L’Italia dell’atletica si conferma al vertice del panorama europeo. Dopo Roma 2024, anche a Birmingham 2026 i nostri portacolori hanno saputo primeggiare nel medagliere. Battaglia è stata, spalla a spalla con la Gran Bretagna, fino all’ultimo metro dell’ultima gara in programma. Con la 4×400 maschile, infatti, vinta per pochi centimetri proprio sugli anglosassoni, l’Italia è riuscita a confermarsi prima nel medagliere. Qui un racconto più dettagliato di una rassegna indimenticabile per i nostri colori e il nostro movimento.

Il drammatico e bellissimo finale di manifestazione

Impossibile non cominciare il racconto di Birmingham 2026 dalla 4×400 maschile, ultima gara a terminare l’europeo.
Il medagliere, alla partenza dell’ultima staffetta, vede l’Italia in testa, ma il quartetto della Gran Bretagna, in caso di vittoria, ribalterebbe la classifica. Siamo forti di un tempone realizzato in semifinale. 2:58:10 vale il record italiano e dei campionati europei, ma non conta. Bisogna tenere dietro gli inglesi a casa loro in una delle gare in cui il pubblico è spesso un elemento decisivo. Lo sparo avvia la contesa. Parte Edoardo Scotti. Buona prestazione la sua, come sempre quando occorre andare oltre con le energie mentali. Poi è Luca Sito che prende il testimone. Perde terreno, sembra soccombere, ma con un rettilineo finale capolavoro torna sotto. Cambio perfetto con Mohamed Soudassi che realizza il proprio capolavoro involandosi e lasciando a Lorenzo Benati la “corda” oltre a quattro metri di vantaggio. Benati osa, in curva sembra averne di più e addirittura allunga, ma il rettilineo finale è un calvario. Perde tutto il vantaggio, ma non la lucidità per buttarsi sul traguardo con più impeto del rientrante avversario. Oro per tre centesimi. Le altre nazioni disperse. Un tripudio, a casa loro e nella disciplina (il miglio a squadre) a cui forse più sono affezionati i sudditi di Re Carlo III. Un sogno che si fa realtà.

L’Italia è squadra profonda e con dei campioni

Se a Roma 2024 avevamo avuto la conferma che il lavoro di questi anni aveva rimesso l’atletica sui giusti binari, a Birmingham siamo andati oltre ogni più rosea aspettativa. Il motivo, al di là delle superficiali valutazioni che attribuiscono un esagerato valore al medagliere, sta nell’analisi dei risultati. L’atletica italiana non solo vince medaglie, ma porta atleti nelle finali più di ogni altra nazione. Inoltre, se guardiamo ai punteggi che vengono attribuiti anche ai piazzamenti, primeggiamo anche lì.

Infine, la profondità di risultati è data da altri elementi non trascurabili. Vinciamo sia in campo femminile che maschile con continuità assoluta. Non solo, siamo protagonisti nelle corse su strada, vedasi marcia, come da tradizione, ma anche su pista. Dalla velocità al mezzofondo e alle gare più lunghe, nei salti e nei lanci non c’è ambito in cui l’Italia manchi. Nelle gare individuali e in quelle di squadra. In questa rassegna è vero, la velocità ha un pò deluso a causa degli infortuni, il primis quello di Marcel Jacobs (sarebbe stato oro sicuro). Ciò nonostante, sono arrivate 22 medaglie.

Abbiamo i campioni, quelli che raramente sbagliano e si accollano le maggiori pressioni e l’eco mediatico, ma abbiamo tantissimi ottimi atleti e atlete che, almeno in campo europeo, possono dire la loro. E sono proprio questi atleti che testimoniano, più dei fenomeni, la qualità del lavoro svolto dalla Fidal e da tutti i gruppi sportivi che sul territorio operano di giorno in giorno.

