difficile distinguere ciò che ha un’autentica voce autoriale?

«Non posso dire di averlo percepito direttamente. Se ne parla da tempo, soprattutto per le traduzioni, perché è una cosa che viene già utilizzata. Credo che l’importante sarebbe dichiararlo. Come viene indicato il nome del traduttore, dovrebbe essere dichiarato anche se un testo è stato tradotto o scritto con l’intelligenza artificiale. Questa dovrebbe essere una regola e dovrebbero essere gli editori a impegnarsi a farlo. Non so se succederà, però credo che ce ne accorgeremo. Come oggi, guardando un video sui social, siamo più abituati a riconoscere una voce o un testo prodotto dall’intelligenza artificiale, penso che succederà anche con i libri».

Pagina 12 è in una posizione centrale ma non esattamente di passaggio. Quanto conta, per una libreria indipendente, il rapporto con il quartiere e con la città?

«È un orto che coltivi: devi dargli acqua, nutrimento, farlo crescere quotidianamente. La posizione è bella, ma la gente deve venire perché sa che sei lì. E questo rapporto va costruito. Anche per questo credo che si debba creare una maggiore coscienza civile non soltanto nei confronti delle librerie, ma dei negozi cittadini in generale. Se il tentativo è quello di svuotare le città, il problema non è la ZTL, che per me è una cosa positiva. Il problema è costruire attorno alle città una cintura di grandi magazzini e di attività commerciali che finisce per impoverire i centri».

Lei difende soprattutto la diversità. Perché una libreria indipendente è importante anche se esistono grandi catene che hanno maggiori possibilità di resistere alle difficoltà?

«Perché è importante che le librerie ci siano, tutte. Ma la libreria indipendente ha una libertà diversa. Una catena può avere una maggiore capacità di resistere, ma spesso il meccanismo delle proposte è legato ai libri del proprio gruppo editoriale: Giunti propone i libri Giunti, Mondadori quelli Mondadori, Feltrinelli quelli Feltrinelli. Per me è un limite. È come se tutti i posti dove mangi fossero riconducibili a McDonald’s: se non vuoi mangiare un hamburger, sei spacciato. Io sono per la diversità. E sono per l’indipendente perché non è obbligato a vendere quello che qualcuno gli dice di vendere, nella quantità in cui gli viene detto di venderlo. A volte capita che un cliente mi chieda un libro introvabile. Io controllo, magari scopro che è disponibile in biblioteca oppure che posso procurarlo attraverso un altro canale. Lo faccio perché credo in qualcosa che va oltre il guadagno sul singolo libro o sul titolo che metto in vetrina».

E Verona, dal punto di vista culturale, è una città viva?

«Le iniziative sono tantissime. Il problema è che, se vai a vedere chi le frequenta, più o meno sono sempre le stesse persone. Forse bisognerebbe cercare di allargare questo parterre. Come offerta culturale direi comunque di sì. Penso al nuovo direttore artistico dell’Estate Teatrale, che sta facendo un grande lavoro, o al nuovo direttore dei Musei Civici, con la speranza che Verona torni a proporre mostre degne di questo nome. È una città molto bella e si presta a proporre tante cose, anche per chi viene da fuori. Ma bisogna renderla accogliente anche per chi ci vive».

Quindi più cultura per i veronesi, prima ancora che per i turisti?

«Io penso soprattutto a cose per i veronesi. Si pensa sempre a chi viene da fuori, ma tu qui ci vivi 365 giorni all’anno. Perché devi fare un percorso sulle Torricelle per i turisti? Fallo anche per me che ci vivo. Lo stesso vale per gli spazi culturali. Il fatto, per esempio, che siano stati rispolverati gli Scavi Scaligeri è una cosa bella per il cittadino veronese, perché significa riappropriarsi di uno spazio che era rimasto chiuso per quindici anni. E la tessera dei Musei Civici, che consente di entrare tutto l’anno, va nella stessa direzione: puoi vedere un quadro, uscire e tornare un’altra volta. La cultura non deve essere necessariamente un evento da consumare tutto in una volta».

Dopo vent’anni, si vede ancora libraia per i prossimi venti?

«Da quando ho iniziato questo lavoro è cambiato molto. E la sofferenza dell’editoria c’è sempre stata. Adesso è forse più diffusa: anche il mercato francese, che ha lettori forti e una lunga tradizione di contrasto ad Amazon e alle grandi catene, sta vivendo un momento difficile. Però la libreria non è un panda. Non c’è da dire “poverina, speriamo che ce la faccia”. Ce la fa come tutti, stringendo i denti. Ma è anche vero che il libro ha un peso particolare. È una merce che incide sul nostro modo di vedere le cose, di pensare, di sentire. I libri belli e i libri brutti ci sono in tutte le librerie, ma la lettura condiziona profondamente il modo in cui una persona è. Per questo credo che serva uno sguardo di maggiore attenzione verso le librerie. E non soltanto verso quelle indipendenti: l’importante è che le librerie continuino a esistere. La loro presenza è un elemento della salute culturale di una città».

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