Chi l’ha detto che gli unicorni non esistono?
Un piccolo viaggio tra sogni e archetipi

Un piccolo viaggio tra sogni e archetipi

Alcuni sogni rimangono a lungo nella memoria e nelle sensazioni, intrufolandosi, con le loro immagini, nell’operoso fare quotidiano. Spesso ci fanno percepire una postura psichica fatta di conoscenza antica, profonda e misteriosa che sembra precedere ogni spiegazione razionale. Possibile che un unicorno riesca e risvegliare questo sapere mai appreso ma che tuttavia sembra appartenerci da sempre?
Diverso tempo fa, Alessandra (nome di fantasia) racconta un sogno e nel farlo era davvero entusiasta: «Mi sembra di vivere un viaggio sempre a portata di mano».
“Sono in bici, lungo una strada sterrata in discesa immersa nel verde. È una luminosa giornata estiva e filari di tigli accompagnano il percorso tra le colline. Con me ci sono altre persone, ma quando la strada giunge a una curva e inizia a risalire, mi accorgo di essere rimasta sola. Mi fermo e noto sulla sinistra un’apertura tra due cespugli. Attraversandola, entro in una piccola area verdeggiante raccolta e silenziosa. C’è un padre che si prende cura di una bambina molto piccola e, poco oltre una staccionata, un campo in salita. Da quel campo vedo arrivare al galoppo alcuni cavalli dal manto scuro. Mentre li osservo, uno di loro si avvicina abbastanza: non è un cavallo, ma un unicorno. Nella limpidezza del giorno è avvolto da una leggerissima foschia. Ha un aspetto sacro, regale e quieto. Il suo corno spiraliforme sembra antico quanto la terra. Rimango immobile a guardarlo, sospesa tra stupore e incredulità. Gli unicorni non esistono, penso. Eppure, la sensazione che provo è diversa: non quella di una scoperta, ma di un riconoscimento. Come se, in qualche luogo nascosto dentro di me, avessi sempre saputo della sua esistenza.”
Tralasciando, per ovvi motivi di privacy e rispetto delle dinamiche psichiche soggettive, il significato personale del sogno, vista la preziosa abbondanza di affascinanti immagini, approfittiamo del prezioso lavoro svolto dalla sognatrice che concede di condividere in alcune sue parti. In questo modo abbiamo la possibilità di soffermarci su quelle immagini che ci permettono di avvicinarci un po’ ad alcune strutture e modalità di funzionamento della nostra psiche.

Una delle intuizioni di Carl Gustav Jung fu quella di ampliare il concetto di inconscio, distinguendo, accanto alla dimensione personale, una dimensione collettiva sede di tutte le esperienze psichiche originarie i cui contenuti emergono nella coscienza attraverso immagini e simboli ricorrenti nelle diverse culture e nei diversi popoli.
La struttura di questo inconscio collettivo è formata dagli archetipi ovvero disposizioni psichiche, forme originarie, la cui essenza in sé rimane inafferrabile come il centro di un gomitolo di lana, pur conservando una struttura invariata come quella di un cristallo o di un fiocco di neve. L’archetipo in sé, quindi, non si vede direttamente se non quando entra nel campo della coscienza dove “si veste” di immagini e simboli. È una sorta di impronta non percepibile, eterna e immutabile nel suo disegno fondamentale, ma è eternamente mutevole nei modi di manifestarsi.
È come una melodia che non perde mai la sua forma originaria. Gli archetipi, però, non sono semplici concetti teorici ma svolgono funzioni vitali e dinamiche essendo dei veri e propri organizzatori e motori dello sviluppo psichico. Se agiscono come “centro di gravità che preforma e organizza” la vita psichica, non determinano però rigidamente che cosa pensiamo; influenzano il modo in cui percepiamo, organizziamo e attribuiamo significato all’esperienza. Offrono una sorta di trama psichica invisibile sulla quale possono organizzarsi le nostre esperienze, le relazioni e le reazioni emotive, sia positive che negative. Danno un senso spirituale all’istinto permettendoci così di non essere schiavi delle proprie spinte biologiche ma di poterle vedere, rappresentare e integrare coscientemente attraverso il linguaggio simbolico.
Il sogno raccontato da Alessandra è intriso di quella caratteristica sacra e affascinante – numinosa – che caratterizza l’incontro con le immagini dell’inconscio collettivo, le immagini archetipiche. Ma cosa ci raccontano? Dove vogliono condurci? In una possibile lettura junghiana, possono evocare il processo di individuazione che richiede di staccarsi dalla facile e protettiva dimensione collettiva (la discesa in bici in gruppo) per poter intraprendere quello sforzo psichico (la salita) fatto di introspezione e ricerca interiore in solitaria “quando la strada comincia a salire mi accorgo di essere rimasta da sola”. Per incontrare se stessi, infatti, occorre accettare la solitudine della propria ricerca interiore.
Ed è in questo momento che si apre un luogo psichico sacro – temenos – il giardino protetto oltre i cespugli in cui un padre si prende cura della sua bambina: presenza, cura, protezione e forza. E grazie a questi ingredienti è possibile, per la sognatrice, avvertire, senza esserne travolta, “l’energia vitale e istintiva” rappresentata simbolicamente dai cavalli che si avvicinano alla protettiva staccionata. Ma ecco che avviene la trasformazione: uno di loro “non è un cavallo ma un unicorno”. Mantiene il medesimo colore del manto come a dire che mantiene la forza vitale del cavallo, ma la eleva a una dimensione “sacra, regale e quieta”.
La forza istintiva non viene negata né addomesticata ma sembra trovare una nuova forma capace di tenere insieme vitalità e quiete, natura e spirito, impulso e coscienza. La bambina, la parte psichica nascente che sta prendendo forma, per poter fiorire e trasformare l’energia istintiva in energia spirituale, ha bisogno di essere guardata con quella tenerezza e cura paterna che la sognatrice ha finalmente ritrovato dentro di sé.
Se dovessimo chiederci a cosa servono gli archetipi, potremmo senz’altro rispondere che, nella prospettiva junghiana, possono offrire una direzione, un ordine e una dimensione di senso alla nostra esperienza. Possono offrirci le coordinate di un viaggio faticoso ma orientato nel divenire non tanto perfetti, quanto completi con le nostre luci e le nostre ombre.

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