La difficoltà di eccellere nell’atletica

Questi risultati sono ancora più rilevanti se pensiamo quanto sia difficile emergere nell’atletica. La regina delle discipline sportive non è uno sport di elite, non lo è mai stato. Non ha grandi barriere all’ingresso, è notoriamente praticata a tutte le latitudini grazie ad una sua storica popolarità e un proprio lato genuino sempre più raro. Vincere è sempre difficile, ma nell’atletica lo è forse più che in altri sport, specie se gli allori vengono conquistati in gare molto differenti tra di loro, come è il caso dell’Italia. Giusto dunque celebrare l’eccellente lavoro di questo corso federale in cui Stefano Mei, in qualità di Presidente, ha saputo cambiare la cultura di un ambiente atavicamente rassegnato a soccombere, ma in cui non può essere trascurato il ruolo del Direttore Tecnico Antonio La Torre e del suo team. Tutto qui il segreto di questa magnifica Italia? no, affatto.

Siamo multietnici e con tante storie diverse

Appare quasi stucchevole ormai rimarcare questa multietnicità della nostra nazionale, ma non si può non passare anche da lì per comprendere questo cambio epocale di risultati. Basta scorrere l’elenco dei medagliati azzurri e risulta evidente quello che siamo.
Due sono gli aspetti positivi che la multietnicità ha prodotto avvantaggiandoci rispetto al passato. Il primo è legato alle caratteristiche fisiche: le fibre dell’uomo bianco sono mediamente meno adatte alla maggioranza delle discipline dell’atletica. I caraibici sono più predisposti alla velocità, ad esempio, così come nordafricani ed etnie provenienti dal corno d’Africa hanno un vantaggio competitivo nel fondo e mezzofondo. Può essere una banalizzazione, ma la genetica sui grandi numeri non mente. Avere quindi un bacino di atleti con caratteristiche fisiche più eterogenee rispetto al passato garantisce maggiore probabilità di trovare talento in ogni disciplina e non solo in un ristretto numero di esse.

Non è da trascurare però un secondo aspetto, forse ancor più rilevante e che di rado viene evidenziato. Oggi siamo rappresentati da atleti con una profondissima “biodiversità” culturale, esperienziale, tecnica e sociale come forse mai è accaduto. Questo crea indubbiamente maggiori occasioni di confronto, di apertura mentale, di stimoli, con la conseguenza che i processi di miglioramento collettivo sono più facili da innescare, sia tra gli atleti stessi che all’interno degli staff tecnici. C’è chi come Andy Diaz Hernandez porta dentro di sè la voglia di arrivare tipica di chi non aveva niente e ha rischiato tutto, ma con una leggerezza caraibica inconfondibile. (Segnatevelo: fa il record del mondo del triplo entro fine stagione, se trova la gara giusta per situazione ambientale e tecnica). Oppure c’è chi si mostra dura e glaciale tipo Dariya Derkach (uno degli ori più inaspettati) o chi come Larissa Iapichino ha dovuto sudare più di tutti per scrollarsi di dosso l’ombra della mamma/monumento nazionale Fiona May e altrettanto per tenere a bada l’esuberanza del papà (ex atleta e oggi allenatore) Gianni Iapichino.

L’atletica simbolo di un mondo che va in una direzione

Le tante storie dei nostri atleti che più rappresentano la multietnicità di questa nazionale sono la dimostrazione che, al di là di ogni impostazione ideologica o di qualsivoglia pensiero sociale e politico, almeno una parte del mondo sta andando in un’unica direzione. Globalizzazione, commercio mondiale, possibilità di spostarsi quasi ovunque, di parlare varie lingue, creano naturalmente un ambiente multiculturale in cui la nazione di origine di ogni individuo diventa un dettaglio irrilevante e un’ etichetta del tutto superficiale. E non c’è modo, anche volendolo, di arrestare questo processo, a meno di non sovvertire i capisaldi valoriali della nostra società.
L’atletica, in tal senso, da decenni afferma questi principi. In Italia ce ne accorgiamo solo ora mentre gioiamo della cascata di medaglie che ci ritroviamo al collo.

Tante medaglie importanti

Per tornare a Birmingham 2026, sono tantissime le medaglie importanti. Il bronzo di Matteo Sioli nel salto in alto maschile ha valore per quello che potrà essere nel futuro (il ragazzo vale 2.37/2.40), così come l’oro di Leonardo Fabbri nel peso maschile è la dimostrazione che il fiorentino può tenere a bada l’emotività. Per spostarci in campo femminile i due ori di Nadia Battocletti sui 5.000 e 10.000 metri (altra doppietta dopo Roma 2024) sono una perla rara. Per la qualità tecnica messa in pista, ma anche per una crescente autorevolezza oggi davvero palpabile. L’atleta italiana è proiettata verso una dimensione di campionessa a tutto tondo con possibilità di crescita ulteriore grazie a quelle doti da sprinter così ben curate e preservate da papà Giuliano. Infine, tra tutte, va citata Sofia Fiorini, capace di prendersi anche il record del mondo nella maratona di marcia, disciplina sempre bistrattata, ma capace di regalare grandi emozioni.

Quella più importante, Gimbo!

C’è però una medaglia che va raccontata in dettaglio. Per farlo occorre riavvolgere il nastro a tanti anni fa e prenderla da lontano. Occorre immergersi in ciò che è stato.

Pensate, dunque, di essere saltatori in alto campioni olimpici in carica (Tokyo 2020), di essere campioni di tutto, dopo essere risorti da un grave infortunio avvenuto proprio quando le vostre prestazioni erano al massimo. Già siete stati grandi a costruirvi una carriera fenomenale, già siete risorti una volta, si può anche dire: “basta così”. Eppure, un tarlo vi fa proseguire.

Decidete, infatti, di prepararvi scrupolosamente per la successiva olimpiade (Parigi 2024) perchè quella precedente… beh, a dirla tutta, era un oro ex-aequo. In Francia arrivate carichi, tirati alla grande, da favoriti, la misura è nelle gambe e nella testa. Il destino però ha in serbo altro: il fisico cede di schianto proprio alla vigilia della gara. Anni di sacrifici buttati e le stagioni migliori alle spalle. La gara si disputa e voi, tra una barella e un ospedale, non vi reggete in piedi, fiaccati dal dolore. Nei mesi successivi entrate in una fase di buio, piangete spesso quando siete da soli, in casa, in auto. La vostra vita si è fermata su quell’occasione mancata, forse l’ultima. Alla successiva avreste 36 anni, troppi per un saltatore quale siete. Già siete risorti una volta, si può anche dire: “basta così”, questa volta non si può proprio risalire. Provate a gareggiare, di mala voglia, ma le prendete anche da chi vi stava sotto 15 centimetri e spanne di classe in meno.

Poi…, poi nasce vostra figlia e ogni cosa pian piano torna a posto, nella giusta ottica, nella giusta priorità. A questo punto ci si potrebbe godere fama e famiglia. Eppure, ancora una volta, un tarlo vi fa proseguire. Siete un atleta ambizioso, dal talento e dall’ego smisurato. Le folle vi adorano, sentite di poter fare qualcosa che nessun altro saltatore ha mai fatto nella storia. Cominciate a pensare a Los Angeles 2028. Follia. Nei primi test, infatti, le prendete da tutti. Ancora una volta. Mancano due anni all’appuntamento, vero, ma i segnali sono disastrosi. Ciò nonostante, vi presentate a Birmingham 2026. E qui comincia la leggenda di “Gimbo” Tamberi. La realtà che diventa mito.

Una vittoria di talento e dominanza mentale

Se nel paragrafo precedente vi eravate immedesimati in Tamberi e nella sua storia di atleta, ora ponetevi da spettatore. Siete a Birmingham, la calura continentale è un lontano ricordo. Qua c’è fresco e un vento fastidioso per i saltatori. Dietro alla pedana, posizione ottimale per gustarvi la gara, comprendete quanto difficile sarà saltare stasera. Quattro italiani al via e uno, Sioli, figura tra i favoriti. Tamberi no. Ha saltato misure infime in stagione, ma è un animale da palcoscenico, si sa mai. Siete scettici, tenete a bada il sano ottimismo del tifoso e vi aggrappate alla realtà. Sarebbe già buono non rimediare brutte figure.

Fin dalle fasi di riscaldamento notate due stili diversi in pedana: c’è l’ucraino Oleh Doroshchuk, il favorito che salta indolente con un’unica espressione facciale e passa le due ore di gara nell’assoluto silenzio. Ad empatia non si sarebbe nemmeno qualificato, ma la classifica non si fa con questi attributi. Poi c’è Tamberi che si carica e carica il pubblico in mille modi diversi, che passa da momenti di concentrazione a momenti di apparente “svacco” che destabilizzerebbero chiunque. Importuna i giudici, non sta mai fermo, abbraccia chiunque gli capiti attorno. Chi lo conosce bene avverte che Gimbo c’è, half-shave come nelle grandi occasioni. Tutto lo stadio se ne accorge, la sua presenza in pedana è ingombrante, pesa. Dal vostro punto di osservazione vi chiedete, seduti tra due fila di inglesi (più coinvolti dagli 800 metri donne dell’avvente Keely Hodgkinson che dal saltatore Kimani Jack), se l’energia mentale possa davvero occupare uno spazio. Con Tamberi la sensazione è quella.

Riflessioni, ma c’è la gara. La stagione non mente e la misura d’entrata 2.18 vede subito un errore di Tamberi che, di conseguenza, si pone in una posizione scomoda. Non so quanti atleti, in quel momento, avrebbero trovato le forze per resettare e rinnovare autostima e fiducia. Credo pochissimi nella storia di ogni disciplina.
La gara però va avanti. Sioli e Tamberi si ritrovano tra i primi sei, entrambi con ottime sensazioni tecniche dopo i salti alle misure intermedie. 2.27 è lo spartiacque che miete innumerevoli vittime e a 2.30 rimangono in tre, l’ucraino, perfetto fin lì, Sioli e Tamberi che sembra impiccato a quote ormai non più abituali.

Eppure, quell’energia capace di occupare lo spazio Doroshchuk la sente tutta, la sentite pure voi a maggiore distanza e anche Sioli, forse un pò troppo veloce nel ritirarsi per un risentimento muscolare con il bronzo in mano. Sì, perchè intanto Tamberi ha superato i 2.30 con un salto magistrale e a questo punto è pronto ad azzannare l’ultimo rivale rimasto. Lo stadio percepisce l’elettricità del momento, la curva degli italiani è in piedi. Vi alzate anche voi, sebbene siate preoccupati che gli inglesi vi rinfaccino che sarebbe proibito dalle regole. Invece, con sommo stupore, si alzano pure loro. Tamberi ha poteri incredibili. Il momento è vibrante e dalla vostra posizione intuite che potreste essere partecipi di qualcosa di speciale, che succeda davvero o meno, conta il giusto. E succede, perchè la monoespressione dell’ucraino non basta a tenere in scacco un Tamberi animalesco nell’ultima ora di gara. Di forza, di nervi, di classe, di talento sconfinato e di pura convinzione piazza la misura di 2.32. Bellissimo salto che lascia l’ucraino tre livelli sotto per tecnica. Doroshchuk non c’è più, buio, no contest, fa quasi pena nella sua fragilità. Squagliato nella brezza di Birmingham che, viceversa, ha esaltato un Tamberi capace di interpretare le difficoltà della pedana come nessuno. Oro, oro Tamberi! l’ennesimo di una carriera clamorosa.

Ecco, ora tornate ad essere “Gimbo” e lasciate ad altri il ruolo del tifoso. Siete di fronte alle telecamere a petto nudo malcelato dal tricolore. Cogliete l’attimo e rivelate quello che avevate scritto dietro al pettorale prima della gara, prima di scendere in pedana: “Guess who’s back” (“indovinate chi è tornato”). Beh, chapeau!
Si chiudono i festeggiamenti, rimanete in pedana seduti, ancora una volta coperti solo dal tricolore. Occupate quello spazio come nessuno. Potete piacere, potete essere giudicati eccessivi ed irritare qualcuno, ma siete un campione, come nessuno.